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Le verità nascoste di Ipazia

ipazia

Matematica, astronoma e filosofa. Donna. Uccisa dai cristiani. Benché sia diventata un simbolo pop per battaglie troppo moderne, Ipazia d’Alessandria merita tutta la fama che si è conquistata, grazie anche ad Agorà, il film di Alejandro Amenàbar con Rachel Weisz del 2009, che ne ha raccontato la vita. Umberto Eco rivelò un certo veleno, all’epoca del film, sostenendo (com’è vero) che Ipazia non era l’unica donna a praticare la filosofia nell’antichità, ma aggiungendo maliziosamente che molte filosofe facessero anche le “escort” per vivere (il riferimento è ad Aspasia, la moglie di Pericle). Anche se le donne hanno spesso dovuto prostituirsi, sia per mantenersi sia per frequentare i circoli intellettuali, questo non è il caso di Ipazia, sulla cui verginità si è insistito pure troppo.

Vissuta in Egitto tra il 370 circa e il 4I 5, Ipazia rappresenta il meglio di quella classe intellettuale di lingua greca, che, nell’ultimo periodo del dominio “romano” sul Nord Africa (era Costantinopoli la capitale di riferimento) rinnovò il pensiero e la scienza della sia della Grecia classica, sia di quella ellenistica. Oggi si fa di Ipazia anche il simbolo dei femminicidi. Ma benché la scienziata sia stata massacrata, accecata, fatta a pezzi e bruciata dai monaci parabolani cristiani nel marzo 415, su ordine del vescovo Cirillo, il suo fu prima di tutto un delitto politico.

Certo, compiuto da uomini di Chiesa misogini. Ma che, prima ancora, non tolleravano la pluralità di pensiero e la minaccia che la ricerca scientifica e filosofica rappresentava per la loro fede confusa e per la loro scalata al potere. Cirillo, per inciso, è santo ed è ancora molto venerato dalla Chiesa. Ipazia, venerata in vita e ricordata ancora dopo la sua morte da motti cronisti, anche cristiani, è poi caduta nell’oblio per secoli.

Le sue opere non ci sono state tramandate. Non sappiamo bene neanche quali strumenti abbia costruito: si dice l’idroscopio. Eppure il suo influsso è stato tale che i cristiani, per soffocare il suo mito, inventarono una santa che ne prendesse il posto: l’erudita Caterina d’Alessandria. «Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura», scrisse il grammatico Pallada.

Lo storico della Chiesa Socrate Scolastico commentò, dopo la sua morte: «raggiunse tali successi in scienza e in letteratura da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo». E aggiunse: «Per la sua padronanza di sé e per i suoi modi, che aveva acquisito coltivando la propria mente, spesso appariva in pubblico in presenza di magistrati. Né si sentiva intimidita in un’assemblea di soli uomini. Poiché tutti gli uomini la ammiravano ancora di più per la sua straordinaria dignità e virtù. Nonostante ciò, ella cadde vittima dell’invidia politica che dominava a quell’epoca».

Invidiabile filosofia

Ipazia poté apprendere dal padre Teone i segreti della matematica e dell’astronomia e diventarne assistente. Di più, «ella divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia», e divenne «ella stessa maestra di motti nelle scienze matematiche», scrisse lo storico Filostorgio. Non solo, ma come nella Grecia antica, Ipazia usciva dalle aule per parlare di filosofia nelle strade, alla gente comune.

Detto questo, come sempre, il suo assassinio non fu soltanto il frutto della complessa lotta fra filoelleni e cristiani, e del conflitto tra il vescovo e il prefetto Oreste: già gli antichi sapevano che l’odio di Cirillo era un misto di invidia e sete di potere. Scrisse Damascio: «Una volta accadde che Cirillo, che era a capo della setta opposta, passando davanti alla casa di Ipazia, vedesse che vi era una gran ressa di fronte alle porte o figlia di Brontino, successore del filosofo.

Forse Teano o Theanò riuscì a restare oltre 5 anni in silenzio, il che nella scuola era considerato un gran merito. Alcuni testi la definiscono «la tenera e sensuale fanciulla di un modesto vasaio». In ogni caso, secondo i biografi Diogene Laerzio, Porfirio e l’Anonimo Forziano, fu l’emblema della donna sapiente: perfetta in famiglia ma anche partecipe della vita pubblica. In campo medico elaborò idee poi riprese nei secoli successivi. Alla morte di Pitagora, lei gli succedette come capo della comunità, anche se si trattava di un gruppo ormai disperso, in parte mandato in esilio e in parte sterminato dagli stessi abitanti di Crotone. Pare che Teano partì per la Grecia e l’Egitto dove, con le figlie, diffuse il sistema filosofico e religioso pitagorico.
PRIMA DI LEI: TANAQUILLA E LE PITAGORICHE
Si dice che le etrusche, forse tra le donne più libere dell’antichità, potessero studiare anche la matematica. E che questo sia stato il caso di Gaia Cecilia, esperta anche di medicina e arti divinatorie, passata alla storia come Tanaquilla, la donna che fece di Tarquinio Prisco (morto nel 579 a.C.) il prima re etrusco di Roma. Del personaggio storico sappiamo davvero poco, pur dando per vera la leggenda. Resta che i romani erano scandalizzati dalla libertà, dal potere e dalla cultura delle donne etrusche.

Eppure, sempre nella penisola, altre intellettuali si stavano mettendo in luce. Pare che il filosofo greco Pitagora, vero sacerdote dei numeri, avesse 28 seguaci donne in quel di Crotone. Tra di esse, la leader fu Theanò, moglie o figlia di Pitagora (la setta era così mini e di cavalli, gente che si avvicinava, che si allontanava, che ancora si accalcava, avendo chiesto cosa fosse quella moltitudine e di chi la casa presso la quale c’era quella confusione, si sentì rispondere da quelli del suo seguito che in quel momento veniva salutata la filosofa Ipazia e che era la sua casa.

Saputo ciò, egli si rose a tal punto nell’anima che tramò la sua uccisione in modo che avvenisse al più presto, uccisione tra tutte la più empia». Damascio e un altro biografo di Ipazia, Socrate Scolastico, affermarono che con Ipazia si era finalmente realizzata la mitica “politeia”, ossia che erano i filosofi a decidere le sorti della città (la parola”politeia” viene tradotta in genere come “costituzione”, ma è più complessa).

Ipazia, in sintesi, fu un’ascoltata consulente politica. In più, con lei il pensiero platonico si evolse: secondo Socrate Scolastico, Ipazia non era come quei filosofi che si limitavano a spiegare le opere di Platone e di Plotino, ma «ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino, e spiegava tutte le scienze filosofiche a coloro che lo desideravano». Dunque, uccidere Ipazia significò fermare un progetto politico, prima ancora che punire una donna fuori dalle righe.

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