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Intervista all’archeologa Patrizia Di Cosimo

archeologa Patrizia Di Cosimo

Nome e cognome: Patrizia Di Cosimo
Qualifica: Direttrice ‘Progetto Takesi’, Università di Bologna
Professione: Archeologa
Recapito: patrizia.dicosimo@unibo.it

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Sono Dottoressa in Lettere Classiche presso l’Università di Bologna, con una tesi sull’arte rupestre dell’Arcipelago di Solentiname in Nicaragua. Ho seguito corsi di formazione presso il ‘Centro Camuno di Studi Preistorici’ della Valcamonica e partecipato ai campi di lavoro del ‘Centro Italiano Studi e Ricerche Precolombiane’ nel sito di Cahuachi della Cultura Nasca in Perù. Ho partecipato al corso di ‘Operatrice alla Cooperazione allo Sviluppo sul campo con competenze di Genere’, Associazione Orlando (Bologna).

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho lavorato come responsabile della ricerca sull’arte rupestre dell’Arcipelago di Solentiname (Nicaragua) dal 1995 al 1998, all’interno del progetto SIAPAZ, nel quale ho collaborato anche alla realizzazione del MUSAS, Ecomuseo dell’Arcipelago, con l’elaborazione della museografia della Sala di Archeologia (2007). Nell’ambito museografico ho realizzato il progetto per il museo interpretativo della strada preispanica del Takesi (Regione Sud Yungas di La Paz, Bolivia) del Municipio di Yanacachi, per conto della Fundación Taquesi della Hidroelectrica Boliviana, e partecipato all’esposizione “Il Sacro e il Paesaggio”, organizzata dal Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell’Università di Bologna (2002). Sono responsabile dal 2001 a tutt’oggi del ‘Progetto Takesi’ in Bolivia, per conto del Dipartimento di Storie e Metodi della Conservazione dei Beni Culturali, Polo Scientifico Didattico di Ravenna (Università di Bologna). Il progetto studia la rete viaria preispanica e i siti archeologici ad essa associati, della regione Sud Yungas di La Paz. Questa ricerca si sviluppa negli ambiti archeologici, antropologici ed etnostorici, e conta con la collaborazione di istituzioni e professionisti boliviani. Ho partecipato e diretto diversi scavi d’emergenza in Italia (1990-2007), soprattutto a Bologna e provincia, per conto di diverse ditte. Sono stata Docente a contratto presso l’Università di Bologna, nei corsi di ‘Civiltà Indigene d’America’ ed ‘Ecologia Preistorica’, ed ho organizzato e diretto un corso intensivo sull’arte rupestre presso la Universidad Nacional Autónoma de Nicaragua (1998), e docente di ‘Archeologia Generale’ della Università Mayor de San Andrés di La Paz (Bolivia) nel 2011.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Dirigo il ‘Progetto Takesi’ dell’Università di Bologna, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri d’Italia, e sto promuovendo un nuovo progetto ‘Ruta del Illimani’, in collaborazione col Municipio di Irupana (Regione Sud Yungas di La Paz, Bolivia), l’associazione boliviana ACUDE (Asociación de Consultores para el Desarrollo) e le comunità aymara della zona, che prevede ampliare le ricerche archeologiche della regione, la valorizzazione e il restauro di siti archeologici monumentali e strade preispaniche, con la finalità anche di sviluppo di un circuito turistico di tipo comunitario, ecologico e sostenibile.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Dipartimento di Storie e Metodi della Conservazione dei Beni Culturali, Polo Scientifico Didattico di Ravenna, Università di Bologna.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Il ‘Progetto Takesi’.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Ideazione e realizzazione dell’esposizione ‘Chungamayu: Patrimonio al este del Illimani’, per conto della CAF (Corporación de Fomento Andina) nella città di La Paz (Bolivia), sugli studi del ‘Progetto Takesi’ e sulla sensibilizzazione, rivolta alla società boliviana, sul valore del Patrimonio archeologico.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Vedi sopra.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Valorizzare e rendere fruibili al pubblico i siti archeologici del Municipio di Irupana (Regione Sud Yungas di La Paz), una zona con prevalenza di popolazione aymara, economicamente depressa e marginale, all’interno di un’azione di sviluppo sostenibile, che preveda la gestione dei siti e di un circuito turistico da parte delle comunità originarie.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Nonostante le eccellenti professionalità del mondo accademico e non, si è trasformata quasi per completo in un’archeologia d’emergenza, nella quale i tempi e i budget dell’esecuzione delle opere non coincidono (se non in rari casi) con le esigenze scientifiche e metodologiche della scienza. Penso anche che vi si ancora poco interesse per le archeologie di paesi extraeuropei e una chiusura ancora percettibile verso l’archeologia preistorica. D’altro canto vi sono esempi eccellenti, come i caso della Regione Valle d’Aosta, dell’integrazione delle ricerche archeologiche con piani di sviluppo territoriale e riappropriazione identitaria da parte delle comunità locali.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Un albo nazionale della professione.  Più contributi pubblici, con partecipazione dei privati.  Maggiore compromesso sociale e restituzione delle conoscenze e dati alle comunità locali.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Il senso comune del valore storico e identitario del patrimonio.  Competenze, innovazioni tecnologiche e fondamenti metodologici di lunga data.  Entusiasmo e curiosità dei giovani studenti e professionisti.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Attenzione e compromesso delle istituzioni pubbliche.  Complementare le ricerche archeologiche con interventi di conservazione, restauro e posta in valore del patrimonio.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. L’approccio non rigido e una certa visione integrale e profondamente storica del passato.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Sicuramente le istituzioni pubbliche, a partire dal Ministro preposto, e le amministrazioni locali in particolare, che dovrebbero disegnare piani integrali di sviluppo del territorio, posto che i beni patrimoniali in Italia sono la maggiore ricchezza di cui disponiamo. Le università dovrebbero attuare in più stretta collaborazione con le comunità locali e attuare una maggiore diffusione dei risultati delle ricerche, rendendole accessibili a un pubblico vasto. Anche i privati e i cittadini in generale dovrebbero apportare risorse e capacità umane.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Ci vorrebbe certo, come etica professionale, ma non sempre è possibile, soprattutto nel panorama dell’archeologia d’emergenza, dove non è quasi mai contemplata la pubblicazione dei dati.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Alcuni sono esempi eccellenti di gestione patrimoniale e proposte museologiche e museografiche originali. Percepisco d’altro canto una sproporzione d’investimenti, tra alcuni musei fin troppo esorbitanti ed eccessivi nelle loro realizzazioni, ed altri lasciati completamente in abbandono. Nell’attuale congiuntura economico-politica la situazione diventa allarmante, e la chiusura di musei, così come di altre istituzioni culturali, è un segnale di profondo degrado della qualità della vita sociale in generale.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con un’azione continua di educazione e divulgazione dei temi culturali, soprattutto con il coinvolgimento delle scuole, che renda veramente vive e attuali le collezioni. Bisognerebbe inoltre aprire a sempre nuove interpretazioni e nuovi punti di vista sul patrimonio tangibile e intangibile, tenendo in conto la presenza di portatori di variegate culture provenienti da tutto il mondo all’interno del territorio nazionale.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. L’accesso alla cultura dovrebbe essere libero ed accessibile a tutti.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Sì, bisogna appropriarsi delle infinite possibilità che offrono le recenti tecnologie, soprattutto per ricostruire scenari e contesti del passato, e penso che il loro utilizzo più intelligente sia da ricercare nelle soluzioni di maggiore interattività con il pubblico, così come nella potenzialità di poter maneggiare una grande quantità di dati in poco spazio. Tutto questo senza perdere il contatto con l’oggetto materiale che è il fondamento della conoscenza sul passato.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. E’ fondamentale, come esposto in precedenza.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Vi sono buoni esempi di divulgazione, a volte troppo sensazionalistica o lasciata alla buona volontà e capacità individuali. Bisognerebbe includere materie di studio nel campo della comunicazione, all’interno del corso di studi accademico.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Certe riviste sì.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. A volte sembra essere l’unica via di riscatto dei beni archeologici e del patrimonio in generale. Certo bisognerebbe attuarlo sotto strette norme di gestione e restituzione di benefici alla collettività.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. No.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Conoscendo l’enorme quantità di reperti immagazzinati, sarebbe bene riscattarli e studiarli, applicando le nuove tecnologie e metodologie di studio che renderebbero possibile l’acquisizione di nuove informazioni.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Sì.

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