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L’Italia di Giolitti: il tempo delle prime tangenti

l'italia di Giovanni Giolitti

Al tempo di Giolitti, Roma era in piena trasformazione e chiamava a sè nuovi abitanti, dei quali aveva bisogno per far funzionare la macchina amministrativa dello stato. Servivano perciò palazzi per i ministeri e abitazioni per il personale: la città si riempì di cantieri edili finanziati dalle banche, che si esposero grandemente (si parla dell’enorme cifra di 300 milioni di lire all’epoca per le sole speculazioni edilizie a Roma e a Napoli). In queste operazioni erano coinvolte tutte le banche, ma in particolare la Banca Romana si espose in misura eccessiva.

Il suo Governatore, il senatore Bernardo Tanlongo, assieme al Capo Cassiere, barone Michele Lazzaroni, scelsero allora una via spiccia per uscire dai guai: stamparono una carta moneta falsa. Il trucco era semplicissimo: le banconote (vere) venivano ordinate a una ditta specializzata in Inghilterra ufficialmente per sostituire le vecchie banconote emesse al tempo in cui la banca era ancora un istituto di credito dello stato della Chiesa. Così i numeri di serie ufficiali potevano essere utilizzati senza destare sospetti. Tanlongo poi falsificava la firma del vecchio governatore (ormai morto) sulle nuove banconote per immetterle in circolazione. La truffa era ingenua: siccome le vecchie banconote non venivano distrutte, si trovavano in circolazione decine di migliaia di pezzi con lo stesso numero di serie.

Scoppia lo scandalo

Il capo do governo Giovanni Giolitti, insediatosi nell’ottobre del 1892, subì forti pressioni per far partire subito un’indagine ufficiale. Il momento era il peggiore possibile perchè il Parlamento doveva decidere se rinnovare o meno per altri sei anni la concessione del permesso alle banche di emissione di stampare banconote. Nel 1889 c’era già stata un’altra indagine, affidata al parlamentare Giuseppe Alvisi, che aveva intuito le gravi irregolarità della della Banca Romana: ma tutto era stato insabbiato dal capo di governo dell’epoca, il marchese di Rudinì, in nome dei supremi interessi del Paese e della patria, come ricordò lo stesso Alvisi più tardi.

Ma la relazione non sparì nel nulla. Alvisi, prima di morire per problemi cardiaci il 24 novembre 1892, ne parlò con l’economista Maffeo Pantaleoni, il quale a sua volta ne mise a conoscenza un gruppo di amici professori universitari. Questi decisero di utilizzare quel materiale esplosivo per purificare l’ambiente politico da succhioni, come si diceva allora per indicare gli speculatori e faccendieri, e passarono l’incartamento a Napoleone Colajanni, un deputato della Sinistra. Questi capì subito che la situazione rischiava di travolgerlo e reagì insediando una commissione parlamentare guidata dal presidente della Corte dei Conti Enrico Martuscelli.

In un mese si ebbero i risultati: la Banca Romana aveva effettivamente messo in circolazione 113 milioni di lire invece dei 63 che era autorizzata ad emettere. Giolitti cercò di salvarsi scaricando Tanlongo. Questi aveva chiesto da tempo di essere nominato senatore del Regno Unito per poter godere dell’immunità parlamentare: Giolitti aveva accettato, ma poichè re Umberto I non aveva ancora firmato il decreto, lo statista piemontese fece in tempo a ritirare la proposta. Tanlongo venne così arrestato e, per vendicarsi, cominciò a parlare.

Spariscono i documenti

Era chiaro a tutti che Tanlongo non poteva aver agito senza forti appoggi politici. Il primo nome che venne fuori fu quello dell’onorevole Rocco De Zerbi: messo sotto indagine, morì improvvisamente, forse suicida. Allora Tanlongo dichiaro di aver passato sottobanco soldi a un gran numero di parlamentare (almeno 22 stabilì l’inchiesta che si concluse il 23 novembre 1893). Tra questi c’erano Francesco Crispi e Giovanni Giolitti.

Questi, nel tentativo di salvarsi, aveva fondato in gran fretta la Banca d’italia che raccoglieva tutte le precedenti banche d’emissione. Il processo del 1894 terminò con l’assoluzione di tutti gli imputati: i giudici dichiararono che importanti documenti, essenziali per dimostrarne la consapevolezza, erano scomparsi. Giolitti fu però costretto a dimettersi: non sarebbe tornato a governare il paese se non nel 1903.