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L’imbalsamazione nell’antico Egitto

L’imbalsamazione

Oggetto di fascino e di attrazione nell’antichità, come in epoche più recenti, le mummie sono uno dei simboli dell’antica civiltà egizia e il prodotto di un’arte millenaria senza pari. Sin dai loro primi ritrovamenti, hanno suggestionato l’immaginario collettivo, offrendo la materia prima per adattamenti cinematografici, testi di narrativa e, ovviamente, studi scientifico-archeologici.

Nell’antico Egitto, la mummia era una garanzia di sopravvivenza nell’aldilà: secondo le credenze religiose, l’anima (1) dipendeva dal corpo perché tramite esso poteva continuare a mantenere il contatto con il mondo dei vivi e, soprattutto, a usufruire delle offerte e del culto funerario, indispensabili per la sopravvivenza nell’aldilà; la distruzione delle spoglie mortali avrebbe inevitabilmente comportato una seconda e definitiva morte, la più grande paura per gli Egizi.

imbalsamazione
Il volto mummificato del faraone Sethi I, sovrano della XIX dinastia.

Le più antiche sepolture

Nel periodo predinastico (4500-3000 a.C.), si usava seppellire i morti in fosse scavate nella sabbia; i defunti vi erano deposti, insieme ai loro corredi, in posizione fetale, accolti dalla nuda terra come dal grembo materno. Il contatto con la sabbia rovente e asciutta creava le condizioni ideali per la naturale disidratazione e mummificazione dei corpi. Fu l’osservazione dell’ottimo stato di conservazione di queste prime mummie non intenzionali che fece, probabilmente, scaturire nella mente degli antichi Egizi la concezione dell’imbalsamazione.

Il procedimento riproduceva quello attraverso il quale Anubi, dio dell’imbalsamazione, aveva riportato in vita il dio Osiride, ucciso dal fratello Seth (2); il precedente mitologico di Osiride rappresentava una speranza di resurrezione per il defunto e, anzi, l’imbalsamazione aveva appunto lo scopo di operare la trasfigurazione del morto in essere divino e la sua associazione proprio con Osiride.

mummia_naturale
Una mummia naturale del periodo predinastico.

L’invenzione dell’imbalsamazione

Non si conoscono le modalità e il momento esatto in cui tali credenze di sopravvivenza post-mortem nacquero e si legarono all’idea dell’imbalsamazione. Sicuramente, in ciò influì la progressiva diffusione dei sarcofagi e dell’architettura funeraria monumentale, a causa della quale il corpo veniva isolato dal suolo e non era più in grado di preservarsi spontaneamente. Fu necessario, quindi, attuare delle pratiche fisico-chimiche che ne consentissero la conservazione artificiale, i cui primi – e ancora maldestri – tentativi risalgono già alle prime dinastie.

I risultati non furono subito soddisfacenti, tanto è vero che la maggior parte delle mummie dell’Antico Regno (2686-2181 a.C.) ci sono pervenute completamente scheletrizzate sotto lo spesso bendaggio. Fu solo nel Nuovo Regno (1567-1085 a.C.) che il processo di imbalsamazione raggiunse la massima accuratezza e il perfezionamento.

Bisogna precisare che, inizialmente, la vita ultraterrena era un privilegio esclusivamente regale e, quindi, l’imbalsamazione era riservata ai soli faraoni; con il tempo, strati sempre più ampi della popolazione cominciarono a condividere il destino regale e la pratica conobbe, così, una progressiva diffusione.

Tecnica e rito dell’imbalsamazione

L’imbalsamazione era un’operazione complessa e dal profondo significato simbolico-religioso che coniugava insieme formule e gesti rituali e accurate operazioni tecniche; era, quindi, eseguita da professionisti, sacerdoti specializzati chiamati ut (3).

strumenti dell’imbalsamatore
Alcuni strumenti dell’imbalsamatore: dei ganci per la rimozione dell’encefalo e un cucchiaio per narici, un particolare oggetto che serviva a versare resine e altre sostanze nella scatola cranica vuota.

Le fonti iconografiche e testuali egizie sono piuttosto reticenti riguardo le varie fasi del processo, limitandosi a illustrare sostanzialmente i momenti finali; importanti testimonianze provengono, invece, da alcuni autori greci, come Erodoto (V sec. a.C.) e Diodoro Siculo (I sec. a.C.), e dallo studio moderno su mummie e resti umani, ma la conoscenza attuale del procedimento rimane comunque lacunosa.

I laboratori di imbalsamazione

I laboratori di imbalsamazione erano eretti sulle rive del Nilo o su altri corsi o canali, in modo da avere a disposizione grandi quantitativi d’acqua per i lavaggi e le abluzioni rituali: simbolicamente, ciò rappresentava l’emersione del defunto dalle acque primordiali del Nun, come il sole all’inizio dei tempi.

Disteso su un apposito tavolo, il corpo del defunto era attorniato dall’equipe di ut. Chi presiedeva alle operazioni era l’hery-sesheta (preposto ai misteri), il quale indossava significativamente una maschera che ritraeva Anubi; chi compiva materialmente l’imbalsamazione era, però, il khetemu-netjer (cancelliere del dio), coadiuvato da vari assistenti, i cosiddetti figli di Horo (4).

Le operazioni chirurgiche

Si procedeva subito all’estrazione del cervello per mezzo di un uncino o gancio in metallo fatto passare attraverso la cavità nasale; più raramente si sfruttava il forame magno (5) o si trapanava la cavità orbitale.

Dopo aver praticato un’incisione sulla parte sinistra dell’addome, i sacerdoti imbalsamatori procedevano all’ablazione delle viscere; erano lasciati in loco solo due organi: il cuore, indispensabile per il giudizio del defunto nell’aldilà (6), e i reni, perché fissati all’esterno della membrana peritoneale (7) e, quindi, difficili da raggiungere. Gli organi estratti erano trattati con molta cura; lavati, disidratati e cosparsi di resine e spezie, erano infine bendati e riposti nei vasi canopi. Tali contenitori avevano le sembianze dei quattro figli di Horo ed erano posti il più vicino possibile al sarcofago in modo che il corpo fosse completo di tutte le sue parti.

vasi canopi
Un set completo di vasi canopi con il coperchio a forma dei rispettivi figli di Horo.

L’essiccazione

Le cavità interne del defunto erano disinfettate utilizzando sostanze alcoliche, come vino di palma, e spezie e riempite con un’imbottitura temporanea costituita da tamponi di lino e materiale vegetale, atti ad assorbire i liquidi rilasciati durante la disidratazione.

Per circa un mese il corpo era lasciato immerso in una soluzione di natron, sostanza salina che si trovava in natura in alcune zone dell’Egitto. Gli imbalsamatori si assicuravano di fissare le unghia alle dita con del filo per evitare che si staccassero durante questa fase. Trascorso il tempo necessario, il corpo era perfettamente essiccato e l’imbottitura temporanea era sostituita con una pulita e permanente che restituiva al corpo il volume originario.

Il trattamento esterno

L’incisione effettuata per l’eviscerazione veniva chiusa con una placca in cera o metallo, più raramente era suturata con ago e filo. La superficie del corpo era strofinata con oli, resine e cera per idratare il tessuto epiteliale secco ed estremamente delicato, mentre tutti gli orifizi erano tappati con lino impregnate di resine; a questo punto, il corpo era pronto per essere bendato.

Il bendaggio variava a seconda delle epoche, della disponibilità economica e dell’iniziativa dell’operatore incaricato; generalmente, si procedeva fasciando prima la testa, poi il busto e infine gli arti, facendo attenzione a bendare prima tutte le estremità separatamente, poi il corpo per intero.

Tra uno strato e l’altro di bende, erano inseriti numerosi amuleti e oggetti apotropaici, tra cui il più importante era lo scarabeo del cuore che, poggiato sul petto, tratteneva il cuore dal dichiarare le azioni inique del morto nel momento del giudizio. La mummia era, infine, avvolta in un sudario.

psicostasia
Scena di psicostasia su papiro: il cuore e la Maat sono pesati sulla bilancia di fronte al consesso degli dei.

Varianti più economiche di imbalsamazione

La pratica era molto costosa e, come ci testimonia Erodoto, i membri delle classi meno abbienti dovevano rinunciare all’eviscerazione e accontentarsi di un trattamento meno elaborato che prevedeva la liquefazione delle viscere tramite l’immissione di oli e resine nel retto o nella vagina. Il metodo più economico si limitava, addirittura, al solo lavaggio esterno.

A partire dall’epoca tarda l’imbalsamazione prese a semplificarsi e a farsi più frettolosa a causa della sua sempre maggiore diffusione. Il suo utilizzo è ancora attestato fino in epoca cristiana, ma cessa definitivamente con la conquista araba dell’Egitto nel VII sec. d.C.

Mummie di animali

Con un procedimento analogo erano imbalsamati anche alcuni animali. In alcuni casi si trattava dell’animale domestico a cui il defunto era particolarmente affezionato e che veniva, così, sepolto nella stessa tomba del padrone per continuare a tenergli compagnia anche nell’aldilà. Nell’ambito del culto, invece, si usava destinare a questo speciale trattamento gli animali sacri alle divinità; addirittura alcuni di questi animali erano allevati nei templi con il preciso scopo di farne delle mummie da offrire agli dei o delle reliquie da vendere ai fedeli in visita al luogo sacro.

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Una mummia di cucciolo di coccodrillo, animale sacro al dio Sobek.

Note

  • 1)In realtà, erano tre le componenti spirituali del defunto: il ka era la forza vitale che dipendeva direttamente dal sostentamento fisico del corpo; il ba racchiudeva la personalità e il carattere individuale; l’akh rappresentava il defunto trasfigurato che ha raggiunto la massima beatificazione.
  • 2)Ucciso e risorto nell’oltretomba, Osiride divenne il dio dei morti.
  • 3)Imy-ut (colui che presiede all’imbalsamazione) era anche l’epiteto del dio Anubi.
  • 4)Nel mito quattro geni, figli del dio Horo, partecipano all’imbalsamazione insieme ad Anubi. Erano preposti alla protezione delle viscere del morto e, non a caso, i canopi riportavano le loro sembianze: Imseti, con testa umana, conteneva il fegato; Api, il babbuino, conteneva i polmoni; Duamutef, lo sciacallo, conteneva lo stomaco; Qebesenuf, il falco, conteneva gli intestini.
  • 5)Posizionato sulla parte inferiore dell’osso occipitale, il forame magno è l’apertura in cui si articolano le prime due vertebre cervicali.
  • 6)Il cuore, sede della coscienza di ogni individuo, era sottoposto a pesatura (psicostasia) tramite una bilancia sul cui piatto era posta la piuma della Maat, simbolo di giustizia e verità. Se il cuore fosse stato in perfetto equilibrio, il defunto avrebbe avuto accesso alla vita eterna; in caso contrario, sarebbe stato divorato da una creatura mostruosa di nome Ammit.
  • 7)Il peritoneo è la membrana che riveste la cavità addominale e pelvica.

Per saperne di più

  • Janot Francis, Hawass Zahi. Mummie reali, Immortalità nell’antico Egitto, White Star.
  • Franchino G. Luca. L’arte della mummificazione, Ananke.

Siti utili

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