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Intervista all’archeologa Sabina Magro

Sabina Magro è un’archeologa specializzata in didattica museale, presidente dell’associazione culturale Studio D, e si occupa di archeologia didattica museologia. L’abbiamo intervistata per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Ho studiato lettere antiche a Padova e mi sono laureata con tesi in archeologia preistorica a Genova. In seguito ho approfondito la specializzazione in didattica archeologica presso l’università di Roma.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho lavorato in survey e scavi archeologici, ho partecipato a diversi progetti di valorizzazione archeologica per infine inserirmi nel gruppo di lavoro che si occupa dei servizi educativi del Museo Nazionale Atestino di Este, prima fondamentale tappa di una formazione ancora in corso.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Sono presidente dell’associazione culturale Studio D e curo i servizi educativi di diversi musei del Veneto.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Premesso che non lavoro mai da sola, la nostra associazione collabora con quattro musei nazionali e due musei civici, con la Soprintendenza Archeologica del Veneto e con l’Università di Padova per la valorizzazione dei Beni Culturali, in particolare archeologici.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Ci sto lavorando…

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Servizi educativi per i musei archeologici che sappiano parlare a tutti, non solo al pubblico degli studiosi, del turismo scolastico e degli appassionati, pur mantenendo un rigoroso rispetto e divulgando una corretta conoscenza del nostro grande patrimonio archeologico.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Per ora no , ma non escudo di averle.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Ci sto lavorando…

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Incredibile patrimonio, grandi personalità scientifiche che si dedicano alla ricerca, poca ricaduta “sociale” e molto lavoro da portare a termine.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Rispettare le indicazioni e le competenze stabilite dal Codice dei Beni Culturali, coordinare le risorse sia intellettuali che economiche, godersi il piacere di tanta bellezza.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R.I contesti dove l’opera della natura e dell’uomo s’integrano con armonia, la raggiungibilità e la fruibilità dei musei e dei parchi archeologici, le cosiddette risorse umane cioè il coinvolgimento di personale motivato ed esperto.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Possiamo imparare molto ma la realtà italiana è talmente ricca e complessa che deve trovare un modello costruito ad hoc.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. La passione e la costanza del nostro lavoro per l’archeologia…

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Tutti possiamo dare di più.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Scavare bene e pubblicare bene comporta tempo…e dipende molto anche da quale destinazione hanno le pubblicazioni.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Belli, tanti, forse troppi?

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Molte sono le vie e solo da pochi anni ci siamo messi veramente in cammino.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Non è la cultura che deve essere a pagamento ma i servizi che servono a diffonderla. Diversi musei d’Italia, penso ad alcune realtà piemontesi e trentine, hanno raggiunto risultati di qualità non inferiori alle tanto pubblicizzate attività britanniche

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. La realtà virtuale ci appartiene, è uno strumento di comunicazione e come tale va usato. Tutt’altra esperienza, sia dal punto di vista emotivo che cognitivo, è entrare in un museo, calpestare aree archeologiche e, quando possibile, toccare un manufatto antico.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. E’ un rapporto fragile, va curato meglio sia da parte degli archeologi che di chi scrive.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Alcuni lo ritengono importante e si sforzano di farlo nel migliore dei modi, altri no.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Vi seguo da un po’ di tempo e mi sembra che la vostra rivista si muova con curiosità e interesse in diversi settori dell’archeologia. Buona continuazione!

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Quello che dice il Codice dei Beni Culturali: è ormai prassi ma deve avvenire sempre sotto la direzione scientifica e la verifica delle istituzioni competenti.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. E’ una legge poco conosciuta e non sempre rispettata.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R.I fondi a disposizione non bastano, come quelli per la ricerca scientifica, medica in particolare, l’istruzione e molti altri settori del nostro vivere contemporaneo. Bisogna però ricordare che alcuni privati in forma di fondazioni bancarie e aziende stanno facendo moltissimo e nel Veneto ne abbiamo diversi esempi tangibili.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Perché dover scegliere tra queste attività? L’importante è che procedano e vadano tutte a passo l’una con l’altra.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Ovvio, anche se ciò va regolamentato con chiarezza.

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