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Intervista all’archeologo Marco Serradimigni

L’archeologo Marco Serradimigni è dottorando presso il Dipartimento di Scienze Ambientali “G.. Sarfatti” dell’Università degli Studi di Siena. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Diploma di Geometra presso l’I.T.C.G. Cerboni di Portoferraio (Isola d’Elba), Laurea in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali presso l’Università di Pisa con una tesi in Paletnologia_Neolitico (Relatore: Prof.ssa Renata Grifoni Cremonesi)

D. E il suo percorso professionale?
R. Da studente, molti scavi archeologici, principalmente preistorici, e vari studi sui materiali. Dopo la laurea, tre anni a contratto con l’Università di Pisa, la Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo e varie ditte edili per i lavori di controllo archeologico preventivo, poi il Dottorato a Siena.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Attualmente mi occupo dello studio delle industrie litiche scheggiate del Paleolitico superiore (Epigravettiano finale), del Neolitico e dello studio delle Pintaderas (stampi in ceramica del Neolitico).

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Da indipendente, con collaborazioni con l’Università di Pisa, le Soprintendenze Archeologiche dell’Abruzzo e della Toscana, e con l’Università di Siena per il Dottorato.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Almeno due: il Dottorato di ricerca, ancora in corso di svolgimento, sull’industria litica in selce dell’Epigravettiano finale di Grotta Continenza, nel Bacino del Fucino e il Cofin/Miur del 2005 sulla catalogazione degli oggetti di arte mobiliare del Neolitico italiano, coordinato dalla Prof.ssa R. Grifoni Cremonesi e dalla Prof.ssa Lucia Sarti (Siena)

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. A parte proseguire il mio progetto di Dottorato sull’Epigravettiano di Grotta Continenza, portare a conclusione varie pubblicazioni sulle quali sto lavorando, compresi gli interventi al Convegno sul Fucino.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho collaborato con il Prof. H. De Lumley (Institut de Paléontologie Humaine de Paris) per l’allestimento di una mostra sull’arte protostorica a Col di Tenda (Francia) e per la mostra “I primi abitanti d’Europa”, oltre ad aver partecipato ad una Tavola Rotonda a Perpignan sul Gravettiano.
Spero di poter avere altre collaborazioni all’estero, che sono certamente utili per il confronto e la crescita umana e professionale.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Quello di tutti i “precari” (se non addirittura disoccupati), cioè riuscire a continuare a fare questo magnifico lavoro ma con una certa sicurezza finanziaria ed in una struttura che permetta e favorisca lo svolgimento delle ricerche.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Penso che rimanga ancora ad alti livelli, grazie al fondamentale contributo di tutti i nostri maestri e professori. Per certi versi, però, sarebbe necessaria una certa “rinfrescata”, ma le difficoltà non sono poche..

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. La prima, visto che di qui a breve andranno in pensione molti tra Professori e strutturati nei vari Enti, riuscire a dare un lavoro fisso a noi giovani.
La seconda, riuscire a far applicare su tutto il territorio italiano la legge sulla prevenzione archeologica nell’ambito dei lavori pubblici e privati.
La terza, cercare di rendere fruibile al grande pubblico l’archeologia sotto tutti i suoi aspetti, dallo scavo alla musealizzazione, per creare una “cultura archeologica” diffusa come, ad esempio, in Francia.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Dopo la Francia, l’Italia era il paese migliore dove poter fare archeologia (mi riferisco alla preistoria, l’ambito di cui mi occupo); adesso non è più così. Si dovrebbe cercare di far tornare l’Italia ai livelli che le competono. Di conseguenza, vanno valorizzati tutti quei giovani che non hanno niente da invidiare ai colleghi europei ma che sono costretti o a cambiare lavoro o a emigrare all’estero. La terza peculiarità, scontata, è la valorizzazione del nostro patrimonio ambientale/architettonico/archeologico, che non ha eguali nel mondo e che potrebbe dare possibilità lavorative pressoché infinite.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. A valorizzare al meglio le risorse che si hanno.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Senza presunzione, credo che gli italiani abbiano ancora una preparazione generale e metodologica tra le migliori.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Purtroppo dovrebbe essere lo Stato. Ma se siamo in queste condizioni pietose la colpa è proprio di chi ci comanda. In molti paesi i finanziamenti arrivano anche dai privati, ma in Italia siamo ancora troppo indietro sotto questo punto di vista.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Direi di si. Ci sono pubblicazioni, e sono molte, che sono già vecchie, superate, nel momento in cui escono. Per gli scavi, poi, trovo inutile che ci siano siti scavati per anni e anni e che più di tanto non possono più dare.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Si torna ancora al confronto con l’estero. In molti casi, neanche in questo ambito reggiamo il confronto. Per fortuna, però, ci sono diverse realtà, magari anche in piccoli centri, che non sono niente male.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Migliorando la pubblicità del museo stesso, organizzando mostre temporanee, convegni e conferenze e cercando di parlare maggiormente e con più semplicità ad un pubblico più vasto.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Come si paga per andare al cinema, è giusto pagare anche per visitare un museo. Naturalmente con dei prezzi accessibili a tutti. Credo sia anche un modo per incrementare gli scarsissimi finanziamenti statali.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. La ritengo utilissima, purché sia fatta sotto un rigoroso controllo scientifico.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Credo che l’archeologia sia vista ancora come un’attività di nicchia, per pochi, e i mass media non fanno nulla per cambiare questa realtà. Veniamo sempre visti come degli Indiana Jones in giro per il mondo (spesso a “infastidire” chi lavora “seriamente”…), a fare un mestiere che tutti vorrebbero fare. Puntualmente, però, tutti fanno altro.
Ma la cosa più grave è che dagli organi di informazione quello che arriva al grande pubblico non è l’archeologia bensì tutte le nefandezze di certi “pseudo-ricercatori” che fanno credere alla gente che le piramidi sono state erette nel 12 mila avanti Cristo o che Atlantide è veramente esistita (per non parlare di civiltà extraterrestri alle nostre origini ecc…).

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Sanno divulgare poco al grande pubblico, e sempre con troppi “paroloni” di ambito scientifico che molte volte risultano incomprensibili a chi non è del settore.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. A parte “Archeologia Viva” e poco altro, la notizia passa soltanto se ha qualcosa di sensazionalistico, che possa attirare l’attenzione, certamente di più rispetto ad uno scavo archeologico ed alla sua stratigrafia.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. In linea di principio non sono d’accordo, ma se lo stato non è in grado di provvedere a nulla, ben venga un privato che riesca salvare dalla distruzione un bene archeologico. Purtroppo, però, non ci credo molto.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Se non c’è attualmente niente di meglio..

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Sono totalmente insufficienti, sia per il bene archeologico in sé che per pagare chi se ne deve occupare.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Ci sono molti scavi che ormai vanno avanti da anni senza dare molto di più alla scienza. Lo scavo diviene fondamentale quando si tratta di salvare vestigia che altrimenti andrebbero distrutte. A parte quest’ultimo caso, però, credo che sia più giusto fermarsi e studiare i materiali accumulati, prima che marciscano nei magazzini.
A questo punto, meglio farli rimanere sotto terra che toglierli dal loro contesto per immagazzinarli e poi dimenticarsene.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Direi di si, così chi ha qualcosa da donare lo fa, anche se non perché ha un animo filantropico ma per avere agevolazioni fiscali.

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