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Intervista all’archeologa Chiara Destro

L’archeologa Chiara Destro è dottoranda presso la Scuola di Dottorato in Studio e Conservazione dei Beni Archeologici e Architettonici dell’Università degli Studi di Padova. L’abbiamo intervistata per voi. 

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureata nel 2006 presso l’Università degli studi di Padova con tesi in Topografia Antica dal titolo “La via Annia per Padova: tradizioni, credi analisi”. Nel 2008 ho conseguito la Laurea Magistrale con tesi in Archeologia ed Architettura romana dal titolo “La decorazione architettonica di età romana dal complesso San Gaetano – ex Tribunale, Padova”. Dal 2010 sono dottoranda presso la stessa Università con Progetto di ricerca dal titolo “Decorazione architettonica e complessi edilizi pubblici nella X regio fra età di romanizzazione ed età giulio-claudia”.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho sempre collaborato in progetti di scavo archeologico e studio con l’Università di Padova e con la Soprintendenza peri i Beni Archeologici del Veneto.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Studio la decorazione architettonica pertinente edifici pubblici di siti della X regio. Collaboro al progetto di ricerca “Aquae Patavinae”, per la creazione del parco archeologico di Montegrotto Terme e la creazione del Museo del Termalismo, come ricercatrice e come archeologa.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università Degli Studi di Padova.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. I progetti sono tutti importanti ed interessanti. Forse lo studio del materiale archeologico conservato al Museo di Tripoli è stato il più “esotico”.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Il cantiere archeologico di Montegrotto Terme.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Attualmente no, ma non le rifiuterei.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Trasmettere il lavoro dell’archeologo, non solo la passione.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Si dice che stiamo attraversando un periodo di crisi, e anche il mondo dell’archeologia non è un’isola felice.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Sicuramente la riqualificazione di molte aree archeologiche del nostro paese; la divulgazione dei risultati delle ricerche ad un pubblico di non esperti, per permettere un approccio diverso, più cosciente, al patrimonio; infine la maggiore valorizzazione dei nostri siti a livello locale, nazionale, internazionale.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Il patrimonio storico archeologico, quello museale e quello della ricerca.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Ad apprezzare la nostra storia. In alcuni paesi occidentali che ho visitato ho visto nascere un museo intorno alle fondazioni del muro di un edificio romano. Nel nostro paese forse l’abitudine ad avere la nostra storia “sotto il naso” in quasi tutte le città ci ha fatto dimenticare chi siamo stati.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Sinceramente non saprei, ognuno dovrebbe avere l’intelligenza di cogliere ciò di cui ha bisogno per migliorare.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Non credo sia una questione di dare qualcosa. Se ciascuno portasse avanti il proprio lavoro con coscienza anche l’archeologia potrebbe trarne immensi vantaggi.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Assolutamente si. A volte si pubblicano dati di scavo accurati ma a distanza di anni dall’inizio dei lavori. E così risultano già sorpassati.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Tanti e non tutti valorizzati. Vi sono delle vere chicche in piccoli siti sconosciuti ai grandi
circuiti, ed altri invece che si sono adagiati sugli allori.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Lo sforzo deve essere collettivo, e il primo passo dovrebbe essere fatto dalla popolazione locale: in quanti siamo stati visitatori del Museo Civico della nostra città? Creare iniziative e visite per i cittadini, coinvolgendoli in una visita che possa trasmettere cultura e non solo sterili nozioni storiche ed accademiche.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Difficile stabilirlo. Personalmente, mi è capitato di pagare mal volentieri il biglietto ridotto grazie alla mia qualifica di archeologa per accedere a un Museo Archeologico Nazionale, soprattutto quando la visita mi ha trasmesso non solo cultura ma gioia. Capisco però che non tutti hanno le possibilità economiche per permettersi più visite ai Musei o per il cosiddetto hobby della cultura.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Utile, utilissima se realizzata in modo corretto. Quando si creano macchine che non tutti riescono ad utilizzare, diventano uno spreco e spesso non sono usufruite. Ben venga la ricostruzione virtuale di monumenti e città.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Non sempre facile. Il nostro spesso è considerato un lavoro di nicchia, e non sempre è considerato un lavoro! I giornalisti sono affascinati dalla scoperta, ma spesso non trasmettono il lavoro che ci sta dietro.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. A livello nazionale direi di si, ma sempre in ambito Accademico.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Solo quelle specifiche e serie, ovviamente.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. In alcuni casi può essere una soluzione per liberare ad esempio i magazzini delle nostre Soprintendere da milioni di anfore recuperate! In generale no, i beni Archeologici e Artistici in generale devono essere patrimonio di tutti.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Assolutamente si. Qualunque tentativo di svecchiare la burocrazia del nostro paese è un passo verso la modernizzazione.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Non sempre adeguati ai progetti.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. La quantità di dati accumulata negli anni richiederebbe in molti casi una pausa e lo studio e divulgazione dei risultati

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Si.

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