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Le Antichità di Ercolano esposte: foto

Le incisioni dal “Le Antichità di Ercolano esposte”

Una città, l’antica Herculaneum, vestigio di un passato brulicante di vita, spazzato via nel giro di pochi minuti dalla tremenda eruzione del Vesuvio, verificatasi nell’anno 79, e un uomo, Carlo Sebastiano di Borbone (1716-1788), che, dai fasti della corte spagnola, passò ad una strepitosa carriera in Italia – da duca di Parma e Piacenza a principe del Granducato toscano al trono delle Due Sicilie – per poi affermarsi in patria quale sovrano artefice di una significativa opera di ammodernamento interno dello Stato spagnolo.

Una città e un uomo, dunque: la storia di un amore, di cui Le Antichità di Ercolano esposte sono uno dei frutti più ammirevoli e duraturi. Un’opera monumentale, che nell’intento degli artefici – i membri del prestigioso sodalizio denominato Accademia Ercolanense, costituitosi per volontà regia nel dicembre dell’anno 1755, presieduto da una delle personalità più in vista della corte reale, il marchese Bernardo Tanucci, e composto dai nomi più in vista dell’establishment culturale del tempo – avrebbe dovuto raggiungere i quaranta volumi. In realtà, fra 1757 e 1792 ne furono dati alle stampe solo otto, riproducenti in meravigliose raffigurazioni mediante tecnica a rame, i reperti via via riportati alla luce dall’infaticabile lavoro di scavo, avviato nel 1738 su iniziativa del sovrano, che legò in tal modo il proprio nome ad una politica destinata ad immortalarlo fra i re “illuminati” del Settecento europeo.

Si assisteva ad una rinnovata primavera: dopo secoli di oblio sotto la colata di lava e detriti che ne aveva interrotta la vitalità, Ercolano tornava a vivere, a mostrare al mondo i segni della sua bellezza, ad occupare un posto nella storia.

Affreschi, dipinti, statue, bronzi, vedute architettoniche: gli Accademici registravano, studiavano e pubblicavano tutto ciò che man mano veniva recuperato dagli ingegneri e dagli scavatori, sfidando le cospicue difficoltà opposte dalla durezza e dalla perigliosità dell’incrostazione vulcanica che ricopriva l’antico abitato della città. In base alla scansione tematica dell’opera, i tomi dall’1 al 4, nonchè il 7, comprendono le “pitture antiche d’Ercolano e contorni”, i tomi 5 e 6 sono dedicati ai bronzi (rispettivamente busti e statue), il tomo 8 alle lucerne e ai candelabri.

Le tavole

Le 619 tavole delle Antichità, cui lavorarono nomi di pregio nell’arte dell’incisione e del disegno – si possono menzionare, a titolo esemplificativo, Giovanni Elia Morghen e Francesco Cepparuli, ma anche Luigi Vanvitelli, autore delle pregevoli decorazioni delle lettere iniziali – hanno segnato uno spartiacque nella conoscenza della produzione artistica romana del periodo e, in particolare, dello stile invalso nelle città di Pompei ed Ercolano immediatamente prima del disastro che le colpì: in buona parte delle attestazioni emerse dagli scavi e rese note grazie all’attività dell’Accademia, infatti, è possibile ravvisare significativi esempi del cosiddetto “quarto stile pompeiano”, contraddistinto da sperimentazioni decorative, dal ricorso ad architetture ardite, dall’inserzione di illusioni ottiche.

L’avvio degli scavi archeologici e la pubblicazione delle Antichità da parte della Stamperia Reale, in un’edizione sontuosa a grande formato, corredata da un ampio Catalogo degli antichi monumenti dissotterati dalla scoperta città di Ercolano a cura di Ottavio Antonio Bayardi, costituirono due incomparabili punti a favore per la consacrazione della monarchia borbonica quale munifico nume tutelare del patrimonio storico-culturale di epoca antica, nonché illuminato ispiratore di un nuovo stile artistico e decorativo che fece scuola in Europa.

Galleria fotografica

La galleria di 12 raffigurazioni proposta è tratta dal primo tomo, dedicato alle pitture. Essa si apre con il prezioso frontespizio (fig. 1) recante il titolo dell’opera Le antichità di Ercolano esposte, in cui sono chiaramente visibili, in alto e in basso, due vedute dell’antica città campana, subito prima e dopo la rovinosa distruzione dell’anno 79. Fanno seguito una carta geografica riproducente il golfo di Napoli e l’entroterra (fig. 2), mentre nelle immagini dalla 3 alla 12 si possono osservare, in sequenza, situazioni e personaggi del mondo mitologico, oggetto dei dipinti rinvenuti. Spiccano senza dubbio la finezza e la precisione del tratto grafico, garantiti dall’adozione della tecnica incisoria a rame, mentre la componente tematica di argomento mitologico a sfondo amoroso ed eroico si conferma tipica dell’ultima fase dell’evoluzione pittorica attestata nell’area ercolanense-pompeiana a cavallo fra la metà del I secolo a.C. e la prima metà del secolo successivo.

Link alle immagini

http://www.archart.it/libri-antiquari/Antichita-di-Ercolano-Esposte/index.html

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