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Intervista all’archeologo Alessandro Boninsegna di Historia

 Historia S.n.c

L’archeologo Alessandro Boninsegna è Amministratore di Historia S.n.c., un’associazione culturale da lui fondata nel 1999 che si propone la valorizzazione del patrimonio culturale attraverso l’organizzazione di mostre e convegni, la proposta di servizi aggiuntivi e didattici ai musei e l’ideazione di percorsi turistici.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Dopo il liceo scientifico, a Bologna, mi sono iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Alma Mater. Ho fatto alcuni cambi d’indirizzo ed alla fine mi sono iscritto a Storia Antica presso la medesima università.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho fatto i primi scavi sotto la Direzione del Prof. Vitali, dell’Università di Bologna, a Monte Bibele. In seguito ho scavato con le università di Bologna (Anagni, Pantelleria), Ferrara (Riparo Tagliente, Vr) e Roma – La Sapienza (Broglio di Trebisacce, Cs), oltre che con diverse cooperative. Nel 1999 ho fondato Historia S.n.c. e, dal 2003, lavoro solo per la mia società.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Historia si occupa di valorizzazione di Beni culturali, in particolare di musei (gestione servizi aggiuntivi e didattica), ma anche di organizzazione di mostre, convegni e giornate di studio, redazione di guide turistiche ed ideazione di percorsi turistici ai Beni culturali, ecc. Lavoriamo in alcuni musei dell’Emilia Romagna e del Lazio.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Lavoriamo principalmente con Enti pubblici, come Comuni e Parchi Regionali.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Sono innamorato del mio lavoro, quindi, per me, sono tutti importanti. Più che l’importanza, mi intrigano i progetti “difficili” come, ad esempio, valorizzare un piccolo museo di un minuscolo Comune in Provincia di Frosinone, Vallemaio. Da un punto di vista più “concettuale” mi sembra rivoluzionario un altro nostro progetto, “Doposcuola in Museo”, con cui cercare di riavvicinare i più giovani ai musei, facendoglieli vivere non più come luoghi noiosi, polverosi, ma come una sede dove fare i compiti e divertirsi, un posto quindi vivo, vivace e perfettamente inserito nella realtà civica e civile dei comuni dove sarà portata avanti la nostra proposta.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Sicuramente “Tutti al Museo.. in Spiaggia”: porteremo i laboratori didattici che normalmente sono rivolti alle scuole, direttamente presso alcuni stabilimenti balneari della costa ferrarese. In questo modo vogliamo far conoscere sia l’entroterra estense, poco conosciuto, sia il Museo civico di Belriguardo, a Voghiera, dove ci occupiamo dei servizi aggiuntivi e della didattica.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Al momento no, ma…………….

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Vedere i Beni culturali diventare (finalmente) l’industria più importante dell’Italia, con la possibilità per tanti giovani laureati di avere un lavoro “normale”.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Dopo anni di anarchia e lotte intestine, credo che adesso alcune cose stiano cambiando.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Solo tre? Ce ne sono a bizzeffe: dalle baronie universitarie ad una carenza di rappresentanza ufficiale degli archeologi, da una perenne divisione degli archeologi tra di loro ai fondi distribuiti a pioggia (per emergenze o per conoscenze), da una burocrazia soffocante ad una legislazione, in alcuni casi, penalizzante. Penso si dovrebbe pensare di iniziare ad esaminare soprattutto l’aspetto legislativo: 1) Quello che vien guadagnato dal MIBAC (ad esempio: i biglietti d’ingresso ai musei statali ed alle aree archeologiche) deve restare al MIBAC. In pratica: quello che si ricaverebbe, ad esempio, dalla vendita dei biglietti d’ingresso a Pompei (parliamo di circa 16 milioni di Euro annui), rimarrebbe al Ministero dei Beni Culturali; 2) MIBAC deve riconoscere i musei civici (al momento riconosce solo i musei statali) e, se possibile, aiutarli; 3) Impiegare professionalità adeguate, e pagate, all’interno dei progetti culturali: in Italia non ci sono solo architetti, ma anche archeologi, restauratori, operatori museali e didattici, ecc.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Se si intende una peculiarità italiana, allora ne basta una: la nostra cultura (storica, artistica, archeologica, architettonica, gastronomica, enologica, ecc.). Il resto (professionalità adeguate, organizzazione, progetti di studio e ricerca, ecc.) verrebbe di conseguenza. Il difficile, semmai, è farlo capire agli italiani ed alle istituzioni pubbliche.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La valorizzazione tout court dei BB.CC:  noi italiani abbiamo tanta cultura ma pochissima “cultura della cultura”. Le industrie di Clermont Ferrand, in Francia, hanno superato la crisi economica grazie alle politiche messe in atto dall’amministrazione comunale supportate dai fondi derivanti dal turismo culturale. Musei come il Louvre o il Metropolitan Musem, da soli, fatturano più di tutti i musei italiani messi insieme.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Ad esempio la preparazione dei tecnici: gli archeologi ed i restauratori italiani sono apprezzati in tutto il mondo.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Gli italiani dovrebbero finalmente capire cos’è l’archeologia ed a che cosa serve. Molto spesso, invece, si sentono commenti del tipo “ma a cosa serve questo scavo? Non si potevano usare meglio questi soldi?”.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Assolutamente si: ci sono docenti che scavano e non pubblicano. A che serve lo scavo allora? Pubblicare vuol dire rendere pubblici dati scientifici che potrebbero essere utili ad altri studiosi. Senza pubblicazioni qualsiasi scienza, quindi anche l’archeologia, diventa un esercizio sterile, fine a sé stesso.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. In moltissimi casi, purtroppo, sono ancora un semplice “contenitore” di oggetti più o meno interessanti. Al contrario dovrebbero essere centri di ricerca, di aiuto e sostegno alla cultura.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Bisognerebbe far rientrare nella vita sociale i musei, rendergli il valore educativo che avevano quando sono stati creati. Proprio da questa esigenza è nato il nostro progetto di Doposcuola al Museo. Sarebbe anche bene cercare una specie di “alleanza” tra museo e scuola, in modo che sin da giovani se ne inizi a capire ed apprezzare l’utilità.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Un saggio Assessore alla Cultura (esistono) poco tempo fa mi ha fatto questo paragone: “vado al ristorante, mangio, soddisfacendo lo stomaco e pago. Vado in museo, soddisfacendo lo spirito, ed è giusto che, anche in questo caso, paghi.” Come dargli torto? Il British ha tolto il ticket in favore di un’offerta libera, decuplicando i ricavi. Ma sono inglesi: in Italia un’idea simile non credo risolverebbe i problemi finanziari di tutti i musei

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Oggi la tecnologia trova un’ampia gamma di possibilità d’impiego all’interno dei musei. In alcuni casi, ad esempio le ricostruzioni virtuali, possono essere utile per far interagire i visitatori col mondo antico, farglielo comprendere meglio. In altri casi l’impiego della tecnologia è utile solo per creare l’”evento” che fa scrivere l’articoletto sul museo. Reputo che anche la realtà virtuale non debba sostituire, ma aiutare, la visita: solo in questo modo sarà utile e non dannosa al museo.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. In Italia siamo caduti, dal livello “Piero Angela”, al livello “Roberto Giacobbo”. Anche nell’archeologia, ormai, si cerca il sensazionalismo più che l’informazione.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Ancora no: spesso ambirebbero a rimanere rinchiusi nella loro bella torre d’avorio, non ritenendo i cittadini degni di capire la funzione ed il significato delle loro ricerche. E fino a quando nessuno gliele spiegherà..

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Alcune si.. se paghi.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Se il controllo e la responsabilità dei beni affidati rimangono pubblici, perché no?

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Credo sia un buon inizio…da diciotto anni.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Non sono sufficienti e sono dati con un criterio emergenziale, di conseguenza l’archeologia è sempre in affanno.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Gli aut aut non sono mai serviti a nulla. Sarebbe meglio creare una sorta di calendario delle priorità: dove c’è bisogno di scavare si scavi, dove c’è da ricercare si ricerchi.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Negli Stati Uniti pare funzionare, insieme però ad altre iniziative. Come sempre noi italiani aspettiamo la ricetta, o il miracolo, che risolva tutti i problemi. Anche rendendo detraibili le donazioni alla cultura, non avremmo risolto automaticamente tutti i problemi finanziari dei beni culturali: ci sarebbero molte altre iniziative da porre in atto per reperire i fondi che facciano funzionare, e bene, musei, siti archeologici, ricerche stratigrafiche, restauri, servizi aggiuntivi e didattici.

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