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L’attore tragico nel teatro greco

La figura dell’attore tragico nel teatro greco

La nascita della tragedia viene collocata nell’Atene di Pisistrato ( 600 – 528/7 a.C. ); la tradizione vuole che il primo concorso tragico, che risalirebbe alla LXI Olimpiade ( 536 / 5 – 533 / 32 a. C. ), sia stato vinto da Tespi ( delle cui tragedie non è rimasto nulla ), ricordato dalla tradizione come il primo ad aver concepito e messo in scena l’idea di due personaggi che, colle maschere in volto, dialogassero tra loro impersonando ruoli mitici di fronte ad un pubblico di spettatori, dando così avvio ad un genere letterario completamente nuovo ed originale rispetto ai precedenti dell’età arcaica (1).

Tragedia è […] imitazione è di un’azione seria e compiuta di una certa estensione […], la quale mediante pietà e paura porta a compimento la purificazionedi siffatte emozioni[ ??’ ?????? ???? ????? ?????????? ???? ???? ???????? ????????? ???????? ]’ (2).

La pietà e la paura sono le emozioni tragiche per eccellenza, emozioni che la tragedia, in quanto mimesis, cioè imitazione, della realtà, deve essere in grado di suscitare; affinché ciò sia possibile, lo spettatore dovrà essere indotto ad immedesimarsi negli attori, o meglio, nei personaggi della vicenda da essi portata in scena, secondo un meccanismo psicagogico per il quale ‘chi l’ascolta viene assalito da un tremito di paura, da una pietà che induce al pianto dirotto, da una struggente brama di dolore, e l’anima per effetto delle parole soffre per le fortune e le sfortune altrui – si tratti di persone o di fatti – come se fosse una sofferenza propria.

La tragedia è un inganno per il quale chi inganna agisce meglio di chi non inganna e chi si lascia ingannare è più saggio di chi non si lascia ingannare‘ (3).

La performance di una tragedia richiedeva agli attori doti notevoli, che, proprio al fine di suscitare sentimenti quali pietà e paura, dovevano dar prova di un’eccezionale bravura nel far corrispondere il volume, il tono ed il ritmo della voce alla varietà degli stati d’animo dei personaggi interpretati; non è un caso che gli attori tragici fossero in genere differenti da quelli impiegati in commedia.

L’attore greco doveva essere in grado di cambiare voce con la stessa facilità con cui cambiava la maschera, trasformandosi da giovane in vecchio, da uomo in donna.
Le rappresentazioni teatrali prevedevano la messa in scena, in un unico giorno, di tre tragedie ed un dramma satiresco, durante la quale l’attore eseguiva parti di natura diversa, dal semplice recitato al canto. Requisiti indispensabili erano dunque, nei grandi teatri a cielo aperto quali quelli dell’antichità, potenza e chiarezza della voce, abilità nel canto, ed agilità fisica per gesti e movimenti di danza.

Il numero degli attori nel teatro greco

Nei primi tempi vi fu un unico attore, che coincideva col poeta medesimo, che interloquiva ed interpretava quello che il coro eseguiva o mimava mediante il canto e la danza (4). Furono successivamente Eschilo eSofoclead introdurre, rispettivamente, il secondo ed il terzo attore, numero che rimase inalterato e che non comprese più anche l’autore. A seconda dell’importanza dei ruoli che spettavano loro, gli attori si distinguevano in ‘protagonista’, ‘deuteragonista’, ‘tritagonista’.

Nel 449 a.C. si iniziò a mettere in palio un premio per la recita, ed in alcune iscrizioni si trovano difatti il nome dell’attore principale assieme a quello del poeta e del corego. È così che ebbe dunque inizio la professione dell’attore, professione che, per gli attori più bravi, differentemente che nel mondo romano, era ben remunerata .

La limitazione numerica imponeva di fatto che gli attori si dividessero le parti fra di loro, e che un singolo attore interpretasse più ruoli, sia maschili sia femminili, essendo alle donne interdetta la recitazione, né si impiegavano ragazzi per simulare voci femminili, come nel teatro d’epoca elisabettiana. Questa prassi, che forse, a noi spettatori moderni, può sembrare innaturale, nell’antichità non destava alcun tipo di disagio o smarrimento; d’altronde, ancora nel teatro di Shakespeare e nel No e Kabuki giapponesi le compagnie teatrali sono parimenti di sesso maschile.

Talvolta sulla scena sono presenti più di tre personaggi, ma in questi casi il dialogo si svolge tra non più di tre di essi, d’altronde le scene che presuppongono più di tre attori parlanti sono piuttosto rare, poiché in genere il tragediografo impegna solamente due attori escludendo a turno il terzo.

I ”personaggi muti” nel teatro greco

Le cosiddette ”presenze mute” possono essere considerati quei personaggi che sono egualmente presenti ed assenti sulla scena, che, pur essendo presenti dall’inizio alla fine della rappresentazione, per tutta la durata della performance non pronunciano battute ( come, ad esempio, Bia – Violenza – nel Prometeo incatenato, o Pilade nelle Coefore – che recita tuttavia una breve battuta di tre versi – ed ancora, Ide nelle Trachinie ); può trattarsi di vere e proprie comparse, quali ancelle, aiutanti, guardie del corpo dei personaggi principali, o bambini più o meno silenti ( espediente di cui si avvalse in particolare Euripide ), volti a caricare la storia rappresentata di una vena ancor più drammatica e pregna di pathos.

La maschera nel teatro greco

L’immaginario teatrale antico è inevitabilmente associato all’impiego della maschera, che i Greci chiamavano ”prosopon”, vocabolo che designava tanto la maschera in sé quanto il personaggio che la portava, secondo un’identificazione che è rimasta nella parola latina ”persona”.

Si ritiene che le maschere teatrali derivino da quelle cultuali del dio dell’ebbrezza Dioniso, il dio che invasa i suoi seguaci finché raggiungono l’estasi e lo straniamento da se stessi, e nelle cui feste ( Le Grandi Dionisie ) hanno luogo gli agoni teatrali, e che nei cosiddetti ‘vasi delle Lenee’ è raffigurato come una maschera fissata ad una colonna.

La maschera era fatta sostanzialmente di lino, meno frequentemente di sughero, legno, cartapesta o cuoio, motivo per cui non se ne è conservata nessuna, fuorché alcuni esemplari di marmo o terracotta, eseguiti per qualche scopo preciso, come ad esempio essere consacrati ad un dio.

Dopo aver applicato dello stucco, la si dipingeva, in bianco o bianco – grigio per le donne, di un colore più scuro per gli uomini, veniva fissata al mento o alla nuca con stringhe, presentava lineamenti naturali ben marcati, piccole aperture negli occhi così che l’attore potesse vedere, la bocca leggermente aperta ed una parrucca fatta probabilmente di lana. L’impiego della maschera da parte di attori e coreuti fu molto duraturo, pur se in epoca più tarda i tratti fisiognomici si accentuarono sempre più, divenendo a volte ostentatamente grottesche: le aperture degli occhi diventano più grandi ed incavate, la bocca spalancata e contratta per accentuare lo struggimento patetico del personaggio, la fronte alta e sorretta da una massa di capelli disposta a forma di piramide che ricade in entrambi i lati – il cosiddetto onkos ) (5).

L'attore tragico nel teatro greco
Maschera tarda

Talvolta un attore poteva cambiare maschera nel corso di una stessa rappresentazione: è il caso, ad esempio, di Edipo, quando esce dal palazzo sanguinando dagli occhi ormai ciechi.
Conoscendo approssimativamente la trama, il pubblico sapeva individuare immediatamente, dalla maschera dell’attore, il personaggio di cui quest’ultimo si faceva portavoce. Cosa ancor più importante, questo era l’unico modo che consentiva agli attori, di numero limitato ed unicamente di sesso maschile, di cambiare la propria identità, così che gli spettatori che lo avevano visto poc’anzi nelle vesti di Afrodite, potessero accettarlo poco più tardi nei panni di Fedra, e più tardi ancora in quelli di Teseo.

Il costume tragico nel teatro greco

Dovendo dare nell’occhio da lontano, il costume era riccamente rifinito di disegni vistosi, e spesso a colori vivaci, benché i personaggi in lutto o in sventura fossero abbigliati di nero, e quelli di condizione regali fossero contraddistinti dalla porpora. Differentemente dal normale costume del tempo, gli attori indossavano il chitone ( ????? ), una tunica dalle lunghe maniche per nascondere le braccia troppo vistosamente maschili, sul quale si poneva o un lungo mantello adagiato sulla spalla destra ( ???????? ), o la clamide ( ??????)un mantello corto sulla spalla sinistra caratteristico di re ed eroi tragici ; si indossavano stivali morbidi dalle suole sottili, i famosi coturni ( ????????), talora decorati e allacciati, che coprivano parte del polpaccio.

Le testimonianze in merito sono molto esigue, pertanto non è semplice stabilire in che misura si facessero variazioni nell’abbigliamento per distinguere i singoli attori, quindi il protagonista dagli attori secondari, i giovani dai vecchi, i padroni dagli schiavi, gli uomini dalle donne, gli esseri divini dagli uomini; in tal senso la presenza di attributi quali l’arco di Apollo, la clava e la pelle di leone d’Ercole, lo scettro da re, la spada da guerriero, la ghirlanda da messaggero, il bastone ( ????????) per i vecchi, era molto d’aiuto agli spettatori.

Note

  • 1 – Il dialogo tra due personaggi non è, tuttavia, un’introduzione ex novo da parte di Tespi: già l’epica – i poemi omerici – se n’era avvalsa, anche se all’interno di una cornice narrativa che nella tragedia è assente.
  • 2 – Aristotele, Poetica, 1449 b 24 ssg.
  • 3 – Questa è la famosa definizione di Gorgia ( ap. Plut. de glor. Ath. 348 c = 82 B 23 D. – K. ).
  • 4 -Il vocabolo greco che designa l’ ‘attore’ è hypokrités, che si rifà a hypokrinesthai, ”rispondere” ( alle domande del coro ), ma soprattutto ”interpretare”, ”spiegare” ( agli spettatori ).
  • 5 – Secondo altre ipotesi, ritenute oramai superate, la longeva persistenza della maschera avrebbe a che fare col suo ”effetto – megafono”, capace di amplificare le voci degli attori.

Bibliografia

  • H. C. Baldry, I Greci a teatro, Laterza Edizioni 1995.
  • M. Di Marco, La tragedia greca. Forma, gioco scenico, tecniche drammatiche, Carocci 2009.

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