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Intervista alla professoressa Valeria Meirano

L’archeologa Valeria Meirano è docente universitaria a contratto presso l’Università degli Studi di Torino. L’abbiamo intervistata per voi.

D. Qual è stato il suo percorso formativo?
R. Dopo la Laurea a Torino, ho conseguito il Diploma di Specializzazione in Archeologia Classica presso la Scuola di Specializzazione di Matera (Università degli Studi della Basilicata) e il titolo di Dottore di Ricerca presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ho quindi effettuato due corsi di Perfezionamento annuale all’estero, uno in Francia presso l’Université Aix-en Provence-Marseille I, l’altro in Grecia, presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene. Ho inoltre usufruito di alcune borse di studio in Italia e all’estero, tra cui, da ultima, una borsa emessa dalla Fondazione Onassis.

D. E il suo percorso professionale?
R. Mi limito ad indicare i rapporti professionali più duraturi: ho collaborato per anni con le Soprintendenze Archeologiche della Calabria, della Basilicata e del Piemonte, in attività divulgative, di scavo, di schedatura e studio di materiali archeologici; ho insegnato in corsi parauniversitari e universitari, collaborato ad attività di ricerca e di didattica in ambito universitario, coordinato gruppi di ricerca.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Per quanto attiene all’attività di ricerca, dello studio del vasellame metallico in Calabria meridionale e a Delfi, di ceramiche e produzioni artigianali in Magna Grecia, di aspetti di ritualità funeraria; dello studio delle iconografie alimentari nel mondo antico in ambito sacro e funerario, e dell’edizione dei primi anni di indagini presso il sito di Costigliole Saluzzo.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Al momento attuale, con regolarità, con l’Università degli Studi di Torino.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Non potrei indicarne uno, mi sembrerebbe di “far torto” agli altri… forse potrei dire che i più importanti sono quelli in corso…

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. In ordine di tempo, un convegno ad Alessandria d’Egitto e uno in Francia.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Sì, sin dai primi anni della mia attività ho svolto ricerche all’estero, dapprima in Francia, dove mi sono occupata di ceramiche arcaiche rinvenute a Marsiglia. In seguito, ho avviato lo studio del vasellame bronzeo del santuario di Delfi a partire dal VI secolo, in un quadro di collaborazione con l’Ecole Française d’Athènes. Partecipo inoltre ad un vasto progetto di ricerca di durata quadriennale diretto dal Prof. A. Hermary inerente la morte degli individui preadulti nel Mediterraneo, che coinvolge studiosi di varie università e centri di ricerca europei. Sarò inoltre coinvolta in altri progetti, di prossima attuazione, riguardanti il nord Africa.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Sono troppi…, e scaramanticamente preferisco non esprimerli.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. E’ in grave difficoltà.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. – Realizzare una tutela migliore e più capillare, che avrebbe ricadute sulla valorizzazione e sulla fruizione dei beni archeologici;
– Incrementare sensibilmente l’organico degli archeologi nelle Soprintendenze, non limitandosi a poche unità, che il più delle volte vanno semplicemente a sostituire chi va in pensione, ma decretando un vero, rinnovato impulso alla tutela e alla valorizzazione;
– In generale, ridurre il precariato che include un numero impressionante di operatori che lavorano nel campo dell’archeologia in Italia, sia in collaborazione con le Soprintendenze, sia in ambito universitario

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. – Ovviamente i nostri beni culturali, va da sé, ma anche
– il patrimonio di professionalità tecniche di cui l’Italia dispone;
– il patrimonio di ricercatori disoccupati e precari che si sono formati con anni di studi, di rinunce e di sacrifici.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. In primo luogo, esercitare una gestione più oculata dei nostri “cervelli”. In Italia disponiamo in campo archeologico di ricercatori di altissimo livello, che si sono formati nel corso di anni, a costo di gravi sacrifici e rinunce personali, che però, ad un certo punto, allo scadere dei finanziamenti o al termine di un progetto di ricerca, vengono lasciati “a spasso”, senza prospettive. Ne è prova l’alto numero di ricercatori italiani brillantemente inseriti in centri di ricerca stranieri… Si tratta di un danno gravissimo, anche per lo Stato, che in tal modo non sfrutta appieno questo straordinario potenziale di professionalità alla cui formazione, però, ha spesso partecipato con finanziamenti e borse di studio pubbliche. Lo Stato è quindi coinvolto in un processo – la formazione dei ricercatori – in cui partecipa dei costi, senza però cogliere appieno i benefici. Tutto ciò è impensabile in molti paesi esteri: a parità di titoli e di età, di norma un giovane collega straniero è stabilmente strutturato da anni e gestisce fondi per la ricerca, mentre l’italiano è un precario dall’avvenire incerto che disperatamente cerca di continuare la sua attività traendo di che vivere da altre attività professionali, anch’esse, ovviamente, precarie.
In secondo luogo, sarebbe necessario destinare maggiori fondi alla ricerca e alla valorizzazione dei nostri beni culturali, anche alla luce delle ricadute economiche che questo comporta: paesi molto meno ricchi di beni culturali rispetto all’Italia destinano a queste voci ben altre percentuali del loro bilancio. Per entrambi i problemi che ho sollevato, inoltre, si tratta di mali antichi, che l’attuale congiuntura economica ha solo acuito, non causato.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Sicuramente, rispetto a molti paesi europei, disponiamo in ambito archeologico di ottimi ricercatori: alla luce della scarsità dei fondi per la ricerca si ottengono risultati encomiabili.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. In teoria sì, sarebbe auspicabile: è importante che i risultati delle ricerche sul campo siano resi pubblici quanto prima, almeno in forma preliminare. Negli ultimi anni si è spesso posto rimedio a questo malcostume. Tuttavia, per quanto concerne le pubblicazioni esaustive, che richiedono di norma mesi, per non dire anni, di studi, soprattutto se si tratta di contesti ampi, con problematiche diversificate, è più difficile esprimersi, per i problemi illustrati sopra. Infatti, le équipes di ricerca, che contano talora decine di unità, sono formate da persone strutturate, ma anche da collaboratori precari, spesso costretti a lavorare in altri campi, che disperatamente studiano e scrivono i loro contributi nel tempo libero. E’ inevitabile che questo incida sui tempi delle pubblicazioni.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Mediamente buona, anche se si assiste talora al triste fenomeno di piccoli musei e raccolte riallestiti o inaugurati di recente, con ottimi risultati, che rimangono chiusi per mancanza di personale. E’ un pessimo messaggio per il pubblico.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con un maggiore coinvolgimento attuato a più livelli, a partire dalla scuola dell’obbligo

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Devono esistere entrambe le cose.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Sì, può essere molto utile, ma, almeno per quanto riguarda i beni archeologici, non deve mai prevaricarli. E’ l’oggetto, in primis, a dover “parlare”.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Difficile. La divulgazione archeologica attuata dai quotidiani è passabile, anche se quantitativamente ridotta. Di livello pessimo quella affidata ai programmi televisivi.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Sì, anche piuttosto bene, come prova il successo di molte iniziative che in musei e parchi archeologici, nelle scuole, ma anche in altri contesti, vedono coinvolti archeologi professionisti. Il problema è che la divulgazione archeologica, in molti campi, soprattutto in televisione, non è svolta da archeologi…

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Il mio giudizio sulle poche riviste archeologiche divulgative è buono.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Sono tendenzialmente contraria, ma non si può generalizzare.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. E’ bene studiare e valorizzare quanto è nei magazzini, anzi è essenziale, anche per meglio conoscere e “monitorare” il nostro patrimonio. Al tempo stesso non si possono fermare le indagini sul terreno, per le esigenze della ricerca e per garantire la continuità della formazione.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. In linea di massima sì.

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