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Intervista all’archeologa Anna Maria Reggiani

L’archeologa Anna Maria Reggiani è Direttore Regionale per i Beni Culturali dell’Abruzzo. L’abbiamo intervista per voi. 

D. Qual è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureata presso l’Università di Roma “La Sapienza” in Lettere Classiche per poi seguire la strada dell’Archeologia presso la scuola Archeologica Italiana di Atene.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho iniziato il percorso a Roma dove ho affrontato i primi passi della mia carriera sia di studiosa che lavorativa. Ritengo di essere stata molto fortunata in quanto ho sempre trovato disponibilità e spazio, sia nel 1976 quando sono entrata al Ministero sia successivamente. All’inizio ho lavorato nelle Soprintendenze Archeologiche del Lazio e di Roma con il professor Adriano La Regina e poi – nel 1993 – dopo aver vinto il concorso, sono stata preposta alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio dove sono rimasta per ben 11 anni, fino al 2004. In seguito, devo dire con mia grande sorpresa, ho ricevuto la proposta a nomina di direttore generale alla quale ho aderito, anche se mi è dispiaciuto lasciare l’archeologia “militante”. Mi piace pensare che nella decisione abbia influito anche una particolare sensibilità verso il gentil sesso anticipando le problematiche recenti legate alle «quote rosa». Durante tutta la mia carriera uno degli aspetti che ho privilegiato e che mi sta in assoluto più a cuore è l’impegno verso la tutela e la promozione delle aree archeologiche statali, originato da un legame intenso con il territorio e in particolare con i musei e le aree archeologiche statali del Lazio quali ad esempio Villa Adriana, Palestrina, Sperlonga, Cassino e Minturno.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Rivesto il ruolo di Direttore Regionale per i Beni Culturali dell’Abruzzo

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Sono dipendente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dell’Abruzzo, ma anche componente del comitato scientifico di mostre e manifestazioni in Italia e all’estero.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. E’ sicuramente stato lo scavo e la relativa valorizzazione di Villa Adriana con individuazione della tomba di Antinoo, anche se non posso dimenticare il lavoro di recupero delle opere d’arte del Museo Nazionale d’Abruzzo in seguito al sisma del 6 Aprile 2009.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. L’impegno più importante che mi prefiggo di realizzare è la riapertura del nuovo Museo Nazionale d’Abruzzo.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho sempre lavorato molto con l’estero e credo nella divulgazione della cultura italiana al di fuori dei confini nazionali, per questo motivo sono stata promotrice delle “Giornate abruzzesi a Budapest” in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura a Budapest; ho inoltre collaborato ai lavori per la restituzione all’Etiopia dell’obelisco di Anxum, oltre al Memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per adottare misure contro l’importazione illecita dei reperti archeologici.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. ….rivedere L’Aquila come era prima del terremoto dell’Aprile 2009.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Penso che stia attraversando un periodo di crisi, infatti, sia nelle mostre che nell’allestimento i Musei Archeologici sono considerati “belli e impossibili” dal momento che non operano una selezione di opere e per di più non orientano il visitatore, inoltre hanno più difficoltà nel comunicare quelle emozioni che vengono invece dalla storia dell’arte: una tela, un affresco hanno la possibilità di raggiungere nel profondo meglio di un reperto archeologico. Ci sono delle eccezioni però: una di queste è rappresentata dal Museo Egizio di Torino.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Le emergenze in Italia sono molte ma probabilmente quella più importante è la tutela dei beni culturali in primis e dei beni archeologici nel complesso. Bisognerebbe realizzare il vero “parco archeologico” in Italia: così come avviene per i parchi nazionali che tutelano l’ambiente bisognerebbe creare una struttura in grado di proteggere le bellezze archeologiche e renderle fruibili attraverso una serie di musei coordinati con scuole, enti locali oltre che alberghi, luoghi di ristoro e divertimento che attirino sempre più il turismo.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Il paesaggio con rovine, il restauro ed i musei con circuito minore nonché le aree archeologiche.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Certamente dovremmo imparare ad essere più selettivi.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. A costruire le reti e i sistemi.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Penso che occorra uno sforzo congiunto fra il Ministero e l’Università e gli Enti di Ricerca.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Credo che non dovrebbero trascorrere più di tre anni fra lo scavo e la pubblicazione dello stesso.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Come ho detto, le indagini di tipo qualitativo e quantitativo e le strategie di posizionamento finalizzato alla definizione della missione dei diversi musei per evitare sovrapposizioni, sono indispensabili per differenziare l’offerta culturale alle diverse tipologie di visitatori potenzialmente interessati. Nell’ottica di migliorare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, nel rispetto dei diritti del cittadino, è importante incentivare la capacità progettuale degli Istituti nel settore della conoscenza del patrimonio, ovviamente coniugata con una politica volta a garantire la prevenzione dai rischi del degrado che possono colpire musei e siti archeologici. Le istituzioni museali diffuse sul territorio nazionale sia pure con caratteristiche tipologiche e dimensionali differenziate forniscono un importante servizio di carattere culturale e costituiscono sicuramente il riferimento più importante per l’attività di promozione del Ministero.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. In Italia i visitatori sono concentrati su pochi siti che vengono sottoposti ad una usura non indifferente. Varrebbe la pena distribuire meglio i flussi, alleggerendo la pressione su aree come Pompei, Ostia, Villa Adriana che possono essere danneggiate da un numero troppo alto di visitatori, istituendo una soglia di rischio per la conservazione e dirottando i visitatori sui circuiti cosidetti minori. Le risorse a disposizione sono poche ed il rilancio del turismo culturale, anche tramite il canale delle mostre, è importante, poiché può attirare un numero crescente di persone soprattutto nei circuiti minori e portare notevoli benefici all’indotto locale.
Per questo motivo ho promosso una serie di iniziative volte a far conoscere ad un ampio pubblico le attività culturali fuori e dentro i Musei: un esempio è dato dalla manifestazione itinerante “Archeologia in festa” (2007) che aveva lo scopo di portare all’attenzione degli italiani le opere restituite dai Musei Statunitensi o recuperate dai sequestri delle Forze dell’Ordine.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Nel campo dei beni culturali, la progressiva internazionalizzazione e globalizzazione del mercato e della comunicazione rende necessario coniugare tutela e comunicazione allo scopo di far emergere le potenzialità di sviluppo socio-economico di ogni singolo territorio. Purtroppo, allo stato attuale delle cose, è impossibile per lo Stato Italiano rendere totalmente gratuiti musei e mostre, anche se ricordo che esistono diverse forme di gratuità e riduzione dei biglietti che permettono l’ingresso alle attività culturali senza una grande spesa. Sarebbe fondamentale l’aiuto di sponsor italiani ed esteri che investano sul “business culturale” ma spesso questo è possibile solo per i grandi poli museali o solo per la grandi mostre allestite in città che già beneficiano di un introito turistico sovrabbondante. Il problema resta invece per i piccoli siti, le città meno conosciute o di confine.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Parlerei piuttosto di realtà virtuale PER i musei nel senso che questo tipo di realtà deve essere utilizzata PER aiutare il visitatore di un museo a capire ciò che non vede, serve a ricreare uno spazio che non esiste più e che difficilmente un museo può offrire. Cercare di contestualizzare un reperto archeologico reale in un ambiente virtuale può solo aiutare a comprenderne l’importanza: lo studio del contesto è uno degli elementi fondamentali che differenzia un archeologo da un non archeologo. Ricordo che la Comunità Europea ha finanziato il progetto Mosaic (Museums Over States And Virtual Culture) che fornisce la possibilità di accesso ad una rete informatica che collega musei e gallerie di vari paesi agli utenti.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Credo che la divulgazione delle scoperte archeologiche sia fondamentale per lo studio di questa disciplina. Senza divulgazione non si aprono scenari dialettici, non si da avvio a nuovi confronti e nuovi studi che, nel nostro campo, sono di enorme importanza per ricostruire il grande puzzle del “Passato”. Personalmente sono autrice di più di 170 pubblicazioni e collaboro con le principali testate specializzate italiane ed estere, quindi credo di contribuire in maniera soddisfacente alla comunicazione dello studio archeologico.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Il problema è che non esiste una tradizione in questo campo.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Ci sono riviste di settore che contribuiscono in modo esaustivo alla divulgazione delle nuove scoperte e dei nuovi studi anche se spesso focalizzano l’attenzione sempre sui grandi temi, senza approfondire l’attenzione su studi sperimentali o su luoghi di confine che pure hanno contribuito alla formazione della nostra storia archeologica.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Personalmente non sono contraria, ma dipende sempre dalle modalità in cui si effettua.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. La “Legge Ronchey” (Legge 14 Gennaio 1993 n°4) ha introdotto una svolta nella gestione dei musei che si sono trovati a dover aggiornare le proprie strutture proprio per dare risposta adeguata ai mutati comportamenti sociali. Questa legge ha rappresentato il punto di partenza di un reale avvicinamento dell’offerta alla domanda museale e della transizione verso il museo azienda. I musei debbono essere strutturati per raggiungere risultati di eccellenza non soltanto nelle funzioni tipiche del museo ma debbono essere anche in grado di sviluppare in maniera adeguata attività complementari e di supporto.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. In realtà non lo sono mai stati.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Lo scavo è utile se è mirato ed a volte è indispensabile, ma non bisogna esagerare; dicasi lo stesso per i depositi, non c’è contrapposizione.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Purtroppo non sono previste agevolazioni a seguito di donazioni di beni mobili: «Le persone fisiche possono portare in detrazione dall’Irpef nella misura del 19%, le erogazioni liberali per attività culturali ed artistiche» (dal Testo unico imposte sui redditi, TUIR art. 15, comma 1 lett. i). Un’indagine del Ministero dei Beni Culturali con l’Associazione Civita dimostra che molti di pi sarebbero i donatori, oggi stimati il 5,6 % della popolazione, se le condizioni fossero favorevoli.

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