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Leptis Magna, storia degli scavi

L’interesse verso le antiche rovine di Leptis Magna, di cui per secoli si è persa la memoria, si risveglia verso la metà del XVI secolo, quando i suoi monumenti iniziano ad essere spoliati ed i materiali trasportati in una Tripoli in pieno fervore edilizio.

La riscoperta della città attraverso quattro secoli di esplorazioni archeologiche

Le prime spedizioni programmate nella città, ancora completamente coperta dalla sabbia, si devono a Claude Lemaire, console di Francia a Tripoli (1683-1693, 1707-1708). è l’avidità del console per gli antichi marmi che affiorano tra le rovine di Leptis, descritta da Lemaire come la plus belle et la plus superbe ville de l’Affrique, a trasformare la città in una sterminata cava di colonne, lastre, elementi statuari da inviare nella Parigi del re Sole. Centinaia di colonne in cipollino, pavonazzetto, breccia vengono vendute e, di queste, alcune riutilizzate per il baldacchino dell’altare maggiore della chiesa di St. Germain de Près e, ancora, nell’ambone della cattedrale di Rouen.

Altre, provenienti dal Ninfeo e troppo pesanti per essere imbarcate, giacciono ancora abbandonate presso la riva del mare, nelle vicinanze del foro vecchio. Nel 1806 il cancelliere del consolato francese a Tripoli J.D. Delaporte visita le rovine, disegnando alcuni monumenti emergenti e copiando numerose epigrafi. Nel 1816 giunge a Leptis Magna anche W.H. Smyth, capitano dell’Ammiragliato britannico per ritirare i marmi che Yusuf Caramanli, pascià di Tripoli, aveva offerto al principe d’Inghilterra; a Leptis Smyth si trattiene circa un anno per scavare in alcuni punti della città antica. La pianta da lui redatta, la prima in assoluto della città, è andata perduta ma le 37 colonne e i marmi dono del pascià sono, ancora oggi, al castello di Windsor.

Solo dai primi anni del ‘900, sotto il forte condizionamento del fenomeno coloniale, si sviluppa un interesse più propriamente archeologico nei confronti delle principali città della Cirenaica e della Tripolitania, fra le quali Leptis esercita un fascino particolare. Salvatore Aurigemma che, accompagnato da Francesco Beguinot, vi giunge per primo nel 1911 può considerarsi il precursore di una generazione di archeologi e soprintendenti italiani cui si deve la documentazione della maggior parte delle febbrili attività di scavo di questo periodo. Con l’occupazione della Tripolitania e della Cirenaica nel 1911-12, le indagini archeologiche vedono un decisivo incremento sotto il forte impulso ideologico connesso all’attività coloniale. L’Artemide Efesia, rinvenuta nel 1912 nell’anfiteatro di Leptis, diviene il soggetto di cartoline postali e, dal 1921 a tutto il periodo fascista, compare su alcuni francobolli della serie “Poste Coloniali – Libia” come simbolo della Tripolitania e personificazione dell’abbondanza.

I primi scavi sistematici si devono al successore di Aurigemma, Pietro Romanelli che tra il 1919 e il 1923 scava le terme, il porto, la basilica severiana. Il suo successore Renato Bartoccini (1923-1928) porta alla luce l’arco di Settimio Severo e, ancora, a Giacomo Guidi (1928-1936) si deve la scoperta dei templi del foro vecchio. L’attività degli italiani in Libia prosegue intensa e fortemente subordinata all’ideologia nazionalistica nei decenni successivi: a Leptis le attività di scavo su vasta area impegnano incredibili quantità di uomini e mezzi e mettono in luce ampie porzioni della città antica con le sue strade ed i suoi monumenti che, nell’ottica del regime, sono considerati testimonianze tangibili della grandezza di Roma stessa nel territorio. Durante il governatorato di Italo Balbo (1934-40) il soprintendente Giacomo Caputo (1936-1943-51) dispone di enormi finanziamenti destinati ai grandi cantieri di Leptis Magna ma anche di Sabratha, Cirene e Tolemaide.

Al Caputo si devono importanti interventi di restauro alla basilica severiana ed al teatro in cui vengono riposizionati gli enormi blocchi di calcestruzzo precipitati dalla summa cavea. Questo fervore di attività che a Leptis, come anche nella vicina Sabratha, ha riportato alla luce, sebbene non sempre seguendo criteri di scientificità, tutti gli elementi costitutivi della città, si ferma con la seconda guerra mondiale, dalla quale la Libia esce nel 1943, con l’ingresso delle forze alleate a Tripoli. Sono studiosi e archeologi inglesi, soprattutto J.B. Ward-Perkins e R. Goodchild, ad occuparsi della prosecuzione delle attività della Soprintendenza da questo periodo fino alla dichiarazione di indipendenza della Libia nel 1951, quando viene creato il Dipartimento alle Antichità della Libia. Oggi, in collaborazione con il Dipartimento delle Antichità della Jamahiriya Araba Libica di Tripoli, operano a Leptis Magna varie missioni italiane.

1 Commento su Leptis Magna, storia degli scavi

  1. Molto interessanti ,
    Pero’ manca solo la bibliografia , spero che ci sara’ presto
    grazie

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