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Italia, Roma – pubblicato il 96° volume del Bullettino di Paletnologia italiana

Il Bullettino di Paletnologia Italiana è giunto alla pubblicazione del volume numero 96, della nuova serie XIV, anni 2005-2007; viene realizzato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, che si occupa anche della sua distribuzione. La stampa del volume numero 97, anno 2008, è invece ancora in corso.

Questo volume del Bullettino si suddivide, come oramai è usanza da diversi anni, in due sezioni: la prima illustra i risultati di alcune indagini di archeologia preistorica, mentre la seconda presenta parte delle collezioni etnografiche ed archeologiche esposte presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”.

La prima ricerca riguarda i molluschi terrestri scoperti nel deposito tardo glaciale sito presso la Grotta del Romito (comune di Papasidero, Calabria). I risultati emersi dalle analisi hanno anche permesso di attribuire a un intenso diboscamento la scarseggiante vegetazione arborea presente vicino alla cavità nel corso dell’Epigravettiano  finale e di verificare che fu solo grazie alla seguente riduzione dell’attività antropica che la copertura vegetale si ripristinò.

Inoltre, il Bullettino presenta diversi articoli inerenti ai differenti aspetti dell’età neolitica, sia in Italia che nel Mediterraneo occidentale. L’analisi accurata dei diversi tipi di popolamento del Neolitico nell’area centrale del Levante spagnolo che coincide con l’alta e media Valle del Serpis (presso Alicante) – che pare essere una delle zone mediterranee centro-occidentali dove si sono diffusi più precocemente i nuovi modelli culturali d’età neolitica – ha permesso di mettere in risalto nella regione studiata lo svilupparsi di problemi economici, sociali ed ideologici e di proporre delle ipotesi per una ricostruzione realistica del “paesaggio sociale” inerente alle comunità neolitiche dell’area.

L’articolo seguente analizza le ceramiche che provengono dal saggio IV dell’attività di scavo condotta da Gabriella Calvi Rezia sull’area archeologica neolitica di Cava Barbieri (Pienza, Toscana) negli anni Sessanta del XX secolo. I reperti indagati risalgono a differenti stadi del Neolitico contraddistinti, in particolar modo, dalla presenza di ceramica a linee incise, di ceramica con anse a rocchetto, di ceramica impressa cardiale, di ceramica dipinta e di materiali caratteristici della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.

Per ciò che concerne lo stadio neolitico più antico è stata comprovata la collocazione dell’area archeologica di Cava Barbieri all’interno del Gruppo di Basi-Filiestru-Pienza e la ceramica impressa cardiale qui trovata è stata attribuita al Cardiale Geometrico.

In Sardegna, per quanto riguarda la fase di passaggio fra il Neolitico e l’Eneolitico, sono stati studiati i reperti che provengono dai saggi stratigrafici realizzati, dal 1984, presso il santuario prenuragico di Monte d’Accoddi (Sassari). Il luogo sacro fu indagata da Ercole Contu e, in seguito, sino al 1999, da Santo Tiné. I lavori di scavo eseguiti più recentemente hanno permesso di verificare la presenza di un monumento più arcaico incorporato nell’edificio, di dimensioni maggiori, oggi visibile: è stata portata alla luce una porzione di un sacello, che appartiene al santuario originario, le cui pareti vennero rivestite di uno strato d’intonaco molto spesso e dipinte di rosso. L’esame tipologico condotto sui materiali ceramici ha permesso di spiegare la relazione cronologica fra i due santuari e di attribuirli, dal punto di vista culturale, alla facies Sub-Ozieri.

Infine, la prima parte del volume è conclusa da un articolo che tratta dello studio tecno-tipologico realizzato sugli strumenti foliati bifacciali a ritocco piatto, risalenti all’età neo-eneolitica, che provengono dal livello inferiore dell’area di Pianacci dei Fossi di Genga (Marche, Ancona).

Invece, nella seconda sezione il Bullettino presenta i reperti delle collezioni archeologiche appartenenti alla Soprintendenza che provengono sia dalle necropoli egiziane predinastiche di El-Hammamiye e di El-Amrah, che furono scavate, rispettivamente, da Ernesto Schiappareli e da David Randall Mac Iver, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, sia da Rodi (quelli micenei donati al Museo negli anni dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia o da privati e quelli micenei e geometrici, scoperti dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene nel territorio di Kamiros durante i primi mesi in cui l’isola venne occupata dagli italiani).

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