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Intervista alla professoressa Elena Francesca Ghedini

Elena Francesca Ghedini ricopre il ruolo di professore ordinario presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova. L’abbiamo intervistata per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureata in lettere antiche con tesi in archeologia greca. Dopo la laurea mi sono iscritta alla Scuola di Perfezionamento in archeologia (allora si chiamava così) ed ho frequentato i corsi e seguito le varie attività che erano proposte (scavi, seminari, viaggi di studio ecc.).

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho vinto, subito dopo la laurea, un posto di tecnico laureato presso l’Università di Padova con funzioni di bibliotecario, che mi ha consentito di frequentare l’Istituto di Archeologia e partecipare alle attività e ai seminari che venivano organizzati. Ho poi vinto nell’’82 un concorso per professore associato ed ho insegnato per una decina d’anni Archeologia dell’Africa romana; nel 1990 ho vinto un concorso per professore ordinario e ho assunto l’incarico di insegnamento di Archeologia e storia dell’arte greca e romana. A quel punto ho ritenuto necessario creare a Padova una Scuola di Specializzazione in Archeologia, che ho diretto per sei anni, ed un Dottorato di ricerca in Archeologia che ho coordinato per vari anni. Entrambi sono ancora attivi oggi e richiamano numerosi studenti anche da sedi esterne.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Per quanto riguarda l’attività istituzionale sono attualmente Direttore del Dipartimento di Archeologia; inoltre svolgo alcuni incarichi a Roma (membro del Consiglio superiore dei Beni Culturali; consigliere per l’archeologia del Ministro Bondi; presidente della commissione per i parchi archeologici ecc.). Per quanto riguarda la didattica insegno Storia dell’arte greca e romana per la laurea magistrale, e faccio lezioni e organizzo seminari per il Dottorato di ricerca.
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D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università di Padova.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Difficile da valutare, forse la Legge sull’archeologia preventiva che è stata emanata dal precedente governo Berlusconi e fortemente voluta dall’allora Ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi. Attualmente sono impegnata in due importanti progetti di valorizzazione che riguardano le aree archeologiche di Montegrotto e di Aquileia, ove si intende creare dei parchi archeologici all’avanguardia. Ma credo potrà dare importanti risultati anche una ricerca su Ovidio come specchio della cultura anche figurativa del suo tempo che sto conducendo grazie a un finanziamento Cassa di risparmio di Padova e Rovigo..

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Intendo portare a termine i numerosi progetti che ho già in corso, potenziando l’attività editoriale: dirigo infatti una rivista (Eidola) e una collana che pubblica ogni anno quattro o cinque saggi di argomenti archeologici.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Dirigo, assieme al collega Jacopo Bonetto, lo scavo archeologico al teatro di Gortina (Creta)

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Riportare l’Italia al ruolo che le spetta nel panorama dei Beni Culturali mondiali

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. L’archeologia italiana vanta studiosi di ottime capacità speculative, ma ha troppo poche risorse finanziarie.

D. Quali sono le emergenze che andrebbero risolte?
R. Salvo poche eccezioni, musei ed aree archeologiche sono in condizioni disastrose soprattutto per quanto riguarda gli aspetti della comunicazione: didascalie spesso illeggibili e quasi sempre solo in italiano!
E’ poi necessario che Università e Soprintendenza imparino a lavorare assieme per uno scopo comune e non in contrapposizione come spesso accade.
Procedere ad una rigorosa informatizzazione dei nostri beni culturali e renderla disponibile a tutti in una banca dati centralizzata.

D. E quali le peculiarità da valorizzare?
R. L’approccio storicistico che caratterizza l’archeologia italiana è di per sé un valore: va salvaguardato continuando a finanziare la ricerca pura e non solo quella applicata.
Bisognerebbe anche favorire gli studi di storia dell’arte antica, spesso messi in ombra da attività più legate all’archeologia militante.

D. Cosa dovremmo imparare dall’estero?
R. La capacità di fare alta divulgazione e di valorizzare il proprio patrimonio, superando lo snobismo culturale di certi accademici e imparando a parlare anche ai giovani o alle persone meno colte. La cultura induce rispetto e il rispetto aiuta la tutela.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Il rispetto per i beni culturali, l’approccio storico alle problematiche archeologiche e un rigoroso metodo di studio.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Bisognerebbe creare un circolo virtuoso con la possibilità per i privati di detassare tutti i contributi dati ai beni culturali; comprese tutte le spese per l’archeologia preventiva.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Altrochè!!!! Anche se il limite c’è e mi pare che siano 5 anni; ma spesso non è rispettato e soprattutto i funzionari delle Soprintendenze si tengono nel cassetto per decenni i risultati di scavi importantissimi senza concedere a nessuno l’accesso ai dati. Va detto che gli universitari non sono da meno… Invece tutto dovrebbe essere a disposizione di tutti!

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Pieni di belle cose… troppe cose; pessima comunicazione. Solo recentemente qualcuno ha cercato di dotarsi di strumenti innovativi ma il livello generale della comunicazione è bassissimo e la distanza da colmare con una concezione moderna dell’esposizione museale molto ampia.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Creando eventi. La gente fa la coda per le mostre perché sa che durano poco. Bisognerebbe creare un turn over delle opere in modo da presentarle in modo originale, cambiando magari anche solo organizzazione e disposizione delle opere ma escogitando sistemi per renderle fruibili anche al grande pubblico. Bisognerebbe anche creare laboratori didattici per aiutare la comprensione del lavoro dell’archeologo.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Non mi scandalizza la cultura a pagamento, ma al biglietto deve corrispondere un servizio.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Utilissima, soprattutto per l’archeologia. A patto che sia nettamente separata dall’opera. La realtà virtuale deve precedere o seguire l’esposizione del pezzo originale, per aiutare a comprenderlo. Ma la contemplazione dell’opera non deve essere disturbata dal virtuale.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. In Italia male, purtroppo. I professori Universitari e i funzionari delle Soprintendenza sono per lo più negati… I giornalisti dicono spesso delle stupidaggini per il gusto del sensazionale. La figura del divulgatore è ancora limitata a pochi rari esempi di qualità: va senz’altro potenziata!

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Salvo pochi rari casi… nella maggior parte no, purtroppo…

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Sì: sia Archeo che Archeologia Viva sono ad un ottimo livello.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Non sono contraria se per affidamento ai privati intende la creazione di Fondazioni che li gestiscano. Anzi credo che questo sia il futuro. A patto che la tutela (e il controllo) resti saldamente nelle mani dello Stato.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. E’ stata una buona legge, ma credo che sarebbe ora di rimetterci le mani

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Certamente no: spesso però sono anche spesi male. Manca una programmazione organica. Adesso con Arcus, per ottemperare ad una richiesta del Ministro Bondi, si è cercato di fare un programma sperimentale per la valorizzazione dei parchi archeologici e i fondi sono stati finalizzati a questo scopo. Questa è una buona cosa.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Limitare gli scavi è un obbligo, oramai: allo scavo deve seguire o la valorizzazione o il reinterro. Gli scavi devono essere mirati alla soluzioni di problemi storici o alla realizzazione di nuovi percorsi conoscitivi. Altrimenti è meglio “scavare” nei magazzini e negli archivi.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Assolutamente sì!

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