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Intervista all’archeologa Monica Miari

miari

Abbiamo intervistato per voi la Dottoressa Monica Miari, archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna.D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Dopo la laurea in Lettere Classiche, conseguita presso l’Università Statale di Milano (cattedra di Etruscologia e Archeologia Italica), ho frequentato la Scuola Nazionale di Roma, conseguendo il Diploma di Specializzazione in Archeologia (cattedra di Paletnologia). Il percorso formativo si è infine concluso con il Dottorato in Archeologia (IX Ciclo – Università degli Studi di Milano e Perugia).

D. E il suo percorso professionale?
R. Durante gli anni di studio e di specializzazione ho sempre partecipato a numerose campagne di scavo sia con l’Università (in particolare in Etruria), sia in qualità di operatore con le società di archeologi professionisti, lavorando in particolare negli scavi urbani di Milano.
Dal 2003 al 2007 ho rivestito l’incarico di docente nel Corso di Diploma in “Discipline della valorizzazione dei Beni Culturali” dell’Accademia di Belle Arti di Brera e nell’ambito del Master in “Scienze per i Beni Culturali Archeologici” organizzato dal Dipartimento di Scienze della Terra di Milano.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Dal 1999 sono Archeologo Direttore Coordinatore presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna con incarichi di responsabile della tutela della Provincia di Piacenza; Direttore dell’Area Archeologica e Antiquarium di Veleia (dal 2002); responsabile specialistico per la protostoria delle province di Forlì, Ravenna, Rimini (dal 2004).

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Io lavoro per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ma come tutti i miei colleghi ho stretti rapporti di collaborazione sia con gli Enti locali (Comuni, Province e Regione) sia con l’Università, come nel caso dello scavo del Garampo, sia con altre istituzioni operanti nel settore dei Beni Culturali.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Ogni scavo archeologico, dal momento della scoperta a quello della sua pubblicazione.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Portare a termine il nuovo allestimento dell’Area Archeologica di Veleia.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Attualmente non ho collaborazioni professionali, ma solo contatti di studio e ricerca.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Ovviamente … la scoperta del secolo!

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. L’archeologia italiana oggi mostra un quadro di forti contraddizioni, divisa com’è tra spinte innovative spesso divergenti e criticità croniche dovute alla carenza di fondi e di personale.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Restauro delle aree archeologiche; tutela dei giacimenti archeologici sepolti; valorizzazione del patrimonio museale.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. In primo luogo le risorse umane: l’archeologia italiana è ricca di professionisti preparati e motivati le cui potenzialità rimangono inespresse per mancanza di prospettive e incentivi professionali; il patrimonio archeologico diffuso sul territorio, dai musei alle aree archeologiche; il paesaggio storico.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La capacità innovativa e dinamica.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. La nostra esperienza, maturata vivendo ed operando in un paese unico al mondo per la sua ricchezza archeologica, sia in termini di qualità che di quantità.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Il primo impegno è e deve restare pubblico (Stato ed Enti Locali), ma sarebbe positivo incentivare anche l’impegno economico privato.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Sì, ma avendo le risorse adeguate per studiare, catalogare e restaurare i materiali di scavo

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Un tesoro inestimabile con forti necessità di rinnovamento.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Creando rapporti di fidelizzazione con il pubblico quali organizzazione di mostre, conferenze, rotazione espositiva delle opere, percorsi didattici mirati per fasce di età e tipologia di utenza.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Si tratta di due realtà, quella italiana e quella britannica, difficilmente paragonabili. Il punto fondamentale è che la cultura deve essere accessibile a tutti, con modalità diverse a seconda delle circostanze. Per fare un esempio: pochi ricordano che in Italia i Musei e le Aree archeologiche sono gratuite per tutti gli studenti in età scolare.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. E’ indubbiamente utile, in grado di attirare nuovo pubblico e di fare presa sulle nuove generazioni, purché non sostituisca l’oggetto reale e sia sempre chiara la distinzione tra “ricostruzione” e realtà.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Un rapporto fondamentale, ma talvolta critico, a causa dell’eccessiva tendenza ad ammantare di “mistero” e sensazionalismo la notizia

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Oggi più di ieri.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Sì, indubbiamente.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Se per affidamento dei beni archeologici ai privati si intende il coinvolgimento di soggetti privati nella gestione dei Musei e delle Aree o Parchi Archeologici, non vi è una risposta univoca. Non si tratta cioè di dire sì o no all’ingresso dei privati ma di capire il come.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Ha portato un rinnovamento significativo, anche se non sufficiente. Il Codice dei beni Culturali ne ha quindi recepito lo spirito, cercando nel contempo di renderla più attuale.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Purtroppo sono di gran lunga insufficienti.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Non si tratta di un’alternativa reale: in regioni come l’Emilia Romagna la quasi totalità degli interventi è rappresentata da scavi “di emergenza”: non scavare equivarrebbe a bloccare le grandi infrastrutture e lo sviluppo territoriale. Si devono quindi trovare le risorse per procedere allo studio e alla valorizzazione degli scavi passati e contemporaneamente proseguire nel lavoro di tutela e recupero del nuovo.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Senza dubbio.

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