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Laetoli: orme fossili

Laetoli: orme fossili

Le orme fossili di Laetoli

  • Specimen: Orme fossili
  • Affiliazione tassonomica: Australopithecus afarensis (?)
  • Datazione: Pliocene Medio (3,6 Ma)
  • Data e luogo di ritrovamento: 1979, sito G, altopiano di Eyasi, Tanzania settentrionale
  • Scopritori: Dr. Paul I. Abell

Descrizione generale del sito di Laetoli

Nel 1976, sull’altopiano di Eyasi, in Tanzania, vengono rinvenuti una serie di strati di ceneri vulcaniche (Laetoli beds), risultato delle eruzioni del vulcano Sadiman, situato a circa 20 chilometri dal luogo di ritrovamento, che hanno favorito con la loro ridepositazione la conservazione di antichissimi resti e, in maniera del tutto insolita, di impronte fossili pertinenti a diversi animali.

La zona che ha restituito il maggior numero di reperti è una ristretta fascia di circa 70 chilometri quadrati, Laetoli, nome che in lingua Maasai significa “giglio rosso”.

Questa zona, esplorata a partire dagli anni’40 dagli archeologi Louis e Mary Leakey e dal geologo Peter Kent, fu oggetto di indagini sistematiche solo dalla metà degli anni’70, portando al recupero di numerosi resti di ominidi risalenti a 3,5-3,8 milioni di anni fa. Nel 1976 Andrew Hill identificò in situ una serie di impronte animali sullo strato di cenere fossilizzato, denominato in seguito Fottprint Tuff (Tufo delle Orme); negli anni seguenti furono condotte nuove campagne di scavo, che misero in luce circa 50000 impronte di diversi animali.

Nel 1978 Paul I. Abell rinvenne nel tufo un’orma senza alcun dubbio di origine ominide e l’anno successivo, la rimozione dello strato superficiale, portò in luce due file di circa 27 metri di orme ben definite e conservate, lasciate da ominidi che possedevano un’andatura perfettamente eretta.

L’estesa formazione geologica di Laetoli è costituita per tre quarti della sua porzione superiore da tufi eolici, strati cioè di ceneri vulcaniche ridepositate dal vento dopo la loro caduta, alternati a sedimenti di cenere rimasti indisturbati. È stato possibile datare molti di questi strati di tufo con il metodo del potassio-argo e i campioni prelevati dagli strati inferiori del “Tufo delle Orme”, uno dei tufi rimasti indisturbati, hanno indicato un’età di circa 3,8 milioni di anni.

Questa struttura, depositatasi nell’arco di alcune settimane, presenta una laminazione interna prodotta da una serie di eruzioni temporalmente ravvicinate ed ha uno spessore di una quindicina di centimetri. Il tufo è composto da due unità principali, diverse per struttura litologica e per tipo di orme che contengono: l’unità inferiore è suddivisibile in 14 microstrati, che costituiscono molto probabilmente il prodotto di altrettante singole eruzioni del Sadiman e otto di queste sono caratterizzate dalla presenza di numerose orme, tra cui quelle appartenenti agli ominidi.

Le impronte sono presenti in 16 diversi siti di Laetoli, identificati con le lettere dell’alfabeto inglese. In particolare le orme appartenenti agli ominidi bipedi poste su due file parallele si trovano nel Sito G ed è possibile distinguere due diverse sequenze: una (G1), appartenente ad un’australopitecina di piccola statura, mostra margini più netti, mentre l’altra (G2-G3) presenta margini meno precisi e sembra essere composita, dal momento che nelle orme originarie di un individuo più grande sembra essere passato un altro individuo, di dimensioni più piccole. Fino ad oggi sono state rilevate 39 impronte G1 e 31 impronte G2-G3.

Il diverso tipo di impressione ed il fatto che la distanza tra le due sequenze sia di soli 25 centimetri potrebbero indicare una formazione delle impronte in due momenti differenti: probabilmente tra le due è intercorsa una pioggia che avrebbe reso i passi di G2-G3 più insicuri a causa della mollezza del terreno.

Il rilievo fotogrammetrico, eseguito soprattutto sulle impronte G1, ha permesso di ricostruire la forma del piede che le ha prodotte, di sicura natura umana: l’angolo di divergenza e lo spazio tra l’alluce e le altre dita, tipico del camminare a piedi nudi, il tallone arrotondato, l’arco plantare pronunciato e l’alluce rivolto in avanti. Dall’altra sono state messe in evidenza alcune significative differenze con il piede di un sapiens, come l’assenza di una profonda impressione semicircolare che dovrebbe trovarsi alla base dell’alluce ed in particolare la misura relativa delle dita, che varia da impronta a impronta. Diversi autori hanno interpretato questa variazione ipotizzando che questi ominidicamminassero con le dita dei piedi più o meno piegate, come gli scimpanzé.

Inoltre le impronte risultano essere più profonde nella parte esterna rispetto ad un’impronta moderna, conformazione probabilmente dovuta al fatto che questi ominidi nel camminare non rullasse i piedi in avanti come un sapiens, bensì si muovesse con un’andatura barcollante, causata dalla colonna vertebrale, che ancora non aveva la tipica mobilità moderna e dal fatto che il baricentro si trovasse nella regione dell’addome e non in quella del cinto pelvico.

Laetoli

Generalmente queste impronte sono attribuite ad Australopithecus afarensis, dato che tutti i resti di ominidi rinvenuti a Laetoli appartengono a questa specie, ma la questione rimane ancora dubbia, dal momento che la ricostruzione della forma del piede di un afarensis fatta in base ai ritrovamenti di Hadar, in Etiopia, non corrisponderebbe esattamente al tipo di impronta riportata in luce a Laetoli.

In definitiva è possibile affermare comunque che le impronte di Laetoli indichino sicuramente un tipo di marcia bipede, che presentino caratteri che le differenziano da quelle di un sapiens e siano quindi non del tutto incompatibili con quanto emerso dallo studio dei resti scheletrici rinvenuti ad Hadar (A.L. 288-1, A.L. 129).

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