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Intervita al Dottor Gaetano De Gattis, Responsabile della direzione Restauro e Valorizzazione del sito di Saint-Martin de Corléans

Nel 1969 il sito archeologico di Saint-Martin de Corléans venne scoperto per caso: oggi è al centro dell’evento Sites Ouvertes. Abbiamo intervistato per voi Gaetano De Gattis, Responsabile della direzine Restauro e Valorizzazione.

1. Il sito megalitico di Saint Martin de Corléans è stato scoperto casualmente nel 1969 nel corso di scavi edilizi. Vuole parlarci, in breve, della lunga e complessa campagna di scavi archeologici che è seguito al ritrovamento?
Ai primi di giugno dell’anno 1969, nel corso dei lavori di scavo per le fondazioni di alcuni condomini che avrebbero dovuto sorgere adiacenti ad oriente chiesetta medioevale di Saint-Martin-de-Corléans, grazie alla sistematica sorveglianza dei cantieri di scavo effettuata dai tecnici della Soprintendenza, veniva accertata la presenza di importanti resti monumentali risalenti alla preistoria.
Considerata l’estrema rarità di tali testimonianze i lavori edili in corso venivano prontamente sospesi al fine di effettuare le necessarie ricerche archeologiche sistematiche nel cantiere nord, i cui resti monumentali venivano dichiarati “di interesse archeologico e storico particolarmente importante” con Decreto Ministeriale in data 5 agosto 1969, ai sensi della Legge 10.6.1939, n. 1089.
Assodata definitivamente l’importanza dei ritrovamenti, l’Amministrazione regionale provvedeva nel 1970 alla definitiva sospensione dei lavori edili ed all’acquisto dell’area, con la previsione di creare, alla conclusione delle ricerche, un parco archeologico permanente.
Nel dicembre 1973 nuovi scavi edili avevano inizio in un’area adiacente a sud a quella in corso di esplorazione. Anche qui venivano immediatamente individuati resti di altre tombe megalitiche da considerarsi evidentemente come parte integrante del complesso già in corso di esplorazione al lato nord che a loro volta, con Decreto Ministeriale in data 17.9.1976, venivano dichiarati “di interesse archeologico e storico particolarmente importante” ai sensi della Legge 10.6.1939, n. 1089.
L’Amministrazione regionale provvedeva quindi ad acquisire anche tale area.
Gli scavi archeologici procedevano nel contempo, mediante campagne di scavo annuali, nel cantiere nord, e quindi nel cantiere sud, sino alla completa messa in luce dei monumenti preistorici e delle strutture romane successivamente individuate su un’area complessiva di circa mq 10.000.
Data l’importanza storico-archeologica dell’area megalitica di Saint-Martin-de.Corléans, in Aosta, l’Amministrazione Regionale ha ravvisato l’opportunità di provvedere ad una valorizzazione dell’intero sito, mediante la progettazione e la realizzazione di un Parco archeologico con il fine di tutelare gli importanti reperti rinvenuti e permetterne così una adeguata fruizione da parte del pubblico.
A seguito di un concorso di idee a carattere nazionale e elaborazioni successive del progetto vincitore è stato possibile approvare e finanziare i relativi lavori iniziati nel marzo del 2006.
Il Parco archeologico di Saint-Martin-de-Corléans rappresenta uno degli eventi più importanti nel panorama culturale urbanistico ed architettonico della Regione Autonoma Valle d’Aosta; infatti oltre ad assolvere alla primaria funzione di tutela del sito archeologico, si propone come elemento di riqualificazione e valorizzazione di un quartiere periferico e nel contempo quale polo culturale di aggregazione e attrazione turistica che per il tema storico-archeologico trattato e il fascino del sito non potrà che assumere una valenza e una importanza di livello europeo.

2. Il sito comprende moltissime testimonianze megalitiche. Vuole spiegarci la loro articolazione?
La vasta area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans ad Aosta, fondata nel III millennio a.C., con la sua successione di impianti, di allineamenti di stele antropomorfe, di tombe di varia struttura, appare come un insieme monumentale progettato con sapienza in relazione con l’ambiente naturale e gli elementi morfologici salienti, oltre che uno straordinario palcoscenico per rituali e cerimonie, l’aratura sacra, la semina dei denti umani, i riti di fondazione.L’estesa area monumentale calcolitica sorge in un punto nodale delle comunicazioni a lunga distanza lungo le quali si snodano e trasmettono conoscenze e innovazioni tra Sud e Nord delle Alpi. Ubicata su un terrazzo della Dora in corrispondenza di un’ansa del fiume, si confronta con un altro sito omologo a Nord delle Alpi (il Petit Chasseur di Sion nel Vallese) per posizione geografica, sui bassi terrazzi fluviali, e per struttura, caratterizzata da allineamenti di stele e tombe megalitiche, e per la tipologia dei monoliti istoriati, le grandi stele antropomorfe ritte a formare imponenti allineamenti. Rispetto ad altri complessi portati alla luce nei secoli scorsi, Saint-Martin ha il vantaggio di essere stato indagato in modo unitario e sistematico con metodologie moderne e un’analisi stratigrafica di grande dettaglio. Perciò il sito si pone, non solo per l’imponenza, l’estensione areale e cronologica dei resti, ma anche per metodo e per risultati scientifici raggiunti, come un intervento esemplare a livello europeo, nell’ambito dei grandi complessi megalitici. Ma non solo: Saint-Martin ha anche il pregio di essere stato portato alla luce su vasta estensione e di avviarsi ora ad una definitiva valorizzazione che ne enfatizza lo sviluppo spaziale, la sequenza delle fasi di trasformazione, i nuovi impianti che nei secoli ne reinterpretarono funzioni e ruolo. Il sito ha in comune con tutti i grandi centri di culto e cerimoniali dell’antichità una lunghissima durata, oltre 4.000 anni, scanditi da una sequenza di frequentazioni eccezionalmente conservatesi grazie allo spesso deposito -oltre 4 metri di stratigrafia- che ha nel tempo sigillato i resti archeologici, dal primo impianto tra fine IV e inizi del III millennio a.C. fino all’antica età del Bronzo (primi secoli del II millennio a.C.) con successive riprese, in discontinuità, nell’età del Bronzo, nell’avanzata età del Ferro, in età romana fino al Medioevo, quando sul luogo di culto e funerario pagano fu costruita la chiesa di Saint Martin.
Nel complesso megalitico sono riconoscibili cinque distinte fasi nel corso del primo ciclo di frequentazione, perdurato dall’Età del Rame all’antica Età del Bronzo (3000-1900 a.C. circa), con un progressivo passaggio da un esclusivo uso cultuale e cerimoniale ad un uso anche funerario.
Il primo impianto, in un luogo apparentemente privo di più antiche tracce di frequentazione, è caratterizzato da un allineamento di 22 pali ritti orientati NE-SW: ne rimangono le grosse buche di alloggiamento, talora con inzeppature in pietre. Alcune di esse contengono alla base parti di crani combusti di bue che possiamo interpretare come riti di fondazione.
L’allineamento di pali (o totem) di legno, datato tra 3000 e 2750 a.C., trova confronti con le fasi iniziali di altri siti megalitici europei caratterizzati da una architettura di legno (allineamenti e circoli di pali, recinti e staccionate perimetrali, singoli pali ritti come segnacoli) e terra (cordonature di perimetrazione dei siti, fossati, tumuli e long barrow).
La fondazione e le successive trasformazioni del santuario megalitico tra 2800 e 2300 a.C. sono connesse con complessi rituali: un esteso spazio rettangolare viene consacrato come area sacra con un’aratura incrociata, espressione di riti propiziatori della fertilità della terra. All’interno di questo spazio sono innalzate imponenti ed ieratiche stele antropomorfe in pietra, allineate lungo assi ortogonali NW-SE e NE-SW. In un’area circoscritta l’innalzamento delle stele è preceduto da un rituale particolare, la semina di denti umani.
Le stele, che generalmente si conservano spezzate in posto o riutilizzate nelle successive costruzioni tombali, rappresentano la testimonianza archeologica del significativo “passaggio dal culto dei simulacri lignei”, ipotizzato nell’allineamento di pali della fase 1, ad un culto dei “simulacri di pietra”, di cui scrivono anche gli autori antichi.
La definizione di “stele antropomorfe” richiama sia la forma del monumento, una lastra allungata e di spessore non notevole, sia la volontà di rappresentare un personaggio. L’esame stilistico delle 43 stele rinvenute mostra una evoluzione da un I stile o “stile arcaico”, con sagome di grandi dimensioni, spalle larghe e piccola testa, tratteggiate con pochi particolari, ad un II stile o “stile evoluto” con spalle più strette, profilo della testa semicircolare “a cappello di gendarme” e accurata raffigurazione del volto nello schema a T, ed una resa minuta e calligrafica degli attributi e dei particolari dell’abbigliamento cerimoniale, in cui la cintura appare “elemento di primaria importanza simbolica”Dagli scavi condotti nell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans provengono oltre quaranta stele antropomorfe e nove tra menhir e lastre con foro, in parte ancora inediti. Le stele, disposte lungo due allineamenti ortogonali Nord-Est/Sud-Ovest e Nord-Ovest/Sud-Est, furono innalzate dopo l’aratura di delimitazione e consacrazione dell’area. Tali immagini appaiono pertanto in relazione con culti connessi al mondo dei vivi e sembrano configurarsi come rappresentazioni di divinità (forse da collegare con il mondo dell’agricoltura, della caccia e della metallurgia), già delineate o in corso di definizione attraverso la divinizzazione di personaggi importanti reali o di figure di eroi.
In una terza fase, databile tra 2700 e 2300 a.C., vengono scavati sette grandi pozzi e cinque di minori dimensioni, paralleli sia all’allineamento dei pali della prima fase, sia all’allineamento NE-SW delle stele: la deposizione al loro interno di macine e di semi di frumento, spesso associate a ciottoli e scaglie litiche, pare indubitabile riferimento a culti agricoli legati alla produzione di cereali, forse reiterati nel tempo. I significativi rituali delle prime tre fasi di impianto e progressivo completamento del sito di culto sono interpretati come rappresentazione simbolica ed espressione dei diversi mondi di cui si compone la società del tempo: quello dei pastori e allevatori sotteso all’innalzamento di pali connessi con sacrifici di buoi, quello degli agricoltori e coltivatori di cereali che si esprime nell’aratura rituale dell’area sacra e nella deposizione di macine e frumento nei pozzi, quello dei metallurghi che si desume dalla raffigurazione sulle stele di elementi metallici, come il pugnale tipo Remedello e il pendaglio a doppia spirale, riferibili ai primi momenti della metallurgia europea.
Questi atti e gesti sacri, di cui si sono osservate attestazioni significative anche in altri siti di culto e cerimoniali dell’arco sudalpino italiano di recente indagati hanno accompagnato e celebrato le fondamentali innovazioni tecnologiche, come l’invenzione dell’aratro e la metallurgia, che si diffondono in Europa tra IV e III millennio a.C.
L’area dedicata al culto tra il 2300 e il 1900 a.C. diventa anche funeraria, con strutture tombali a vista, sporgenti dal piano di campagna. Questa trasformazione, che non è solamente di impianto costruttivo, ma anche ideologica, di reinterpretazione dello spazio sacro, si data ad un momento decisivo della preistoria europea, quando, nel giro di alcuni secoli tra la metà del III e gli inizi del II millennio a.C., si diffonde la Cultura del Vaso Campaniforme, contrassegnata dal caratteristico bicchiere a campana rovescia presente dall’Irlanda fino alle coste Nord-occidentali dell’Africa e dal Portogallo alla Polonia.
In questa nuova fase vengono costruiti, secondo precisi moduli che hanno come unità di misura il piede di 31 cm, la Tomba II, il grande dolmen su piattaforma a pianta triangolare, la T. V, un piccolo dolmen su piattaforma semicircolare, la T. IV, una sorta di bassa torre cilindrica con una sepoltura centrale individuale in fossa, la T. VII, una piccola allée couverte, e la T. VI a cista individuale. Alla rifondazione in senso sepolcrale del sito corrispondono vecchi e nuovi rituali, come il rito di fondazione delle tombe II e VII con frantumazione e deposizione in pozzetti di bicchieri campaniformi.
Nella fase 5, tra il 2100 e il 1900 a.C. altre tre tombe vengono aggiunte al complesso funerario di Saint-Martin. La Tomba I fu costruita riutilizzando per la struttura rettangolare alcune stele di I stile. Imponente per le dimensioni, la lastra usata come tetto è tempestata sulla faccia esterna, quella rivolta verso il cielo, da numerose piccole coppelle, isolate o a coppie.
La memoria delle vicende e della funzione dell’area megalitica di Saint-Martin, che esaurisce il suo primo ciclo con il Bronzo Antico, persiste anche nei millenni successivi, nella fase 6 e oltre con le tombe individuali a inumazione in cassa di pietrame del Bronzo Antico di Corso Volontari del Sangue ad Aosta, con un sistema di campi arati del II millennio a.C., con il grande muro dell’età del Bronzo che sormonta il dolmen II, con le tombe di tipo monumentale della prima età del Ferro, con la tomba a incinerazione tardo gallica che si colloca sull’angolo ormai collassato del dolmen, fino all’impianto di una necropoli romana e alla definitiva cristianizzazione dell’area di cui è testimonianza la chiesa di Saint Martin. È indubitabile che il vero significato dei siti di questo tipo, e di ciò che essi hanno rappresentato per una comunità come centri vitali di culto e cerimoniali, si coglie proprio se si considerano nel loro straordinario sviluppo diacronico.
3. Ci vuole parlare dell’aspetto religioso e archeoastronomico dell’area?
Come avviene per molti dei complessi megalitici europei, vi si coglie un ordine, ricercato e al tempo stesso naturale: gli allineamenti hanno un significato sia nella relazione dei singoli monumenti o classi di monumenti (allineamenti di pali totemici, i solchi d’aratura, le file di stele, le tombe) tra di loro, sia nella relazione su vasta scala, con l’ambiente naturale circostante, così come con i movimenti del sole e della luna.
A Saint-Martin sono stati osservati allineamenti orientati con la luna che cala dietro la montagna, sfiorandola, lungo l’orizzonte meridionale dell’area, come verso il tramonto del sole nel solstizio d’inverno. E chi ha scavato il sito archeologico espressamente scrive che sembra “di poter sostenere, in generale, che il mondo religioso espresso nell’area megalitica implichi logici e sistematici riferimenti e rapporti con quanto attiene all’osservazione della sfera celeste”, cui parrebbe di poter collegare anche la ricorrenza dei riti, che furono praticati nell’area “a precise scadenze nel corso dell’anno”.
Questi complessi sono frutto di un impegno collettivo di grande peso. Per questo sopravvissero nel tempo nella memoria delle comunità e riescono ancor oggi a porsi come espressioni di un’esperienza individuale e collettiva universale. La loro visita è dunque, allora come oggi, una sorta di guida sperimentale d’esperienza nella conoscenza del mondo e dei concetti di spazio e di tempo. In questa prospettiva il fatto che l’asse dei maggiori allineamenti possa riflettere anche eventi astronomici aggiunge un’altra dimensione a quella più generale, e indubitabile, della ricercata relazione tra monumenti e mondo naturale circostante, indicando, tra IV e III millennio a.C., l’inizio di una consapevolezza astronomica.
4. Vuole palarci degli obiettivi che si propone l’iniziativa Site Ouvertes?

La crescente importanza del settore dei beni culturali in Europa, in Italia e per il suo straordinario patrimonio anche in Valle d’Aosta é ormai riconosciuta da tutti ( politici, operatori economici e sociali e popolazione).
La convinzione che politiche mirate in questo settore, sostenute da adeguati finanziamenti possano costituire una rilevante opportunità di sviluppo anche nel campo occupazionale per la comunità locale, ha indotto la Regione ad attivare programmi per la realizzazione di importanti opere quali la riqualificazione del forte di Bard e appunto la realizzazione del Parco archeologico nell’area megalitica di Aosta. E’ indubbio quindi che la valorizzazione di quest’ultima area archeologica di importanza europea è da considerarsi una delle opere più qualificanti del “Sistema beni culturali” della Regione Valle d’Aosta.
È evidente che l’unico modo per valorizzare adeguatamente un’area territoriale di antica frequentazione, al fine di renderla leggibile, comprensibile non solo agli specialisti ma ad un pubblico vasto, è quello di ricostruirne, attraverso un progetto scientifico rigoroso, la sequenza delle dinamiche evolutive anche con il confronto con altri siti analoghi.
Lo scavo archeologico e in particolare lo scavo urbano, non si esaurisce nell’opera di conoscenza che lo promuove e giustifica, ma crea nuove forme che alterano significativamente il volto della città. Esso deve essere inquadrato in un progetto urbano di più ampio respiro, in un progetto che raccoglie il senso della ricerca che lo ha portato (o riportato) alla luce e ne trasmetta il significato attraverso le forme che il progetto sviluppa. Tale progetto che implica una interazione molto stretta e significativa tra i saperi dell’archeologo e quelli dell’architetto, va elaborato anche in corso d’opera.
Il sostegno della pubblica opinione alla difesa del patrimonio e allo sviluppo della ricerca sarà direttamente proporzionale alla quantità di persone che visitando un sito archeologico, e comprendendo i perché della ricerca scientifica, saranno state messe in condizione di comprendere e apprezzare lo scavo.
Da questa linea di pensiero e di intervento, nell’ambito delle attività istituzionali di tutela e valorizzazione del Dipartimento Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta, sono stati programmati i due cantieri evento di Piazza Giovanni XXIII e Piazza Roncas, al fine di contemperare le esigenze di tutela con la necessità di comunicare con il pubblico cittadino, svolgendo un’azione che consente di coniugare le aspettative della cittadinanza e la necessità di sviluppo del territorio, con la salvaguardia, il recupero e la fruibilità delle testimonianze del passato.
Va tuttavia sottolineato che oltre alla finalità principale della ricerca, gli interventi in questione si pongono anche l’obbiettivo di acquisire gli elementi e i dati necessari a formulare un progetto di riqualificazione urbanistica completo ed esaustivo che tenga conto delle testimonianze archeologiche presenti nel sottosuolo e dell’importanza storica delle due piazze, finalizzato alla valorizzazione e alla promozione turistico-culturale dell’intera zona cittadina. L’archeologia si delinea quindi quale risorsa al servizio dei cittadini, forma di conoscenza del proprio patrimonio culturale e tutela, basi necessarie per giungere successivamente alla valorizzazione e alla pubblica fruizione.
All’interno di un più articolato discorso sulla necessità di dialogo tra ricerca, valorizzazione e comunicazione, sono stati proposti, nel corso delle indagini archeologiche e nell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans i cosiddetti “Sites Ouverts”: iniziative, queste, finalizzate a favorire la presa di coscienza da parte della cittadinanza dell’attività svolta dalla Soprintendenza e a ingenerare spunti di riflessione nei confronti di una tematica, finora oggettivamente poco conosciuta ai non addetti ai lavori, quale quella dei beni archeologici.
Queste iniziative risultano particolarmente adatte a testimoniare la possibilità di fruizione pubblica del patrimonio archeologico, trattandosi, nel caso specifico di patrimonio archeologico in corso di studio. Si potrebbe, appunto, parlare di fruizione in corso d’opera. Questo progetto testimonia come le due attività proprie di una Soprintendenza archeologica, la ricerca e la valorizzazione, possano coesistere in termini non reciprocamente limitativi, ma assolutamente complementari, l’una rivolta alla conoscenza e alla conservazione e l’altra finalizzata ad una fruizione pubblica più consapevole ed allargata del patrimonio culturale.
Allora la distanza culturale si trasforma in voglia di sapere e la voglia di sapere in consapevolezza dell’unicità del proprio patrimonio. La tutela diventa indiretta e attiva e dialoga imprescindibilmente con la valorizzazione.
Ecco perché attività di tipo divulgativo (supporti didattici, visite guidate, fino a giungere a performance teatrali e allestimenti divulgativi e ricostruzioni virtuali) sebbene comportino sforzi economici notevoli, rientrano nei compiti degli istituti culturali: la diffusione della cultura, ossia la valorizzazione, rientra nei compiti di un’istituzione pubblica quale la nostra. Il dialogo con il cittadino è un obbligo etico e professionale.
5. Quali sono i risultati delle ricerche archeologiche comunicati durante le due conferenze tenutesi nell’ambito dell’evento il 13 e il 17 giugno?
Durante la conferenza del 13 sono stati presentati i risultati delle ricerche secondo la sequenza stratigrafica esposta nel precedente punto 2, mettendo anche in evidenza le relazioni e i confronti di aree e ritrovamenti megalitici rinvenuti nel resto d’Italia e in Europa. Il 17, invece, si è argomentato sugli aspetti architettonici e sulle funzioni delle aree previste nel progetto del Parco Archeologico in fase di realizzazione

6. Vuole parlarci del futuro parco archeologico?
Il progetto che interessa un’area di circa 10.000 mq, prevede la copertura con un’unica “navata continua” (circa 70 m. x 46,5 m. di luce libera), posta a cavallo della strada comunale di Saint Martin della zona archeologica preistorica, un museo di più di 3000 mq a corollario dell’area precedente, un’area destinata a centro studi e documentazione sul megalitismo alpino, una sala civica destinata alle attività libere del quartiere gestita in accordo con il Comune di Aosta e una sala conferenze adeguatamente attrezzata per spettacoli, riunioni e attività didattiche. Sulla piazza, luogo di aggregazione dei visitatori e degli abitanti del quartiere, si affacciano 400 mq di negozi, mentre sulla proiezione degli stessi, ma a un piano più basso, sono localizzati una libreria, una caffetteria un ristorante e sale di consultazione.
.Nel marzo del 2006 sono iniziati i lavori di realizzazione dell’opera per le attività propedeutiche all’allestimento del cantiere è stata prevista la predisposizione di un ricco apparato didattico suddiviso in due specifiche sezioni: la prima relativa agli esiti delle importanti ricerche archeologiche effettuate in sito (con la documentazione dell’evidenza stratigrafica del sito e dei più importanti reperti rinvenuti, stele antropomorfe, tombe, oggetti, ecc.) la seconda inerente la presentazione delle parti più significative del progetto architettonico (la grande navata, la piazza, il ponte, la lanterna ecc.).

Secondo gli obiettivi prefissati il progetto può essere sintetizzato come segue:

1° obiettivo: TUTELA conservazione e fruizione:

– gli studi e le ricerche nell’area archeologica di S.M. sono condotti in modo esemplare e questo costituisce il primo importante fondamento della tutela;

– nel progetto è stata prevista una GRANDE NAVATA di 46,5 mt. di luce e 70 mt. circa di lunghezza senza appoggi intermedi al fine di percepire interamente l’area archeologica senza ostacoli visivi; In tot avremo più di 4000 mq di area reperti, inseriti nel loro contesto d’origine corredati dai relativi percorsi di visita;

– per gli stessi motivi è in fase di costruzione un ponte che permette di ricostituire la transitabilità di via S M. momentaneamente spostata verso nord e nel contempo ricostituire l’unitarietà visiva e fruizionale dell’intera area archeologica, prima suddivisa in due parti per il passaggio della strada comunale:

– è previsto il museo stabile del sito e anche alcune aree per mostre temporanee per una superficie complessiva di 3250 mq. articolati su diversi piani;

– laboratori didattici per 80 mq ;

– il centro direzionale del parco archeologico.

2° obiettivo:POLO culturale:
– è prevista la realizzazione del centro studi per il megalitismo alpino con un archivio e biblioteca specializzata ( 231 mq.), dal quale sarà possibile colloquiare e relazionarsi con specialisti e siti analoghi a SM per trattare argomenti scientifici di settore;

– sale attrezzate per riunioni, incontri conferenze ( 370 mq) per promuovere anche il turismo culturale a livello congressuale;

3° obiettivo: RIQUALIFICAZIONE del quartiere

– La sala civica ( cento posti circa) riservata prioritariamente per le riunioni di quartiere e in seconda istanza per diversi incontri e conferenze;

– esercizi commerciali che si affacciano sulla grande piazza. La funzione di questi negozi sarà commisurata alla particolarità e natura del complesso archeologico;

– La grande piazza sopra la grande navata di 2775 mq. di superficie, punto di incontro e di aggregazione sociale dei cittadini e dove sarà possibile organizzare eventi culturali o di altra natura.

Ci sarà inoltre una caffetteria un ristorante, un’area destinata a parcheggi a est del complesso e un’altra area per la sosta temporanea sita ad ovest.

7. Quali sono i reperti più significativi che esporrà?
Nelle aree espositive permanenti ( museo) previste in progetto saranno esposti principalmente gran parte dei reperti mobili rinvenuti in sito, opportunamente studiati e restaurati.
I tal senso i reperti più significativi sono rappresentati dalle stele antropomorfe che sono delle vere e proprie forme d’arte statuaria preistorica.

8. Qual è l’importanza del futuro parco in relazione alla fruibilità, da parte del pubblico, del patrimonio archeologico?
Il Parco archeologico di Saint-Martin-de-Corléans rappresenta uno degli eventi più importanti nel panorama culturale urbanistico ed architettonico della Regione Autonoma Valle d’Aosta; infatti oltre ad assolvere alla primaria funzione di tutela del sito archeologico, si propone come elemento di riqualificazione e valorizzazione di un quartiere periferico e nel contempo quale polo culturale di aggregazione e attrazione turistica che per il tema storico-archeologico trattato e il fascino del sito non potrà che assumere una valenza e una importanza di livello europeo.
Per la popolazione locale, tale polo culturale, costituisce inoltre una grande opportunità per conoscere e approfondire la storia delle proprie radici etniche.

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