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Intervista all’archeologo Rubens D’oriano: beni culturali e privati (parte 4)

Il Dottor Rubens D’Oriano è Archeologo Direttore Coordinatore della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna. Lo abbiamo intervistato per voi e oggi vi sveliamo la sua opinione sul rapporto tra beni culturali e privati.

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Se parliamo dei cosiddetti servizi aggiuntivi, cioè della gestione da parte di privati, di servizi al pubblico (bookshop, caffetteria, ecc.) presso Musei e aree archeologiche, essa è giustamente prevista dalle norme vigenti perché i privati svolgono un compito che la Pubblica Amministrazione non potrebbe portare avanti. E tuttavia è sempre necessario che ciò avvenga dietro chiari accordi e convenzioni che salvaguardino il compito di indirizzo e sorveglianza che le Soprintendenze hanno sulla attività e dignità culturale del bene.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Per ciò che concerne la possibilità della partecipazione dei soggetti privati alla gestione dei beni , nei termini che abbiamo ora ricordato, assolutamente si.
Molto discutibile invece circa l’uso delle immagini dei beni culturali. La massima pubblicizzazione è vitale come incentivo alla loro fruizione, poi però la freniamo imponendo un canone a chi ne usa le immagini, ancorché in opere che sono messe in vendita e per le quali quindi l’editore guadagna. Non credo si possa paragonare ciò che così lo Stato incassa con l’introito “immateriale” della massima divulgazione.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. I politici italiani affermano che i beni culturali sono il “petrolio” dell’Italia: si è mai visto un paese produttore di petrolio che dedica a questa risorsa lo 0, …. della spesa pubblica? Abbiamo mai ascoltato alcunchè sui beni culturali in una campagna elettorale? Eppure sarebbero il nostro “petrolio”: lo dicono quelli che poi…non ne parlano mai nei contesti “pesanti” (dibattiti parlamentari sulle leggi finanziarie, ecc) !!

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Il problema è già superato da un pezzo: da molto ormai gli scavi sono limitati a quelli di salvataggio, mentre quelli di ricerca pura (cioè non originati da problemi di tutela) sono in numero irrisorio.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. E’ quanto mai opportuno e direi vitale, nel crollo progressivo dei fondi pubblici disponibili. Il nostro ceto politico, quando si ricorda dell’esistenza dei beni culturali (solo in occasione di inaugurazioni e simili), non sa che vederli nella frusta e fuorviante veste di risorsa economica, pavlovianamente recitando un rituale quanto vuoto formulario di ovvietà ormai prive di reali contenuti, conoscenze e volontà . Troppe volte abbiamo ascoltato in occasioni ad hoc trite litanie sulla necessità che i musei siano gestiti in modo “aziendale” per autofinanziarsi, da chi ignora totalmente che neppure le grandi istituzioni museali statunitensi, superficialmente invocate a modello, sopravviverebbero senza il mecenatismo. Perciò l’incentivo fiscale al mecenatismo è necessario, perché è solo quello che rende possibili i citati – a sproposito – illustri casi esteri.

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