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Intervista all’archeologa Gabriella Gasperetti

La Dottoressa Gabriella Gasperetti è Archeologo direttore coordinatore della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro. La abbiamo intervistata per voi. 

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Maturità classica presso il Liceo Classico Antonio Genovesi di Napoli nel 1978, Laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II nel 1984, Frequenza della Scuola di Specializzazione in Archeologia classica dell’Università degli Studi di Lecce

D. E il suo percorso professionale?
R. Archeologa collaboratrice della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Napoli e Caserta e della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria (1982-1986);
componente del gruppo di studio del Prof. Alfonso de Franciscis, Università di Napoli, per lo scavo della villa romana del Naniglio di Gioiosa Jonica (RC) (1982-1990);
componente del consiglio di amministrazione della cooperativa New Archaeology di Napoli (1982-1990);
archeologo coordinatore di gruppo nel progetto Eubea, Consorzio Pinacos di Napoli (1986-1990);
archeologo direttore responsabile dell’Ufficio Archeologico di Teano e delle sedi di Mondragone e Sessa Aurunca della Soprintedenza (1990-1999);
componente della missione italiana a Iasos di Caria (Turchia) (1992);
componente del progetto per lo scambio di funzionari Italia-Francia, con missione nel distretto Costa Azzurra-Alpi-Provenza (1994-1995);
archeologo direttore, poi coordinatore, responsabile della tutela delle coste nord-occidentali della Sardegna, poi del servizio per l’archeologia subacquea e del territorio della Planargia (NU-OR) e del Logudoro occidentale (SS) (2000-oggi).

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Della tutela archeologica nei territori comunali di Bosa, Magomadas, Montresta, Modolo, Flussio, Tinnura, Suni, Sindia, Romana, Monteleone Roccadoria, Villanova Monteleone;
della tutela archeologica del territorio marino compreso tra Magomadas (OR) e Trinità d’Agultu (OT);
del coordinamento del servizio per l’archeologia subacquea della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Sono funzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Sono molti: in Campania, negli anni ’90, l’apertura del Museo Archeologico Statale di Teanum Sidicinum; gli scavi con fondi europei P.O.F.E.S.R. dei teatri di Teano e Sessa Aurunca; l’archeologia preventiva per i lavori del Treno ad Alta Velocità Roma-Napoli. In Sardegna, il progetto per l’apertura del Museo Archeologico di Bosa e della Planargia, ancora in corso, e il progetto per la tutela del sito archeologico sommerso di Cala Reale all’Asinara.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Tra i più urgenti c’è il Museo di Bosa e i progetti di recupero di importanti monumenti archeologici, quali il Nuraghe Appiu di Villanova Monteleone (SS) e il Nuraghe Nuraddeo nel Comune di Suni (OR)

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Al momento no, ma sarebbe molto utile il confronto con le ricerche dei colleghi francesi e spagnoli sui ritrovamenti sottomarini, visto l’andamento delle rotte e dei relativi naufragi nel Mediterraneo occidentale.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Dal punto di vista professionale, riuscire finalmente a convincere la gente che l’archeologia è lavoro, ed è un lavoro qualificato e “sostenibile”, nel senso che non consuma territorio e risorse ambientali, come altri mestieri;
dal punto di vista personale, vedere crescere serenamente e in salute mio figlio Antongiulio, assieme a suo padre Antonio, naturalmente!

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Cosa dire? Come dipendenti statali siamo messi molto male, con tagli spaventosi anche delle risorse minime per la sopravvivenza del personale e degli uffici, non se ne parli per la tutela sul territorio; solo per citare un esempio di vita lavorativa quotidiana, sto consumando la mia quarta automobile per poter fare i sopralluoghi, le direzioni dei lavori, etc., in una regione come la Sardegna, che non è dotata di trasporti pubblici idonei, a fronte di un territorio vasto e molto complesso per morfologia.
Inoltre, gli stipendi sono appiattiti verso il basso e non c’è praticamente alcun incentivo per la realizzazione di progetti anche molto complessi e con grandi responsabilità finanziarie, civili e penali.
Per quanto riguarda i colleghi che lavorano privatamente, nonostante la buona legge di tutela di cui disponiamo, il Decreto Legislativo 42 del 2004, che, tra l’altro, ha introdotto la procedura per l’archeologia preventiva in occasione di lavori pubblici, creando grande opportunità di lavoro, la mancanza di un albo professionale e la dipendenza pressochè totale dalla committenza pubblica, le Soprintendenze e, non dovunque, Regioni, Province e Comuni, fanno sì che, salvo rari casi, non ci sia alcuna possibilità di organizzare la propria vita lavorativa al di là della spietata rincorsa all’incarico temporaneo, che generalmente viene dato a chi offre il prezzo più basso.
Probabilmente vivono condizioni retributive migliori i colleghi che intraprendono la carriera universitaria, ma sono pochi e soffrono anch’essi dei tagli di risorse per la ricerca.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Per l’archeologia, una è quella delle risorse economiche, come ho accennato; vedo anche con preoccupazione il desiderio di ripresa dell’”economia del mattone”, che ha già scempiato la stragrande maggioranza delle coste del sud, e non solo. Un altro problema “storico” per gli archeologi è quello della comunicazione: per questo abbiamo tutto da imparare dai moderni mezzi di comunicazione, ricordando che viviamo nell’era della globalizzazione, che non serve solo per rifornire gli Stati occidentali di merci a costo zero o quasi, ma anche per far conoscere gli aspetti migliori di un paese e delle sue risorse culturali.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Per l’Italia è facile: la natura (quella che ci hanno lasciato e finchè dura), l’indissolubile rapporto tra questa e l’azione dell’uomo nel tempo (credo unico in tutto il globo per densità e qualità), le capacità intellettive dei nostri giovani.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. A proteggere e valorizzare le tre peculiarità di cui sopra.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Il nostro modo di vivere e di affrontare (e risolvere) i problemi.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Il patrimonio archeologico, dalle più alte manifestazioni artistiche alle più semplici testimonianze di vita quotidiana, è parte integrante della nostra comunità; è un bene e una risorsa di tutti e per tutti, come l’istruzione e la cultura in generale. Penso sia dovere delle Istituzioni pubbliche, lo Stato per primo, fare in modo che questi beni restino disponibili per tutti, abbienti e non, oggi e in futuro.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Tocchiamo una nota dolente: secondo me sì, nel senso che il nostro lavoro è pubblico ed i suoi risultati devono essere disponibili in tempi ragionevoli; d’altra parte, i funzionari delle Soprintendenze sono afflitti da un peso burocratico spesso eccessivo, che sottrae tempo allo studio.
La soluzione, probabilmente, sta nel lavoro di gruppo, con il quale le varie competenze specialistiche possono concorrere al risultato finale; anche per questo, naturalmente, ci vuole un minimo di risorse economiche per la schedatura, la documentazione, la stampa, e magari la prestazione intellettuale…..

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. In genere molto belli, talvolta eccezionali per strutture e contenuti. Risentono più degli uffici della mancanza di risorse, credo che la maggior parte sarebbero quotidianamente a rischio di chiusura, se venissero meno gli sforzi e le acrobazie organizzative dei direttori e del personale.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Secondo me bisogna spingere sulla comunicazione, usare molto di più il web e fornire traduzioni dei contenuti didattici almeno in lingua inglese; piace molto agli utenti anche la “contaminatio” tra la sede museale e diverse forme di espressione artistica; anche i laboratori didattici e sperimentali riscuotono grande interesse, soprattutto tra i ragazzi.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Altra nota dolente: preferirei l’accesso libero alle manifestazioni culturali, ma occorre trovare altre fonti di finanziamento e si corre il rischio di trattare i beni culturali come prodotti. Realisticamente, non credo che in Italia avremo la possibilità di accesso gratuito ai musei, eccetto che per le categorie alle quali è già concesso. A proposito: vorrei sollecitare l’applicazione di questi diritti anche per gli Enti locali e i soggetti privati che organizzano mostre e manifestazioni culturali o che gestiscono i musei; si verifica spesso il paradosso che lo stesso personale statale che ha lavorato per un’esposizione sia costretto a pagare il biglietto per poterla visitare.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Sì, certamente, è un supporto utile a suggerire ambientazioni non realizzabili nel museo o ad accompagnare la visita.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Va sicuramente potenziato, per i motivi già accennati.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Non abbastanza, dobbiamo rinunciare definitivamente alla torre d’avorio.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Quelle specializzate sì, nelle altre non mi sembra ci sia spazio per l’argomento, tranne che nel caso di scoperte eccezionali.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Positivo, con le regole già presenti, ma non massificabile.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Si, certamente, è praticamente confluita nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, dovrebbe essere utilizzata di più, anche per fare cassa…

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Ma no, ovviamente!

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Meglio fare tutto, l’archeologia è lavoro, come il restauro e la conservazione dei beni ritrovati.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Si, certamente. Ma la gente lo sa?

1 Commento su Intervista all’archeologa Gabriella Gasperetti

  1. Ho conosciuto personalmente e collaborato professionalmente con la d.ssa Gasperetti all’epoca dei nostri trascorsi presso la Soprintendenza Archeologica di Napoli.
    So bene del suo valore di archeologa e della grande passione che mette al servizio di questa disciplina.
    La circostanza mi è particolarmente gradita per inviarle un caro saluto,confidando in un suo riscontro.

    si

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