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Lucrezia – Lucretia

lucretia

nome: Lucrezia (in latino Lucretia)
famiglia: figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino, moglie di Lucio Tarquinio Collatino

Domum servavit. Lanam fecit”: sono tra le ultime parole dell’ “elogio di Claudia”, epigrafe tombale risalente alla fine del II° sec. a.C., divenuta, per eccellenza, la sintesi delle doti umane e morali della donna ideale secondo la cultura romana.

“Custodì la casa. Si dedicò a filare la lana” sono, in particolare, le mansioni nelle quali eccelse Lucrezia, moglie di Collatino, morta suicida dopo aver subìto l’oltraggio della violenza ad opera di Sesto, figlio del re Tarquinio il Superbo.

Nel corso delle campagne militari finalizzate a stabilire il predominio romano sulle città latine limitrofe, l’esercito di Tarquinio aveva posto sotto assedio la località di Ardea, ricca cittadina nel territorio dei Rutuli.

Si narra che, una sera, il generale Collatino condusse con sé a Roma i propri compagni, per mostrare loro quale invidiabile sorte fosse l’essere sposato ad un donna esemplare per fedeltà, Lucrezia, la quale, a differenza di altre matrone, non aveva approfittato dell’assenza del marito per darsi alla sfrenatezza ma, al contrario, era rimasta in casa, intenta ai lavori di filatura e tessitura, insieme alle proprie ancelle. Sesto, che si era unito al gruppo guidato da Collatino, rimase colpito dalla bellezza e, soprattutto, dall’integrità morale di Lucrezia: invaghitosi di lei, decise di ritornare,di nascosto, per sedurla. Il giovane riuscì, purtoppo, nel proprio perverso intento, giungendo a minacciare la povera Lucrezia di farle ritrovare accanto un uomo morto, così da simulare il tradimento della fedeltà coniugale.

La moglie di Collatino, di fronte alla prospettiva di essere incolpata di adulterio, non potè opporre resistenza alle brame di Sesto ma, dopo essere rimasta sola e aver fatto richiamare a casa il padre e il marito, ai quali spiegò l’accaduto, decise di togliersi la vita, gettandosi su un pugnale che aveva nascosto sotto le vesti.

Lucrezia non potè sopportare l’onta gravissima arrecatale e preferì darsi la morte piuttosto che vivere disonorata o, peggio ancora, con la pur minima ombra di sospetto di aver ceduto deliberatamente alla violenza di Sesto.

La donna chiese che al colpevole del gesto non venisse risparmiata la giusta punizione ma, al padre e allo sposo che, disperati, cercavano invano di confortarla, facendole notare di non avere alcuna colpa di quanto accaduto, Lucrezia rispose di non volersi sottrarre alla pena della morte, così che nessun’altra, in futuro, richiamandosi al suo esempio, vivesse dopo aver perso l’onore (Vos” inquit “videritis quid illi dabeatur: ego me etsi peccato absolvo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo vivet ” – Tito Livio, Ab urbe condita, I, 58, 10).

La tradizione storica ricollega al desiderio di vendetta dei congiunti di Lucrezia e del popolo romano tutto, esasperato per le angherie di Tarquinio il Superbo e di suo figlio, la cacciata dell’ultimo re di Roma, che si sarebbe rivolto agli Etruschi per poter tornare sul trono.

La tragica fine della virtuosa Lucrezia ha ispirato, nel corso del tempo, artisti di ogni epoca: sia pittori (da Tiziano a Guido Reni, da Jacopo Robusti a Francesco Trevisani) sia autori di teatro (si pensi a “The rape of Lucrece” di Shakespeare o a “Le viol de Lucrèce” di Andrè Obey).

Qualcuno ha voluto notare una certa consonanza tra il dramma di Lucrezia, oggetto della brutalità di Sesto, e quanto occorso a Rea Silvia, sedotta dal dio Marte; si tratterebbe, in fondo, di due episodi di abuso nei confronti di una donna, dai quali si sarebbero originate importanti conseguenze: frutto dell’unione di Rea Silvia con Marte furono i due gemelli Romolo e Remo, mentre dall’aggressione a Lucrezia sarebbero scaturiti la ribellione romana all’ultimo re, Tarquinio, e la transizione alla nuova forma di governo della res publica. Altri, al contrario, trovano inopportuno, azzardato e quasi blasfemo tale accostamento: non è possibile pensare che i futuri fondatori di Roma possano essere nati da un atto di violenza, oltretutto compiuto da un dio!

In ogni caso, da entrambi i racconti emerge come la sofferenza e il sacrificio femminili siano, sovente, germe per un corso inaspettato degli eventi; la donna, anche quando vittima indifesa, diventa, inconsapevolmente, artefice di quei cambiamenti che, forse gli uomini, sia pure forti di una posizione di indubbio vantaggio, non riescono ad ottenere.

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