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Intervista all’archeologo Rubens D’Oriano: l’archeologia italiana (parte 2)

Il Dottor Rubens D’Oriano è Archeologo Direttore Coordinatore della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna. Lo abbiamo intervistato per voi e oggi vi presentiamo il suo giudizio sull’archeologia italiana.

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Miserrimo. Sia le Soprintendenze che gli enti di ricerca pura (Università, CNR, ecc.) soffrono di :
– gravissima carenza di fondi, ridotti al lumicino quando non alla sopravvivenza (e da ben prima della crisi iniziata col Settembre Nero del 2008)
-crollo numerico del personale a causa dell’assenza del turn-over
– conseguente assenza di ricambio generazionale e quindi costante innalzamento dell’età media: per esempio nelle Soprintendenze quasi tutto il personale è compresso tra i 50 e i 65 anni, un vero e proprio Jurassic Park.
– Stanti così le cose, è ovvio che si ha buon gioco a dire “Vedete? Le Soprintendenze non funzionano, perciò privatizziamo o regionalizziamo la materia dei beni culturali”. Il (ogni tanto) ventilato passaggio delle competenze sui beni culturali agli Enti Locali sarebbe la fine della tutela e non solo. E’ intuitivo che per pochi voti qualsiasi assessore regionale o comunale sacrificherebbe la tutela del bene (si sacrifica già da tempo ben altro in Italia per pochi voti) in barba al parere del tecnico a lui comunque sott’ordinato. E sul piano dell’attività culturale, non oso pensare a ciò che potrebbe accadere nel Nord Italia: ci dobbiamo aspettare la valorizzazione della sola cultura “padana” (ammesso che qualcuno ci sappia dire una buona volta cosa sia)?

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. V. Sopra.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R.
1) La straordinaria professionalità di chi opera sia nelle Soprintendenze che negli Enti di Ricerca, personale ora invece sempre più oberato da un iper-proceduralismo e un iper-burocratismo che va quasi ad annullare il tempo dedicabile alla ricerca.
2) La straordinaria professionalità di quanti collaborano saltuariamente e dall’esterno con i suddetti enti e che , in molti casi a 40 anni suonati, non possono sperare in una decente continuità e sicurezza lavorativa. Per usare una felice battuta di un geniale comico, per l’Italia a quanto pare anche questi “giovani” (una volta…) “sono un problema e non una risorsa”.
3) La strabocchevole massa di materiali e dati scientifici che giacciono nei depositi in attesa di edizione e esposizione al pubblico.

D. Cosa dovremmo imparare dall’estero?
R. Non sono gli archeologi italiani a dover imparare nulla dall’estero: la circolazione e la condivisione dell’informazione sui metodi e sui risultati, sia sul piano delle ricerca che su quello della tutela e della valorizzazione-divulgazione, fanno sì che gli archeologi italiani siano parte integrante della più ampia comunità scientifica dell’archeologia mondiale a livello globale trans-nazionale. E’ la classe politica italiana che ha invece molto da imparare dall’impegno e dalla serietà con la quale in altri Paesi si affrontano le necessità dei beni culturali.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Molto, in negativo, su quanto un ceto politico possa trascurare i beni culturali del proprio Paese.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. La Pubblica Amministrazione, in tutti i suoi rami, in termini di fondi e posti di lavoro.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Da 5 a 10 anni, in relazione alle dimensioni dello scavo e alla quantità dei dati raccolti.

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