Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Livorno e l’acqua

Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città

Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città

Viste le condizioni ambientali del territorio livornese, a sud del Sinus Pisanus (1), ove si aveva la presenza di numerosi corsi d’acqua, ci fu un susseguirsi di numerosi insediamenti sin dal III – II sec. a.C. concentrati nella zona portuale del Sinus (3) e di Pian di Porto (3), più a sud.

Si pensa risalga al I sec. a.C. il considerevole aumento di popolazione avvenuto in queste aree, a questo periodo quindi risale anche l’aumento della richiesta d’acqua potabile(4). Nella pianura infatti, l’acqua disponibile non dava garanzie di potabilità e le acque sotterranee non bastavano per soddisfare la crescente richiesta(5). Si avvertì quindi la necessità di trasportare in quest’area l’acqua potabile, prelevandola da sorgenti più lontane.

Già Rutilio Namaziano, nei suoi scritti, menziona un insediamento romano con il nome di Turrita o Triturrita, ubicato nell’area portuale ai margini dell’antico Sinus presso la “Gronda dei Lupi”(6). Fra il Settecento e l’Ottocento tre illustri figure livornesi: Giovanni Targioni Tozzetti(7), Giuseppe Vivoli(8) e Enrico Chiellini(9) cominciarono a rinvenire in quest’area molti reperti ceramici, resti di edifici, sepolture e come ultime ma non di meno importanza, canalizzazioni relative a impianti idraulici. Questo fu un ritrovamento molto importante per lo studio dell’approvvigionamento idrico degli antichi abitati, è conosciuta infatti l’ubicazione di una sorgente nelle vicinanze detta Fonte di Santo Stefano ai Lupi(10); ciò confermerebbe l’esistenza di impianti idraulici per la distribuzione d’acqua potabile sia all’abitato che al vicino porto romano.

Ulteriore testimonianza della presenza d’impianti idraulici nel territorio è stata data dal ritrovamento, compiuto dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana, nella Fortezza Vecchia(11), del rifiuto ad arco di una cloaca e alcuni tratti di canalizzazioni idrauliche ricavate direttamente nella panchina(12).

Nel 1991-92 nei pressi della località di S. Martino di Collinaia(13), durante un sopralluogo della Soprintendenza Archeologica nei pressi di un cantiere stradale, vennero alla luce testimonianze di una necropoli e di un vasto insediamento risalente all’epoca etrusco-romana.

Nell’abitato era presente un ampio impianto idraulico, con condutture necessarie sia all’approvvigionamento dell’acqua potabile sia al drenaggio delle acque reflue. I condotti erano costituiti da canali e tubature; l’impianto comprendeva anche due cisterne per la raccolta dell’acqua, una rettangolare e l’altra quadrata. Queste piscinae limariae erano comuni negli impianti idraulici; servivano infatti a far decantare l’acqua per purificarla. Vi precipitavano tutte le sostanze eterogenee e le impurità sospese in essa.

Da non molti anni è stato scoperto il tracciato di un lungo acquedotto romano, in località Sorgenti di Limone(14), costituito da elementi fittili sia in tubo sia a sezione rettangolare(15). Un ritrovamento di notevole importanza, visto che si tratta dell’unica testimonianza del genere nell’intero territorio livornese. Il suo tracciato serpeggia nella zona limitrofa alla città per circa 6 Km dalle sorgenti di Limone verso S. Stefano ai Lupi(16).

Dal Medioevo ai giorni nostri

Le prime fonti documentarie che menzionano la sorgente di S. Stefano ai Lupi risalgono al XIII sec., questa sorgente doveva servire verosimilmente al rifornimento dell’area del Portus Pisanus di età romana e del Porto Pisano durante il Medioevo. Fu costruito anche un acquedotto per allacciare la sorgente di S. Stefano alla Fonte della Bastia, da cui dipartiva un condotto che attraverso un molo posto in mare conduceva l’acqua direttamente sulla torre di Torretta(17).

Durante il Medioevo, come già detto, la cittadina di Livorno ebbe un forte incremento demografico che causò un costante aumento del fabbisogno idrico giornaliero. In questo periodo l’approvvigionamento d’acqua avveniva tramite la raccolta dell’acqua piovana in grandi cisterne, e dal prelievo da pozzi posti nelle vicinanze degli abitati. Nel 1421 a Livorno si contavano circa 1.200 abitanti, per soddisfare al fabbisogno idrico si prelevava l’acqua potabile da fonti sempre più lontane; gli incaricati che si procuravano e smerciavano quest’acqua erano detti acquaioli(18).

Con la costruzione della Fortezza Vecchia (1530 circa) ed il conseguente ampliamento dell’abitato di Livorno, la popolazione salì fino a circa 1800 persone; si cominciò di nuovo a sentire l’emergenza idrica ed iniziarono a diffondersi le prime emergenze di salute pubblica.

Sotto il governo di Francesco I de’ Medici si realizzò il primo acquedotto; esso allacciava la Fonte del Riseccoli con l’abitato apportando circa 30 barili(19) d’acqua potabile l’ora. Esso oltre ad approvvigionare la città in costante crescità aveva il compito di approvvigionare i lavatoi pubblici, la Fonte del Villano e la Fonte Reale. La polla da cui dipartiva quest’acquedotto era ubicata presso il Cisternone, e correva in un cunicolo interrato composto da doccioni in terracotta; testimonianze di quest’antico acquedotto furono ritrovate nei primi dell’Ottocento durante gli scavi per le fondamenta dell’attuale struttura detta Cisternone.

Di ciò abbiamo testimonianza negli scritti del Vivoli: «[…] Abbiamo già altrove avvertito come si trovasse il condotto dell’Antica Fonte del Villano nello scavarsi che si faceva il terreno per le fondamenta dell’attuale Cisternone; mentre fu rilevato quel piccolo canale per ricevere forse l’acqua da un qualche pozzo, o polla dei vicini contorni […]»(20).

Con l’inizio della costruzione della Fortezza Nuova(21) ed il conseguente ampliamento del villaggio, all’acquedotto, sopra descritto, furono allacciati altri condotti per alimentare: la Fonte del Lavatoio Pubblico, il Palazzo Granducale, il Bagno Penale, la Biscotteria, l’Ospedale di S. Antonio, i Magazzini delle Galere e la Fortezza Nuova.

Nel 1577(22) Livorno raggiunse i 5.000 individui, ci fu una nuova carenza idrica che determinò difficili casi di salute pubblica; per rimediare a questa difficile situazione si aprirono nuovi pozzi e si realizzarono nuove cisterne per la raccolta dell’acqua piovana(23).

Agli inizi del 1600, con la costruzione dei fossi(24), il problema dell’approvvigionamento dell’acqua s’intensificò ulteriormente, poiché con i lavori furono interrotte numerose falde freatiche(25)
e si manifestò la salinizzazione di numerosi pozzi all’interno della città. Per sopperire a questo grave problema ci si rivolse a sorgenti più lontane dalla città e più precisamente, a quelle di Limone ubicate sul Monte la Poggia.

Il Granduca Ferdinando I(26) ordinò quindi la costruzione di un nuovo acquedotto che entrò in attività nel 1611 con il nome di Acquedotto di Limone o delle Vigne(27). Quest’acquedotto permise l’ampliamento di Livorno e quindi della sua demografia fino al 1645, quando si raggiunsero gli 8.000 abitanti; dopodichè si ritornò ad avere problemi d’approvvigionamento idrico che non trovarono soluzione neppure con l’aggiunta di nuove sorgenti(28) all’Acquedotto di Limone.

Nel 1732, l’acqua proveniente da quest’acquedotto non era sufficiente ed era poco salubre per la popolazione, che ormai contava 24.000 persone. Per la distribuzione dell’acqua nei vari quartieri si allacciarono tre nuovi condotti in grado di servire le piazze principali mentre per il resto si usavano ancora i condotti delle fonti più antiche.

Nel nuovo quartiere della Venezia, il rifornimento d’acqua potabile era assicurato da un breve acquedotto(29), realizzato dopo la scoperta nel 1660 di una fonte.

Nel 1757 Giuseppe Ruggieri(30) realizza una pianta, dove sono rappresentate le fonti cittadine alimentate dall’acquedotto di Limone, ed il quartiere Venezia alimentato dall’Acquedotto della Palla al Maglio(31); la descrizione di quest’ultimo acquedotto è resa in questo modo:

«[…] al Pozzo detto Palla al Maglio segnato di lettera A sono le trombe per introdurre l’acqua nel condotto (si noti bene del tutto indipendente dai precedenti) quale passando per i bottini segnati 60, 61 arriva al bottino segnato 62 che passa per gli spalti e per quello 63 attraversa il Ponte del Fosso dei Navicelli, arriva al bottino 64, e di qui attraversando il Fosso Reale portava l’acqua alla conserva del Rivellino segnata 65 e passando di nuovo l’altro fosso, e di sotto le mura della città, passa lungo la strada dietro la chiesa dei Padri Domenicani arriva al bottino 66 vicino alla Casa Setticelli, e che è a piè alle fonti del Lavatoio in Venezia segnato 69, dove si divide in due rami che uno porta l’acqua alle fonti del Lavatoio suddetto, e l’altro alla fonte e lavatoio della Casa Pia segnata 70.

Si noti che nel bottino 66 vi è un ramo, che porta una porzione d’acqua alla Casa del Setticelli. […]»

Altri acquedotti ad uso, diciamo di quartiere, si avevano in giro per tutta la città. A sud di Livorno, nei pressi di S. Jacopo in Acquaviva, c’era una fonte d’acqua potabile, ma vista la sua vicinanza al mare, quando si entrava in periodi di siccità essa diveniva salata(32). Sempre nei pressi di S. Jacopo vi erano altre polle che approvvigionavano la Fonte della Grotta, la Fonte del Porticciolo, la Fonte dei Cavalli e la Fonte dello Scalo o Fonte Cosima. Da esse si riusciva a trarre al massimo 300 barili d’acqua l’ora; questa veniva utilizzata oltre che per il fabbisogno della zona, anche per il rifornimento delle navi e per l’approvvigionamento della vicina città.
Di questo piccolo acquedotto, restano alcune testimonianze nell’area ad oggi occupata dall’Accademia Navale.

Un altro breve acquedotto, dipartiva da una polla presente nell’area adesso occupata dal Museo di Storia Naturale, per poi giungere nei pressi del Cantiere Navale attraverso un condotto interrato a cassetta.

Nel 1757 poi, in zona Antignano, venne avviata dal Marchese Pasquale Sampieri la costruzione di un nuovo acquedotto, che permettesse di sfruttare le due sorgenti scoperte nei pressi della villa del Sampieri(33). Nel 1789 venne anche valutata la possibilità di annetterle al condotto del Limone così da aumentarne la portata, ma l’opera non venne poi effettuata poiché durante il sopralluogo ci si accorse che non erano molto abbondanti e che la distanza era considerevole. Queste sorgenti quindi, servirono al solo approvvigionamento del villaggio di Antignano e per i lavatoi pubblici.

Per cercare di arginare il crescente ed onnipresente problema dell’approvvigionamento idrico della città, si costruirono numerose cisterne e pozzi privati. La maggior parte delle case signorili e delle ville periferiche erano munite di cisterne per la raccolta dell’acqua, essa però non era potabile veniva quindi utilizzata per altri scopi.

Tra il 1769 ed il 1770 l’acqua venne a mancare, le condizioni dell’acquedotto del Limone erano peggiorate infatti, e ciò comportò la riapertura di numerosi pozzi che erano stati chiusi per problemi d’igiene e salubrità delle acque. Il ceto abbiente non aveva troppi problemi, visto che in qualche modo riusciva a procurarsi l’acqua proveniente dall’Acquedotto di Pisa(34). Negli anni 1772-1789 si apportarono importanti modifiche ed ammodernamenti dell’Acquedotto di Limone, ma nonostante tutto non si riuscì ad accrescerne l’apporto idrico per la città che ormai aveva raggiunto le 45.000 persone.

Nell’anno 1791 la città di Livorno poteva avvalersi solo dei condotti di Limone, della Palla al Maglio e di S. Jacopo coadiuvata, per usi non potabili, da quella di numerose cisterne che raccoglievano l’acqua piovana durante l’anno.

Nel 1789 con la nomina a Gonfaloniere di Livorno del cav. Francesco Seratti si ebbe una riesamina degli studi precedentemente compiuti riguardo all’approvvigionamento idrico della città. L’Ingegner Francesco Salvetti incaricato dal Gonfaloniere di sondare i vari progetti, propose di realizzare un nuovo acquedotto col compito di condurre a Livorno le acque delle sorgenti di Colognole; il sovrano Ferdinando III approvò il progetto nell’anno 1792. L’acquedotto entrò parzialmente in funzione solo nel 1816, ma la vera inaugurazione dell’Acquedotto di Colognole avvenne nel 1842 sotto la guida dell’Ingegnere Pasquale Poccianti, succeduto a Salvetti.

Sul finire del XIX sec. l’acqua condotta in città dall’Acquedotto di Colognole cominciò a risultare insufficiente per il fabbisogno della città, fu potenziato quindi allacciandovi le sorgenti di Limone, del Savolano e delle Vallore. L’acqua però risultava sempre insufficiente, quindi si cominciarono a cercare fuori del comprensorio di Livorno altre fonti di approvvigionamento. Funaro(35) nel 1900, presenta così la difficile situazione di Livorno nei confronti dell’acqua:

«Ma allora mi direte, in che consiste la questione così viva dell’acqua a Livorno?

In due parole è presto detto: principalmente nella insufficienza, per cui non solo in estate, ma in ogni tempo dell’anno quando interviene un periodo qualunque, anche breve, di siccità, scarseggia l’acqua; e questo, mentre si fa sentire sempre più il bisogno di quantità maggiori, e per la popolazione che è raddoppiata e per l’igiene progredita che ha esigenze sempre più grandi e per le industrie che si sono insediate e che tendono a svilupparsi fra noi. Sono state riallacciate, è vero, negli ultimi anni le vecchie polle di Limone, pure oggi si allacciano quelle del Savolano. Ma lasciatemelo dire e se lo lascino dire i nostri amministratori passati e presenti (che, non ne dubito, han portato e portano vero amore a questa questione): tutto questo è irrisorio! Sono vere goccie d’acqua versate in un ampio mare, ma elemosine di centesimi dati per un solo giorno ad un padre di numerosa famiglia che ha fame e sete tutto l’anno.

Livorno con la popolazione che ha attualmente (100.000 abitanti), dispone di 7,8 litri di acqua per abitante al giorno, mentre tutti sanno che Lucca ne ha 25, Parigi 50, Berlino 55, Torino 95, Napoli 200, Roma 700. Le acque che si sono aggiunte negli ultimi tempi per quanto non peggiori di quelle delle sorgenti di Colognole, non sono neppur tali da migliorarle. In conclusione abbiamo: acque scarse e non ottime, che hanno tendenza a peggiorare; che in 50 anni sono state poco accresciute e non migliorate […]. Quindi è necessario provvedere; non tanto per sostituire le nostre acque, ma per accrescerle e molto; triplicarne, duplicarne la quantità. »

Anche nella città di Pisa cominciò a presentarsi il medesimo problema, così entrambi i centri si fusero formando un consorzio, per realizzare un progetto che contemplasse lo sfruttamento delle acque del Serchio. Così, nel 1910-1912 si dette l’avvio alla costruzione dell’Acquedotto di Filettole, esso era costruito in ghisa ed era lungo 32 km; la sua portata totale doveva essere 160 l/sec. ed alla città di Livorno dovevano toccarne 100 l/sec. Dopo un’accurata analisi l’acqua di quest’acquedotto fu classificata potabile e di ottima qualità. Si pensò così d’aver risolto l’ormai centenario problema dell’approvvigionamento idrico; dopo i primi decenni del XX secolo però si manifestò un nuovo aumento demografico, che fece riemergere nuovamente il problema dell’acqua. In questo periodo l’unico acquedotto in funzione era quello di Filettole, quello di Colognole infatti era ormai in disuso; ciò portò alla decisione di costruire un nuovo acquedotto, quello di Stagno, che consisteva in un condotto di ghisa lungo circa 3 km che portava l’acqua ad un impianto di potabilizzazione situato presso l’omonima località.

Intorno alla metà del 1900, sondando i territori intorno alla città di Livorno si decise di costruire un ulteriore acquedotto in località Mortaiolo; i lavori iniziarono nel 1948 e terminarono una decina di anni dopo. Era fatto di ferro e misurava circa 17 km, la portata non superava gli 80 l/sec.

Nel 1960 si ripresentò il problema dell’approvvigionamento dell’acqua, le soluzioni erano poche: o si raddoppiava la potenza della centrale di depurazione di stagno oppure bisognava incrementare il trasporto dell’Acquedotto di Filettole. Ci si predispose per quest’ultimo intervento, che venne attuato negli anni 1961-1965, accompagnato da una migliore ripartizione delle risorse idriche nella città. Ciò comportò la definitiva scomparsa dell’emergenza idrica nel Livornese, almeno fino ad oggi.

Immagini

Foto di apertura: Pianta del territorio livornese che riporta gli antichi tracciati degli acquedotti del territorio livornese. 1. Acquedotto romano di Limone, 2.Acquedotto di Limone del 1600, 3.Condotto di Villa Corridi, 4. Acquedotto di Colognole, 5.Condotto del Savolano, 6. Acquedotto delle fontanelle, 7. Acquedotto delle Pollace, 8. Acquedotto della Palla al Maglio (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città
Scavi archeologici del 1991, in località S. Martino di Collinaia. Resti di canalizzazioni interrate (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città
Carta del villaggio di Livorno del 1540 – Si possono notare la fonte di S. Stefano, la Bastia ed il collegamento con la Torretta (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città
Reperti archeologici dell’Età del Ferro ritrovati presso Limone alla fine dell’ottocento (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Livorno. Storia dell’approvvigionamento idrico della città
Resti di un’antica fornace di calce nei pressi delle sorgenti di Limone (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Bibliografia

  • MAZZANTI R., TADDEI M. e CAULI L., 2006, Gli antichi acquedotti e le acque minerali di Livorno e dintorni, Pacini Editore, Pisa.
  • TOLLE E KASTENBEIN, 1993, Archeologia dell’acqua, cultura idraulica nel mondo classico, Milano.
  • INGHIRAMI F., 1884, Storia della Toscana, Poligrafia fiesolana, Fiesole.

Note

  • 1 Golfo Pisano, dove sorgerà poi il più famoso Portus Pisanus.
  • 2 Come la Triturrita, il Vallin Buio, Campacci.
  • 3 Salviano, Ardenza, Antignano.
  • 4 Questo termine non è utilizzato a caso, gli antichi infatti ritenevano che l’acqua sorgiva fosse la migliore, prelevarla direttamente alla polla comportava meno rischi d’inquinamento.
  • 5 Non era infatti diretto l’uso delle acque sotterranee, prima di scavare un pozzo si doveva acquisire delle conoscenze riguardo alla natura del terreno e del comportamento dell’acqua di falda.
  • 6 E’ il nome con cui in letteratura si definisce il bordo superiore del Terrazzo di Livorno in prossimità dell’area cimiteriale. Non è altro che una specie di falesia medio-bassa,
    che in certi periodi della storia di questo territorio, ha assunto anche il limite fra la terra ferma e le aree sommerse o palustri.
  • 7 1712-1783.
  • 8 1789-1853.
  • 9 1822-1892.
  • 10 Nei pressi dell’omonima chiesa.
  • 11 Iniziata nel 1521 e terminata nel 1534 su progetto di Antonio da Sangallo.
  • 12 Caratteristica roccia affiorante della zona.
  • 13 Vedi fig.2, p.19.
  • 14 Sul monte la Poggia.
  • 15 Vedi fig.8, p.22.
  • 16 In direzione quindi dell’area portuale del Portus Pisanus.
  • 17 Vedi fig.3, p.20.
  • 18 Erano persone addette al trasporto ed allo smercio dell’acqua potabile, proveniente anche da luoghi piuttosto lontani.
  • 19 Un barile corrisponde mediamente a circa 45,5 – 46 litri d’acqua.
  • 20 Vivoli 1842-1846, tomo II, p.64.
  • 21 Iniziata nel 1590 su disegno di Giovanni de’ Medici.
  • 22 Anno in cui divenne città medicea.
  • 23 Essa era generalmente utilizzata per uso comune e non come acqua potabile. Per essere bevuta, anche gli antichi, consigliavano di bollirla precedentemente.
  • 241601-1607.
  • 25 E’ un tipo di falda acquifera da cui si può attingere l’acqua tramite pozzi più o meno profondi.
  • 26 Granduca di toscana dal 1587-1609.
  • 27 Vedi cap.2, p.15.
  • 28 Allacciate dal Colonnello Meyer alla fine del 1600.
  • 29 Detto Acquedotto della Palla al Maglio.
  • 30 Architetto di S.A.R..
  • 31 Vedi fig.11, p.23.
  • 32 Padre Magri, 1638.
  • 33 Detta anche “del Giardino”; si tratta di una villa medicea fatta costruire da Cosimo I nel XVI sec.
  • 34 Merito dei già citati acquaioli.
  • 35 Era un noto chimico del Laboratorio Comunale, lesse questo scritto al Circolo Filologico nel 1900.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*