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Israele, Gerusalemme – scoperta forse la più arcaica iscrizione in lingua ebraica

Uno studioso di archeologia israeliano che lavora in un progetto di scavi presso un colle a sud della città di Gerusalemme pensa che un frammento di terracotta rinvenuto tra le macerie di un’antica città porti su di sé i segni della più antica iscrizione in ebraico mai trovata. Una scoperta, dunque, che potrebbe arricchire la conoscenza della cultura e della lingua in Israele all’epoca della Bibbia.

L’iscrizione, composta da cinque righe dai caratteri sbiaditi risalenti a tremila anni addietro, e i resti della città fortificata tra i quali è stata trovata, indicano che all’epoca del re David di cui si parla nell’Antico Testamento, esisteva un importante regno ebraico, secondo quanto la teoria di Yossi Garfinkel, archeologo presso l’Università di Gerusalemme e direttore della nuova attività di scavi a Hirbet Qeiyafa.

Altri esperti, invece, sono titubanti nell’abbracciare la teoria di Garfinkel delle testimonianze, diffuse qualche giorno fa. I ritrovamenti sono al centro del consueto dibattito su quanta parte della geografia e degli accadimenti raccontati dalla Bibbia possa essere presa letteralmente.

L’area di Hirbet Qeiyafa è sita nei pressi dell’odierna città di Beit Shemesh, sui colli della Giudea: una zona che una volta rappresentava la linea di frontiera fra gli israelitici che vivevano sulle alture e i loro rivali, ovvero i filistei che vivevano sulla costa. Il sito dà sulla valle di Elah, che, secondo la Bibbia, fu il luogo dove avvenne il mitico combattimento con la fionda fra David e Golia presso Gath, grande città filistea.

Il luglio scorso, un giovane volontario ha scoperto il frammento di ceramica incurvato (15X15 cm) nei pressi delle scale e della vasca da bagno di pietra all’interno di un’abitazione perlustrata dagli archeologi. Successivamente, gli studiosi hanno scoperto che il reperto recava cinque righe scritte in caratteri conosciuti come proto-cananei, antenati di quelli che costituiscono l’alfabeto ebraico.

L’esame al carbonio 14 dei noccioli di oliva bruciati, reperiti nel medesimo strato dell’area indagata, li ha collocati in un periodo che oscilla dal 1000 al 975 a.e.v., la stessa epoca del periodo d’oro biblico del regno di David. Gli esperti hanno individuato anche altre schegge più piccole scritte in ebraico databili al decimo sec a.e.v. Però, l’iscrizione che l’archeologo Garfinkel pensa possa esser parte di una lettera, anticipa la più vicina scritta indicativa in ebraico di almeno 100/200 anni. I rotoli del Mar Morto, i testi ebraici più noti della storia, vennero redatti su pergamena 850 anni dopo.

Attualmente, il frammento è tenuto al sicuro dentro una cassaforte dell’Università di Gerusalemme, intanto che gli esperti di filologia tentano di tradurlo. Però, i caratteri proto-cananei non erano usati solo dagli ebrei e, alcuni specialisti, ritengono che è complicato, quasi impossibile, stabilire che l’iscrizione sia in lingua ebraica e non in un linguaggio imparentato.

Il professor Garfinkel imposta la sua teoria identificativa su un verbo costituito da tre lettere del testo che vuol dire fare, parola che, secondo lui, esisteva solamente in lingua ebraica. Ma alcuni famosi archeologi che si occupano della Bibbia ci avvisano di non trarre conclusioni frettolose.

Per esempio, Amihai Mazar, archeologo presso l’Università di Gerusalemme, conferma l’importanza dell’iscrizione poiché ci troviamo davanti al testo più lungo, mai trovato, in proto-cananeo. Però, spiega che, definire l’iscrizione ebraica, significherebbe andare troppo oltre poiché, benché sia proto-cananeo, a quel tempo la distinzione tra lingue e scritti resta oscura.

Diversi ricercatori e archeologi ritengono che il racconto biblico accresca l’importanza di re David e sostengono che, sostanzialmente, sia una leggenda, magari con alcune radici nella realtà storica. Però, nel caso in cui la tesi di Garfinkel risulti vera, questo convaliderebbe l’attendibilità del racconto della Bibbia, dimostrando che gli israeliti annotavano gli eventi, tramandando la storia che fu, stesa, secoli dopo, nell’Antico Testamento.

Tutto questo, vorrebbe anche dire che nella città fortificata, presumibilmente, vissero gli israeliti. Dai reperti, però, non si evince ancora chi fossero gli abitanti. Questo si chiarificherà se, ad esempio, verranno trovate tracce della dieta locale, poiché le attività di scavo hanno dimostrato che le popolazioni filistee si nutrivano di maiali e cani, invece gli ebrei no. Ma il popolo che risiedeva all’interno della fortificazione poteva anche essere un altro, oggi dimenticato.

Nel caso in cui il testo fosse in ebraico, indicherebbe una connessione con gli israeliti e renderebbe l’iscrizione una delle più importanti, all’interno del corpus dei testi ebraici. Ma la sua importanza resta enorme, qualsiasi lingua sia.

Fino ad oggi, l’archeologia ha scoperto una percentuale minima di reperti risalenti all’epoca di David (X sec a.e.v.) e questo, ha portato diversi studiosi a ponderare che il suo dominio sia stato un piccolo possedimento o perfino che non sia mai esistito. Invece, Garfinkel pensa che la realizzazione di fortificazioni come, ad esempio, quella di Hirbet Qeiyafa, non possa essere stato un progetto locale poiché per costruire le mura si sarebbero state spostate 200 mila tonnellate di pietre: lavoro troppo arduo per i cinquecento abitanti della città. Quindi, l’archeologo suppone l’esistenza di un regno organizzato come fu quello che l’Antico Testamento conferisce a re David.

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