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Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione

Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo
Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo (Musei Vaticani).

Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo

Tra le iscrizioni rinvenute nel sepolcro degli Scipioni a Roma ci soffermiamo sull’elogio di Lucio Cornelio Scipione, probabilmente figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo e di Paulla Cornelia, la cui tomba (indicata in pianta con la lettera D) si trova nel corridoio centrale dell’ipogeo (galleria 7-8) che porta alla sepoltura di Scipione Barbato.

Il sarcofago è monolitico e in pietra gabina, ed è collocato proprio di fronte a quello di Barbato, capostipite della famiglia romana. La tipologia consente di datarlo tra il 180 e il 170 a.C. come vedremo in seguito. Gli scavi hanno riportato alla luce la pietra con l’iscrizione elogiativa del defunto, probabilmente incisa sulla cassa del sarcofago, di cui rimangano solo i resti.

L’epitaffio in versi saturni è il seguente:

L. Cornelius Cn. f. Cn. n. Scipio. Magna sapientia
multasque virtutes aetate quom parva
posidet hoc saxsum. Quoiei vita defecit, non
honos honore, is hic situs, quei nunquam
victus est virtutei. Annos gnatus (viginti) is
l[oc]eis m[an]datus. Ne quairatis honore
quei minus sit mand[atus].(1)

“Lucio Cornelio Scipione, figlio di Gneo, nipote di Gneo. Questa pietra racchiude una grande sapienza e molte virtù, insieme ad una giovane età. A costui venne meno la vita, non l’onore. Qui è sepolto uno che mai fu vinto in valore. All’età di venti anni fu seppellito in questa tomba. Non cercate quali cariche rivestì: non ne ebbe.”

Il testo in analogia con gli altri elogi scipionici mette in luce le virtutes del defunto, evidenziando un’abitudine tipica della nobilitas romana: esaltare i valori socio-politici dei viri boni.

Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione

Prima di esaminare il contenuto dell’iscrizione, analizziamola da un punto di vista grammaticale e paleografico. Iniziando da quest’ultimo notiamo chiari indizi di una grafia tarda: la scomparsa della L a uncino e ormai ad angolo retto, la Q con la coda nettamente più allungata, la E e la F con le asticelle orizzontali della stessa lunghezza. Nell’analisi delle forme grammaticali evidenziamo l’uso del normale nominativo della seconda declinazione in –us. Vi sono però delle forme ancora antiche: magna sapientia priva della –m finale caratteristica dell’accusativo latino; quom sta per cum; anche la costruzione della frase quoiei vita defecit non honos honore appare arcaica, la forma corretta sarebbe cuius vita, non honos, defecit honorem. In virtù di queste annotazioni appare plausibile collocare l’elogio poco dopo il 170 a.C., questa datazione è compatibile con la posizione del sarcofago nel corridoio centrale vicino ai due più antichi del sepolcro e la considerazione che si tratti di un sarcofago monolitico (come i più antichi dell’ipogeo).

Sepolcro degli Scipioni
Sepolcro degli Scipioni (pianta di Gismondi)

La formula onomastica del primo verso con la menzione del padre e del nonno permette di identificarlo con un figlio dell’Ispallo (console nel 176 a.C.), fratello di Gneo Cornelio Scipione Ispano (pretore nel 139 a.C., di cui rimane l’iscrizione H). È stato anche supposto che potesse trattarsi di un figlio di quest’ultimo, ma questo appare altamente improbabile per diversi motivi. L’iscrizione in versi saturni è più antica di quella dell’Ispano che è invece in distici elegiaci e quindi successiva. Inoltre il sarcofago di quest’ultimo si trova nella galleria della tomba aperta in seguito; mentre il giovane Scipione fu sepolto nell’ipogeo più antico e probabilmente vicino alla madre Paulla Cornelia (I).

Lucio Cornelio Scipione è morto negli stessi anni del padre (intorno al 176 a.C.) o anche prima. Il padre Scipione Ispallo fu pretore nel 179 e console nel 176 a.C., in base alla teoria dell’Astin la Lex Villia avrebbe previsto fin dall’inizio un’età di almeno 42 anni per l’assunzione del consolato (2). Il nonno del nostro Scipione, Gneo Cornelio Scipione Calvo, era morto in Spagna, dove si trovava fin dal 216, nel 212 a.C. Ispallo sarà nato quindi non dopo il 216 a.C. come ipotizza lo studioso Filippo Coarelli.

La tipologia del sepolcro e la lingua dell’epitaffio ancora piuttosto arcaica fanno propendere per una datazione intorno al 170, non è improbabile che Lucio sia morto negli stessi anni del padre.

L’elogio ha lo scopo di celebrare il figlio dell’Ispallo, grande sapientia e molte virtutes gli vengono attribuite nonostante la giovane età. La breve vita non gli ha concesso di raggiungere le magistrature, ma non per questo gli è mancato l’honos, infatti mai è stato vinto nella virtus. Ancora una volta è evidente la concezione della virtus come sapienza-avvedutezza, allude a un tipo di vita finalizzato ad agire moderatamente e sapientemente per il bene della patria, dei parenti e infine propri (3). Lo scopo di Lucio Cornelio Scipione in qualità di vir optimum proprio come i suoi predecessori è di difendere i mores maiorum, considerati fondamentali per il mantenimento della pax deorum e della res publica. Nel rispetto di questo ideale il nostro Lucio riuscì come testimonia l’epitaffio ad assolvere il compito almeno in parte. La morte precoce gli ha impedito di usare la virtus in funzione di una vita pubblica e privata che sarebbe stata improntata sui valori della romanità.

Ennio: possibile autore dell’elogio?


Testa c.d. di Ennio (Musei Vaticani).

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Ennio possa essere considerato l’autore di alcuni elogi scipionici tra cui quello di Lucio, figlio dell’Ispallo (4). Del poeta latino ci giungono per via indiretta i frammenti di alcuni epigrammi in distici elegiaci: due dedicati a Scipione Africano e due allo stesso Ennio. La breve analisi dei primi ha permesso di evidenziare analogie con alcuni elogi dell’ipogeo. Cicerone ritiene che sia stato Ennio l’autore dell’iscrizione presente sulla tomba stessa dell’Africano e riporta l’incipit (5): “Hic est ille situs” (“qui è sepolto”). Seneca restituisce in una sua lettera il seguito dell’epigramma (6), traendolo come egli stesso afferma dal De re publica di Cicerone: “cui nemo civis neque hostis quivit pro factis reddere opis pretium” (“colui al quale nessun concittadino o nessun straniero poté mai degnamente ricambiare i suoi servigi”). Poco più avanti Seneca riporta altri due versi enniani, forse appartenenti allo stesso epigramma e tratti dalla stessa fonte: “Si fas endo plagas caelestum ascendere cuiquam est, mi soli caeli maxima porta patet” (Se a un mortale è concesso di salire alle regioni dei celesti, per me solo è spalancata l’immensa porta del cielo”).

Infine lo stesso Cicerone attesta altri due versi (7): “A sole ex oriente supra Maeotis paludes nemo est qui factis aequiperare queat” (“Sin da dove sorge il sole sopra le paludi della Meotide non vi è alcuno che possa eguagliare le sue imprese”). Se il testo ci è stato trasmesso nella sua completezza, la lunghezza di sei versi corrisponde a quella degli altri elogi attribuiti a Ennio. Inoltre se confrontiamo il quarto verso dell’iscrizione di Lucio Cornelio (“is hic situs quei numquam victus est virtutei”) con il primo del poeta latino (“Hic est ille situs, cui nemo civis neque hostis”) notiamo che in entrambi emerge la forza espressiva dell’incipit, finalizzata a porre l’attenzione sul valore del defunto (Lucio Cornelio e l’Africano), la cui virtus non può essere eguagliata. Accanto a somiglianze di questo tipo un altro elemento in favore della paternità enniana è il dato cronologico, l’iscrizione del figlio dell’Ispallo è stata realizzata intorno al 170 a.C., quindi contemporanea a Ennio.

Tuttavia la questione è ancora aperta, anche perché non dobbiamo dimenticare che noi possediamo solo una minima parte degli elogi dell’ipogeo, quelli mancanti avrebbero potuto chiarire tutti i dubbi.

Note

  • 1 In epigrafia latina le parentesi tonde si usano per indicare lo scioglimento di sigle o di abbreviazioni del testo latino, le quadre invece per integrare parti del testo mancanti.
  • 2 A. E. Astin, The lex Annalis before Sulla, in “Latomus” XVII, Bruxelles 1958, pp. 41-64.
  • 3 M. Pani, La politica in Roma antica, cultura e prassi, Roma 1997, p. 47.
  • 4 Gli altri due elogi attribuiti a Ennio sono: l’epitaffio del figlio dell’Africano (iscrizione C) e quello per l’Ispano (H).
  • 5 Cic., de legibus, II, 22, 56 sgg.
  • 6 Seneca, Epist., 108, 33.
  • 7 Cic., Tusc. disp., V, 17, 49.

Bibliografia

  • F. Coarelli, Il sepolcro degli Scipioni, in “Guide di monumenti”, Roma 1972, pp. 5-34.
  • F. Coarelli, Guida archeologica di Roma, Roma 1984.
  • F. Coarelli, Il sepolcro degli Scipioni, in “Revixit ars, arte e ideologia a Roma, dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana”, Roma 1996, pp. 179-238.

1 Commento su Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione

  1. Ottimo articolo, molto utile a chi cerchi una prima informazione in questo campo a metà fra l’epigrafia e la filologia. Grazie di cuore!

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