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Iscrizione del flamen Dialis

Iscrizione del flamen Dialis

L’iscrizione del flamen Dialis

All’interno del famoso sepolcro degli Scipioni a Roma sono state ritrovate insieme ai sarcofagi le iscrizioni elogiative di alcuni esponenti dell’illustre famiglia romana, tra queste ci soffermeremo su quella del flamen Dialis, identificabile presumibilmente con uno dei due figli di Scipione l’Africano, Publio Cornelio Scipione.

L’epigrafe originale è conservata ai Musei Vaticani, l’iscrizione è contenuta in due tavole di pietra gabina (0,61×0,75 m.; 0,61×0,73 m.).

Iscrizione del flamen Dialis

Riportiamo di seguito l’epitaffio (CIL I2, 10):

QUEI?APICE INSIGNE?DIAL[IS FL]AMINIS?GESISTEI
MORS?PERFE[CIT] TUA?UT?ESSENT?OMNIA
BREVIA?HONOS?FAMA?VIRTUSQUE
GLORIA?ATQUE?INGENIUM?QUIBUS SEI
IN?LONGA?LICU[I]SET?TIBE UTIER VITA
FACILE?FACTEIS SUPERASES?GLORIAM
MAIORUM QUA?RE?LUBENS?TE?IN GREMIU
SCIPIO RECIP[I]T?TERRA?PUBLI
PROGNATUM?PUBLIO?CORNELI

“Tu che hai portato l’apex, insegna del flamine Diale, la morte fece sì che le tue cose fossero tutte brevi: l’onore, la fama, il valore, la gloria e l’ingegno. Se avessi potuto goderne per una lunga vita, facilmente con le tue imprese avresti superato la gloria dei tuoi antenati. Perciò la terra riceve volentieri nel suo grembo te, o Publio Cornelio Scipione, nato da Publio”.

Il testo è realizzato in versi saturni, il primo rigo in caratteri più piccoli fu aggiunto successivamente per ricordare la dignità sacerdotale del defunto. In qualità di flamenDialis rivestiva una particolare importanza e sacralità essendo la personificazione vivente di Giove, di cui celebrava i riti, godeva di grandi onori ma in virtù del suo ruolo era sottoposto a molteplici limitazioni e divieti. Doveva portare sempre un copricapo di pelle bianca dalla strana foggia, l’apex, sormontato da un dischetto e da una verghetta di ulivo. Godeva di inviolabilità, al suo passaggio cessava ogni attività lavorativa ed era obbligatorio mantenere il silenzio per non disturbare il suo costante contatto con Giove di cui era la “statua vivente”.

Come abbiamo già anticipato in precedenza è ipotizzabile che l’epitaffio sia rivolto al figlio maggiore dell’Africano, il quale a causa di una salute cagionevole morì giovane proprio come attesta l’iscrizione e come ricorda Cicerone (Cato maior, 11, 35; De officiis 1, 33, 121). Tuttavia l’attribuzione non è unanimemente accettata a causa delle poche testimonianze a disposizione. Sappiamo che Publio Cornelio Scipione fu augure nel 180 a.C. (Livio, XL, 42, 13), ma si ignorava che avesse rivestito anche la carica di flamine diale.

L’intera iscrizione escluso l’ultimo verso, nel quale vengono riportati i dati onomastici, tesse le lodi del defunto. Le qualità che gli vengono attribuite non sono del tutto immeritate e sembrano confermate ancora una volta da Cicerone (Brutus 77). Infatti Publio compose alcune brevi orazioni e un’Historia Graeca, tuttavia il merito maggiore per il quale viene ricordato è quello di aver adottato il figlio di Lucio Emilio Paolo, Scipione Emiliano, distruttore di Numanzia e di Cartagine durante la terza guerra punica e una delle figure più importanti del II secolo a Roma.

Questi motivi storici permettono di collocare l’iscrizione tra il 180 e il 160 a.C.; datazione confermata anche dall’analisi della grafia, particolarmente indicativa la L ad angolo retto, la E e la F con le asticelle orizzontali della stessa lunghezza o quasi, la S realizzata in modo più naturale e meno squadrato.

In questo epitaffio l’identificazione di colui a cui è destinato l’elogio è un problema centrale e ancora oggi non ha ricevuto una soluzione definitiva. L’idea che la persona in questione potesse essere un figlio dell’Africano risale a E. Q. Visconti (1). Ad una prima fase in cui non mancarono voci contrarie, tra cui quella autorevolissima del Mommsen, ne è subentrata una seconda nella quale si è diffusa una certa tendenza a confermare questa identificazione. Un elemento in favore di quest’ultima è considerata la morte in giovane età del personaggio, come già anticipato precedentemente alcune testimonianze ciceroniane relative a un figlio dell’Africano lo ricordano come un ragazzo la cui salute malferma avrebbe impedito l’esercizio dell’arte oratoria. Al contrario la menzione della carica del flamen Dialis confuta questa teoria, poiché nelle fonti letterarie non risulta che abbia ricoperto anche un secondo sacerdozio oltre a quello di augure.

Forse risalendo alla data di nascita e di morte del figlio dell’Africano riusciremo a chiarire tutti i dubbi. Il Mommsen nel suo commento all’iscrizione sostiene che questo personaggio sia vissuto tra il 204 e il 164 a.C.; in base alla sua teoria la Lex Villia del 180 a.C. aveva stabilito per la pretura l’età minima di 30 anni, per il consolato di 33 o 36 anni. Il Publio dell’elogium non aveva raggiunto nemmeno la pretura, quindi in base a questa legge e a ciò che afferma il Mommsen il presunto figlio dell’Africano sarebbe morto all’età di 40 anni senza essersi realizzato politicamente. In realtà la data di nascita proposta è quasi certamente troppo bassa.

Un aiuto maggiore può venire da Lucio Emilio Paolo, di cui Publio addottò il figlio. La teoria di Mommsen sulla Lex Villia subì molte critiche, tra le quali annoveriamo quella di uno studioso anglosassone, Astin, il quale ha proposto che nel 180 a.C. i limiti di età per accedere alle cariche erano di 36 anni per l’edilità curule, 39 per la pretura e 42 per il consolato (2). Accettando questa tesi Lucio sarebbe nato intorno al 213 a.C., mentre Publio tra il 214 e il 211 a.C.

Partendo dall’ipotesi che Publio abbia ricoperto la carica di flamen Dialis, si potrebbe risalire alla data di morte. Attraverso Livio sarà possibile fissare un arco cronologico più preciso. Nel 209 a.C. questo sacerdozio fu assunto da C. Valerio Flacco (Livio, XXVII, 8, 4-10), per il 174 la carica fu ricoperta da un Cn. Cornelio (Livio, XLI, 28, 7). Poiché Flacco morì circa nel 183 a.C., nell’arco di nove anni è possibile che vi fosse stato un altro flamine identificabile con un figlio dell’Africano che sarebbe morto poco dopo. Tuttavia quest’ipotesi non è pienamente verificabile, per il periodo compreso tra il 182 e il 179 Livio non registra né la morte di C. Valerio Flacco né un P. Cornelio Scipione, suo successore al flaminato. Del resto non si spiega perché lo storico avrebbe dovuto trascurare l’assunzione ad una carica così importante da parte di un membro di una delle più illustri famiglie della società romana.

Se invece tentiamo di trovare una soluzione al problema attraverso un’analisi letteraria la situazione non migliora. È nota l’importanza che gli esponenti della nobilitas davano all’indicazione delle cariche nei documenti epigrafici. Nell’epitaffio in questione l’aggiunta posteriore di un altro verso (il primo), nel quale si fa riferimento al flaminato, rispose a questa esigenza e non vi sarebbe una motivazione convincente per non citare le altre magistrature raggiunte.

L’iscrizione è a mio parere la più bella tra gli epitaffi scipionici. L’apostrofe iniziale si rivolge in seconda persona al defunto e costituisce l’incipit di un elogio finalizzato a rendere eterno il flamen.

La caducità della vita e il tragico destino dell’individuo hanno impedito la sua piena realizzazione. Le virtù del giovane occupano tutto il terzo verso e più della metà del quarto: honos (il prestigio delle cariche pubbliche); famavirtusque gloria atque ingenium (l’esaltazione delle qualità morali e intellettuali). La morte precoce gli ha impedito di poter imitare e superare la gloria degli antenati (gloriam maiorum); l’elenco delle sue virtù testimonia che avesse tutti i requisiti per poter soddisfare le aspettative sociali di cui era investito, in quanto membro di una delle più illustri famiglie della nobilitas. La formula facile facteis esprime la certezza di ciò che facilmente si sarebbe realizzato e il rimpianto di ciò che non fu.

I versi finali contribuiscono a incrementare il pathos dell’epitaffio con questo ritorno alla terra che lo accoglie volentieri, indicando quindi ancora una volta il valore del defunto accentuato dai tre vocativi finali (Scipio Publi Corneli). La collocazione della formula onomastica negli ultimi due versi sembra quasi volerne scandire in eterno il ricordo funebre.

L’elogium destinato a eternare l’orgoglio gentilizio diventa apoteosi del defunto attraverso la piena celebrazione delle sue qualità.

Note

  • E. Q. Visconti, Monumenti degli Scipioni, Roma 1785.
  • A. E. Astin, The Lex Annalis before Sulla, in “Latomus” XVII, Bruxelles 1958, pp. 41  sgg.

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