Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Livorno. Sorgenti di Limone

Lo sfruttamento delle sorgenti di Limone

In questo articolo parleremo dello sfruttamento delle sorgenti di Limone, nei vari periodi della storia di questo territorio. Ho deciso di trattare questa ristretta, ma importantissima area di approvvigionamento idrico, fra tutte quelle menzionate nel capitolo precedente, poiché presenta una continuità inusuale nella storia di questo territorio.

L’acqua ivi prelevata, non serviva soltanto per la sopravvivenza delle popolazioni locali, ma anche per il rifornimento di navi ormeggiate presso il vicino porto1 e per il retroterra produttivo della zona, certamente fiorente vista l’attività del porto nelle varie epoche.

Il territorio di Limone2 è interessato da ricerche archeologiche ormai da quasi mezzo secolo, esse hanno dimostrato che quest’area è stata interessata dalla presenza umana sin dalla preistoria. Si può postulare che questo fenomeno si sia verificato poiché la zona era ricca di sorgenti d’acqua potabile, risorsa ambientale importantissima oltre che per la vita degli individui anche per qual si voglia produzione di sopravvivenza o di surplus. In quest’area si trovano, infatti, le più antiche testimonianze di acquedotti trovate nel territorio di Livorno.

Toponomastica

Il termine Limone con cui si definisce quest’area, non è da ricondursi a coltivazioni dell’omonimo agrume; è più probabile invece che derivi dal termine latino limus3, viste le caratteristiche pedologiche del terreno che si presenta particolarmente limaccioso.

I più antichi materiali rinvenuti in questa zona sono da collocare fra l’Età del bronzo finale e la prima Età del ferro; furono rinvenuti alla fine dell’Ottocento ed entrarono a far parte della Raccolta Chiellini4. Numerosi elementi della cultura materiale d’epoca romana sono stati rinvenuti, sia lungo l’acquedotto, che nelle vicine località5. Cospicue sono anche le testimonianze materiali d’epoca Medievale.

Alcune delle sorgenti presenti in questa zona sono tutt’oggi utilizzate per utilizzo locale, la potabilità dell’acqua risulta infatti ancora accettabile. Quest’area oltre ad essere famosa per le numerosi sorgenti, lo è anche per la presenza delle cave di calcare e per la produzione di calce.

L’Acquedotto romano

Quest’acquedotto non presenta elementi comuni, riguardo alle sorgenti ed alle strutture, con l’Acquedotto di Limone costruito nel Seicento. Fino agli anni 1995-1998 non se ne conosceva neppure l’esistenza, i numerosi scavi condotti nel territorio livornese, hanno portato spesso alla luce testimonianze di impianti idraulici (condutture e tubature) di età etrusco-romana, mentre erano assenti testimonianze riguardanti gli acquedotti. Il rinvenimento di alcune parti dell’acquedotto è dovuto al dilavamento dell’acqua atmosferica, che erodendo il terreno sotto cui erano sepolti gli elementi fittili ne ha permesso l’avvistamento.

Ricognizioni successive hanno messo in evidenza una parte del percorso compiuto dall’acquedotto, pari a 1260 m, e la località ove si incanalavano le acque. Le tracce del percorso dell’acquedotto si perdono quando si giunge in piano6, qui infatti termina la zona boscosa e ne inizia una coltivata ormai da secoli.

Attraverso diversi rilevamenti si è presupposto che l’acquedotto scendesse verso nord, nord-ovest in direzione di S. Stefano ai Lupi. Ciò sembra confermato anche dalla quantità di reperti archeologici ritrovati nel sito di S. Stefano ai Lupi, le loro caratteristiche infatti non sono dissimili da quelle degli elementi fittili trovati in località Limone. Perciò si può dedurre che l’acquedotto riforniva la zona del Portus Pisanus presso S. Stefano ai Lupi.

Lungo l’ipotetico percorso dell’acquedotto, sono state trovate le testimonianze di una villa etrusco-romana con fornace per anfore Dressel 2-47, ed un quartiere artigianale romano con fornaci sempre per anfore Dressel 2-48.

Anche il Vivoli pare menzionare la presenza di un condotto che aumentava la portata della Fonte di S. Stefano ai Lupi, non sufficiente ai suoi tempi per soddisfare il fabbisogno locale ed il rifornimento delle navi in porto9.

«[…] Convien credere perciò che la sorgente naturale, che alimentava a questi tempi l’enunciata fonte di S. Stefano fosse oltremodo copiosa, ed abbondante;mentre servir doveva ai bisogni di tante persone, e di tanti luoghi, e non essere al certo quale è ora di scarsa quantità, e di ben piccola mole. Forse nella sovversione del Porto, e delle sue adiacenze chi sa che non venissero rotti, e spezzati gli acquedotti, che la sua acqua conducevano dalle scaturigini di Limone, e che non fossero accecate, e disperse le polle che porgevano alimento.[…]»

Descrizione dei caratteri strutturali

L’edificazione dell’acquedotto in quest’area boschiva, imponeva che i fautori dell’opera, avessero buone conoscenze del territorio e d’ingegneria idraulica. La scelta del percorso doveva considerare la morfologia del terreno, e la sua pendenza, indispensabile per garantire il giusto flusso dell’acqua. L’acquedotto pare avere una pendenza uniforme, che non supera il valore medio del 3,5%.

Vitruvio10 ci descrive diversi tipi di strumenti utilizzati per la posa delle condutture in età romana; si operava in genere attraverso la lettura dei livelli, traguardando cioè avanti e indietro e misurando l’altezza del punto di traguardo. Per compiere queste operazioni venivano usati strumenti come il coròbate11 ed il teodolite12.

Altra raccomandazione degli autori antichi era di dare al condotto la giusta pendenza; ciò significava che non si dovevano edificare condotte forzate13, ma canali a “pelo libero”14 che permettessero all’acqua di scorrere con l’opportuna pendenza. Quest’opportuna pendenza poteva essergli data tramite la costruzione di arcate, oppure con l’escavazione di gallerie e cunicoli sotterranei.

Le zone che vedono l’acquedotto posto in luce per colpa del dilavamento dell’acqua piovana, hanno permesso di compiere indagini utili a ricostruirne le principali caratteristiche.

Sorgenti

Seguendo il percorso dell’acquedotto, al contrario, è stato possibile individuare le polle da cui sgorgava l’acqua, che veniva poi incanalata all’interno dell’acquedotto. Erano due, poste a breve distanza, venivano immediatamente raccolte in una vasca artificiale posta poco più in basso; per poi passare attraverso un breve condotto in una vasca limaria15, è da qui poi che si originava il condotto principale. Di queste vasche oggi rimangono le fosse, parzalmente riempite da sedimenti ed argilla16.

Il terreno circostante alle polle è terrazzato e bonificato; nel terreno di bonifica sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica.

Nelle adiacenze delle sorgenti sono state trovate testimonianze di una fornace per la cottura della pietra da calce17, riconducibile all’epoca della costruzione dello stesso acquedotto. A qualche centinaio di metri dalle sorgenti si sono ritrovate anche testimonianze archeologiche riconducibili a resti di edifici18 e numerosi resti di manufatti fittili19, forse riconducibili ad edifici pertinenti il villaggio di Limone menzionato da Vivoli.

Condotto

Nel tratto iniziale, il condotto, dalla vasca di raccolta al pozzetto di smorzamento scendeva con una forte pendenza formando così una specie di condotta forzata. Era composto da elementi fittili in tubo, innestati e sigillati con calce; il condotto in origine doveva essere in superficie, sostenuto ai lati da muriccioli in pietra locale.

Dopo il pozzetto, inizia il condotto realizzato con elementi fittili a sezione rettangolare, sostenuto da muriccioli ai lati che gli permettevano di scorrere a “pelo libero”; la copertura del canale era costituita da tegolini ed era amovibile. Il condotto ha un percorso serpeggiante, dovuto alla necessità di evitare le asperità del terreno come dossi o botri, che gli permette però di mantenere una pendenza costante fra il 2,5 ed il 3,5% .

Si riesce a seguirne il percorso fino al Podere Uliveto, giunti quindi in pianura, poi se ne perdono le tracce per causa delle numerose manomissioni agricole apprestatesi nei secoli. Si trovano solo sporadiche testimonianze, che non aiutano però a ricostruire il percorso in maniera precisa.

Tramite i reperti raccolti sul terreno, ed un attento studio della morfologia del territorio, si è cercato di ricostruire l’ipotetico percorso che poteva avere l’acquedotto per raggiungere S. Stefano ai Lupi; ciò ha permesso di dividerlo in altri due tratti ben distinti: uno nella zona precollinare con caratteri simili a quello ritrovato, lungo circa 1250 m e con pendenza del 3,5%. E l’ultimo, oramai in completa pianura, lungo circa 3.500 m pressochè rettilineo e con una pendenza non superiore all’1%20.

Le caratteristiche idrogeologiche delle sorgenti fanno ipotizzare che l’acquedotto fosse soggetto a variazioni nella portata, dovute alle variazioni stagionali; questa discontinuità di portata e la forte presenza di calcare nell’acqua faceva si che esso si depositasse nei condotti, arrivando perfino ad occludere le condutture, limitando quindi le funzionalità dell’acquedotto21.

Le testimonianze archeologiche provenienti dalla località di Limone ne attestano la frequentazione ad un periodo compreso fra il I sec. a.C. ed il IV sec. d.C., ciò però non ci aiuta a comprendere il periodo d’effettivo utilizzo dell’acquedotto. Verosimilmente deve essere stato utilizzato per tutto il periodo sopra menzionato; questo lungo utilizzo sembra essere confermato dalla considerevole quantità di elementi fittili di risulta trovati lungo il percorso, che sembrano testimoniare interventi di manutenzione e di modifica avvenuti durante i secoli.

Differenze negli elementi fittili

Il condotto ha una certa uniformità costruttiva, con prevalenza di elementi fittili rettangolari con innesto ad alette; solo in due località si hanno elementi fittili rettangolari senza innesto e con luce ridotta. La differenza degli elementi fittili può essere spiegata con la diversa pendenza registrata nel percorso, infatti quelli rinvenuti nella parte pianeggiante presentano una luce maggiore. Quest’accorgimento era necessario per mantenere costante la portata: essendo in piano la velocità di scorrimento diminuiva e quindi ciò si compensava aumentando la luce del condotto.

Valutazione della portata

Un acquedotto simile a quello di Limone è stato rinvenuto nel 1932 nei pressi di Rimini, sul fiume Marecchia. Dalle fonti sappiamo che alla fondazione di Rimini (Ariminum), nell’anno 268 a.C., parteciparono 6.000 famiglie che approssimativamente corrispondono a 25.000 persone. Ciò ci porta a presupporre che l’acquedotto doveva sopperire al fabbisogno idrico cittadino di acqua potabile.

Se consideriamo che l’Acquedotto di Limone corrisponde a circa 1/3 di quello di Rimini, e che quest’ultimo riusciva ad approvvigionare non meno di 25.000 persone, si può dedurre verosimilmente che l’Acquedotto di Limone poteva assicurare l’approvvigionamento di acqua potabile per circa 8.000 persone.

L’Acquedotto seicentesco

Come già detto nel capitolo precedente, l’Acquedotto di limone o delle Vigne, venne approvato nel 1601 da Ferdinando I dei medici, onde sopperire alla continua mancanza d’acqua potabile in cui si trovava Livorno; esso divenne quindi la maggiore fonte di approvvigionamento idrico della città fino alla fine dell’Ottocento.

La costruzione di questo acquedotto fu cominciata dal maestro Jacopo Biondi e dopo la sua morte continuata a conclusa da Nicolò Del Corona, che dette l’acqua a Livorno nel 1612.

Fonti bibliografiche

Originariamente quest’acquedotto riforniva le fontane di Porta a Pisa, di Piazza Grande e del Bagno erogando normalmente 900 barili al giorno d’acqua; era alimentato da una sola sorgente ubicata sul Monte la Poggia, vicino al Podere la Fonte.

Un’accurata descrizione del percorso e dello stato in cui versava l’Acquedotto di Limone ci viene lasciata dal Meyer e riportata dal Vivoli negli “Annali di Livorno”:

«[…] la veduta dei Condotti presso Limone, ove cominciano con una Sorgente, a cui sussegue una prima, e poscia più lontana una seconda purga, proseguendo dalla sorgente istessa sino a Livorno un così chiamato Condotto secco, il quale avendo vicino la Fontanella di Oliveto con un’acqua, che già andava al mare, tiene avanti di giungere a Livorno scavati due pozzi.[…] »

«[…]Sorge quest’acqua (addimandata limonea) su le falde del monte in un bottaccio alla lettera A. come si suppone additare nella pianta, la quale si dà in disegno per dimostrare soltanto il sito del condotto, per quale cammina l’acqua, e poi passando per i condotti di terra cotta sino al bottino K. Entra finalmente con la quantità di due once in Livorno. Dal medesimo sorgente al Bottino B. esce un’oncia d’acqua nel beveratore contiguo per l’uso degli animali. Nella visita fatta da me fu trovato il condotto dal D. sino al F. era secco, e senz’acqua; fu ancora osservato essere il medesimo condotto ripieno d’un certo tartaro, che lascia l’acqua nel passarvi, il che denota non essere l’acqua di troppo a buona qualità, e d’haver bisogno d’essere posata, e meglio purgata in qualche conserva maggiore, e più aperta di quello sono i nettatoij, purghe ò bottini che vi stanno fabbricati di presente. Nella medesima visita trovai in oltre alle falde dell’istesso monte diversi spandenti d’acqua che vanno persi nel terreno, e poi si portano sopra il condotto F. per il canaletto L. con competente corpo al Mare. Per provvedere dunque abbondantemente d’acqua la Piazza di Livorno, dissi essere il mio parere d’aggregare all’acqua del condotto degl’altri spandenti al G. e di fabbricare al F. una conserva grande per introdurre in essa tutta l’acqua ad effetto come in luogo di quiete posasse, e si spogliasse del limo, tartaro, o d’altra mala qualità, che haver potesse, che così vinta tutta quest’acqua andrebbe poi purgata dalla conserva F. per il restante condotto con tanta quantità in Livorno, che non solo se ne potrebbono formare fontane nelle piazze pubbliche, ma anco nelle case dè particolari. Oltre ancora che si potrebbe far fabbrica di essa conserva con regola tale, che tramandasse tanto d’Inverno, quanto d’Estate egual portione d’acqua, con che cesserebbero le spese, e lavori delle trombe nell’estate che ora si praticano, e s’haverebbe acqua a sufficienza in ogni stagione dell’anno.[…]»

Dalle fonti apprendiamo anche che l’acquedotto di limone era tutelato dalla Magistratura delle Acque e dotato di un fontaniere; verso la fine del 1600 l’acquedotto venne modificato, e potenziato con l’acqua emunta da altre cinque sorgenti, due presenti sul Monte la Poggia e due recuperate lungo il percorso.

Analisi delle acque però riscontrarono una bassa salubrità dell’acqua, dimostrando che le modifiche apportate non furono mai in grado di fornire una qualità perfetta d’acqua potabile.

«[…]Soltanto qui noi vogliamo narrare come allorquando nell’anno 1732 attendevasi in Livorno l’infante Don Carlo, destinato dalle Potenze a succedere a Giovanni Gastone nel Dominio della Toscana, veniva procurato pel di lui uso, e pel tempo, in cui sarebbesi trattenuto, l’Acqua di S. Alluccio, stata tanto celebrata già dall’Archiatro del Papa; poiché a tale epoca quella, della quale servivasi la popolazione della Città, derivante dai Condotti di Limone era purtroppo riconosciuta alquanto grossa, poco limpida, e non salubre. Ma non essendovene altra nelle pubbliche fontane era forza che gli abitanti se ne valessero per quanto si riscontrasse non essere di qualità perfetta […]».

Il nuovo condotto, non riuscì mai a condurre a Livorno tutta l’acqua che riusciva a captare dalle varie sorgenti; lungo il percorso infatti erano presenti svariate perdite e l’ostruzione delle luci dei condotti, dovute alla concrezioni di calcare, ne diminuiva considerevolmente la portata.

Un’importante pianta che rappresenta il percorso dell’Acquedotto di Limone, fu realizzata nel 1757 dall’Architetto Giuseppe Ruggieri, dopo i lavori di modifica e restauro apportati nei primi anni del 170022.

Verso la fine del 1700 l’Acquedotto di Limone, nell’approvvigionare la città, presentava considerevoli limiti sia per la quantità d’acqua che vi trasportava sia per la sua qualità. Si cominciarono così a cercare altre fonti di approvvigionamento nei dintorni di Livorno, molte le sorgenti o polle trovate, ma poche quelle di cui valesse la pena tentare uno sfruttamento massiccio.

Bombicci diresse la sua attenzione, alle acque delle sorgenti di Colognole sul versante orientale del Monte Maggiore, prospettandone l’allacciamento con le sorgenti di Popogna attraverso un traforo di circa 1 km.

Fu l’Ingegner Salvetti ad inviare al Granduca di Toscana, dopo una nuova riesamina della situazione, una relazione da cui si evince perfettamente il grave stato di emergenza idrica in cui si trovava la città.

«Non riescì però neppure perfetta l’acqua del detto condotto di Limone come lo dimostra la sua continua immensa deposizione di tartaro, che giunge fino a chiudere in breve tempo i canali, ove scorre i quali nei luoghi costruiti con doccioni serrati si devono continuamente raspare, ed in quelli aperti conviene adoperare lo scalpello, tanto è la sua durezza. Né meno l’acqua del medesimo condotto si sperimentò abbondante, sebbene l’inverno avesse e tuttavia conservi una favorevole apparenza mentre nella stagione estiva, quando cresce il bisogno, si riducono quelle sorgenti a gettare una scarsissima dose senza speranza per quella parte di poterla aumentare con altre polle perenni.[…] Risulta per tanto che non bisogna contare sulle sorgenti della possessione, denominata Giardino del Sampieri, che sono scarsissime e troppo distaccate ed in situazione in cui la campagna, ove dovrebbe farsi il condotto, rimane prossima e paralela al lido del mare che vuol dire mancanza di pendenza. In Montenero non vi è nulla che richiami alla minima speranza di riuscita per questo oggetto. Similmente non si può far capitale di cos’alcuna della valle benedetta, riducendosi nella stagione estiva affatto arida, eccettuate le pochissime polle verso la sommità già destinate per il convento dei monaci Camaldolesi e per la villa Hugens, e quando non lo fossero è troppo meschino il loro getto, e sono in tal lontananza da Livorno da non fermarsi un momento il pensiero di profittarne. L’acqua che scaturisce dalla sambuca, sempre che si deve provvedere Livorno, non è valutabile per la poca quantità unita a molta distanza. Il condotto attuale di Limone non è suscettibile di aumento se non con l’introdurvi acqua dei Pozzi alzata con le Trombe, come si fa di presente negli etremi bisogni, nei quali così non è da vedere niente in contrario, ma in altre circostanze la continua gravosa spesa, la poca quantità d’acqua, che si etrae dai detti pozzi, e la piuttosto cattiva qualità della medesima, sono infetti di tale natura da non lasciare alcun dubbio per decidersi che questo sistema non è degno di perpetuarsi.[…]

Esclusi tutti i suddetti luoghi per non più pensarvi, restarono due soli posti, che lusingavano di un più felice successo.»

I luoghi qui menzionati da Salvetti non erano altro che quelli delle sorgenti di Popogna e Colognole. Nel 1792 il Granduca di Toscana, sulla base delle indagini sopra esposte, favorì la realizzazione del progetto che prevedeva la costruzione di un nuovo acquedotto allacciato alle sorgenti di Colognole; decretando così l’abbandono dell’Acquedotto di Limone.

Foto

Sorgenti di Limone 6
Tracciato in pianta dell’acquedotto romano di Limone. (A, B) sorgenti – (C, D) vasche di raccolta – (E) condotto – (E1) pozzetto di smorzamento – (F) calcara – (G) siti medievali (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Sorgenti di Limone 7
Le sorgenti utilizzate per l‘acquedotto di Limone in epoca romana (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Sorgenti di Limone 8
Ricostruzione del condotto a cassetta con copertura in laterizio(a), vista in sezione (b), elemento fittile (c) (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Sorgenti di Limone 9
Elemento fittile rettangolare senza innesto con luce ridotta per il deposito di calcare stratificato (travertino) (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Sorgenti di Limone 10
Riproduzione della pianta dell’Acquedotto di Limone del 1600, Cornelio Meyer Olandese (Mazzanti, Taddei, Cauli 2006).

Bibliografia

  • MAZZANTI R., TADDEI M. e CAULI L., 2006, Gli antichi acquedotti e le acque minerali di Livorno e dintorni, Pacini Editore, Pisa.
  • QUILICI GIGLI S., 1996, Uomo acqua e paesaggio, L’Erma di Bretschneider, Napoli.
  • TOLLE E KASTENBEIN, 1993, Archeologia dell’acqua, cultura idraulica nel mondo classico, Milano.
  • INGHIRAMI F., 1884, Storia della Toscana, Poligrafia fiesolana, Fiesole.

Note

  • 1 Portus Pisanus prima e Porto Pisano poi.
  • 2 A est della città di Livorno, sul versante occidentale del Monte la Poggia.
  • 3 Fango. Altre località con il medesimo toponimo si rinvengono sia nella provincia di Cuneo che in quella di brescia, entrambe hanno la caratteristica di avere il terreno limaccioso.
  • 4 Vedi fig.4, p.20.
  • 5 Vallin Buio, Campacci, Cerretina, Rio delle Basse, Paganello.
  • 6 Podere Uliveto.
  • 7 Località Campacci.
  • 8 Vallin Buio.
  • 9
  • 10 Un altro autore che ci fornisce informazioni sul come funzionavano gli acquedotti romani è Frontino che nel 97 d.C. rivestì la carica di curator aquarum.
  • 11 Strumento di livellazione ad acqua e bolla d’aria già utilizzato in epoca greca.
  • 12 Strumento per la misurazione degli angoli.
  • 13 Condotti a forte pendenza.
  • 14 Come quello di Limone, appunto.
  • 15 Piscinae Limariae, ce ne potevano essere diverse disposte lungo il percorso dell’acquedotto, a seconda del grado di purezza dell’acqua. In esse, per mezzo dell’improvvisa diminuzione della velocità dell’acqua, vi precipitavano le impurezze presenti nell’acqua depositandosi sul fondo.
  • 16 Vedi fig.7, p.22.
  • 17 Vedi fig.5, p.21.
  • 18 Mura perimetrali, lastre di ardesia per coperture.
  • 19 Coppi, anfore, testelli.
  • 20 Vedi fig.6, p.21.
  • 21 Vedi fig.9, p.23.
  • 22 Vedi fig.11, p.23.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*