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Ludi gladiatori: luoghi e protagonisti

 

ricostruzione di una sezione del Colosseo
Ricostruzione di una sezione del Colosseo (illustrazione di Giorgio Albertini)

L’edificio simbolo dei ludi gladiatori: il Colosseo

La costruzione dell’anfiteatro Flavio iniziò nel 72 d.C. con Vespasiano, padre di Tito; l’opera pubblica fu finanziata grazie al bottino della conquista di Gerusalemme del 70 d.C. Questo imponente intervento urbanistico non solo restituì a Roma una parte del territorio sottratto da Nerone con l’edificazione della Domus Aurea, ma dotò anche la città di un edificio per spettacoli gladiatori in muratura e non più in legno.

Nell’anno 80 d.C. Tito inaugurò il Colosseo, edificio “simbolo” per questo genere di spettacoli e per i Romani fu una vera e propria meraviglia. Lo possiamo leggere nel De spectaculis di Marziale, dedicato a Tito per celebrare i 100 giorni di giochi che l’imperatore offrì al popolo di Roma in occasione dell’inaugurazione dell’anfiteatro. (1).

Giovenale, vissuto tra il 55 e il 127 d.C., con la famosa frase “panem et circenses” afferma che il popolo romano chiedeva solo due cose: pane e spettacoli (2). Il poeta latino ci fa intendere che questa semplice formula di “benessere popolare” era diventata nelle mani degli imperatori romani un potente strumento politico per influenzare la plebe urbana, in gran parte disoccupata, e sedare i suoi malumori. Garantendo la distribuzione del frumento ad un costo molto basso o del tutto gratuito, offrendo l’uso delle terme pubbliche – il prezzo d’ingresso era irrisorio e, alle volte, gratuito – e la visione di spettacoli sia nei circhi che negli anfiteatri, la plebe aveva ormai perso ogni interesse per la politica, rinunciando a manifestare la sua volontà e pensando solo a nutrire il corpo e a divertirsi.

Nessuna competizione poi poteva confrontarsi con quelle che a Roma erano offerte dall’imperatore, né per lo sfarzo, né per la durata: gli spettacoli organizzati da Traiano nel Colosseo per celebrare la vittoria sui Daci nel 107 d.C. durarono ben 120 giorni.

I principali edifici di servizio per le lotte gladiatorie

Grazie agli interventi di Tito e soprattutto di suo fratello Domiziano, fu creato intorno al Colosseo un vero e proprio “quartiere” con edifici di servizio che servivano per lo svolgimento degli spettacoli gladiatori, come l’armamentarium, il magazzino dove venivano custodite e riparate le armi. È interessante ricordare che i gladiatori si allenavano con armi di legno o comunque armi poco offensive perché erano non affilate o spuntate. Le armi da combattimento vere venivano consegnate loro solo quando entravano nell’arena. Tutto questo successe dopo la rivolta di Spartaco, il famoso gladiatore che dal 73 al 71 a.C. aveva capeggiato una rivolta di schiavi sfidando l’impero romano.

Gli altri edifici erano il sanarium, l’ospedale per il ricovero e la cura dei gladiatori feriti e lo spoliarium dove venivano portati da inservienti mascherati da Caronte, il dio degli inferi, i corpi dei gladiatori morti e spogliati dalle loro armature.

Intorno all’anfiteatro vi erano anche quattro Caserme, chiamate ludi, dove i gladiatori e i cacciatori alloggiavano e si allenavano. Il Ludus Dacicus e il Ludus Gallicus prendevano il nome dal luogo di origine dei gladiatori. I cacciatori si allenavano nel Ludus Matutinus, chiamato così perché le venationes si svolgevano la mattina. E il Ludus Magnus, la caserma più grande e più importante dove si allenava e alloggiava la maggior parte dei gladiatori che provenivano da tutte le altre provincie dell’impero. Di questa caserma si possono ammirare ancora oggi una parte dei resti, scoperti nel 1937, tra via Labicana e via di San Giovanni in Laterano.

Ricostruzione dell’area intorno al Colosseo con il Ludus Magnus
Ricostruzione dell’area intorno al Colosseo con il Ludus Magnus

Nei vari ludus i gladiatori si addestravano duramente per le diverse specialità gladiatorie, a seconda delle loro caratteristiche fisiche, e venivano anche ben alimentati; a loro disposizione poi c’erano medici per curare le ferite e massaggiatori. In queste caserme i novizi erano rigidamente sorvegliati mentre i più bravi e famosi godevano di una certa autonomia ed erano, come gli atleti moderni, ammirati dal popolo per la loro abilità e la prestanza fisica.

Chi erano i gladiatori?

La gran parte dei gladiatori erano di condizione servile: prigionieri di guerra, come testimoniano le armature dei primi gladiatori, appartenenti alle popolazioni sconfitte dai Romani, come i Sanniti, i Galli e i Traci. Altri erano schiavi o condannati per reati comuni. Quelli giudicati idonei fisicamente venivano venduti dal padrone al lanista, “l’impresario” che li addestrava e li manteneva nel ludus e che traevano profitto affittandoli per i combattimenti.

Ma c’erano gladiatori anche fra i liberti, gli schiavi liberati, o fra uomini nati liberi che si dedicavano alla gladiatura per i guadagni e la celebrità e che volontariamente, per tutta la durata del contratto, rinunciavano ai loro diritti civili vendendo la loro libertà, per un massimo di cinque anni.

L’enorme passione per i giochi gladiatori e la fama che da essa ne derivava, fece sì che anche i nobili, come senatori e cavalieri, scendessero nell’arena, ed anche l’imperatore Commodo partecipò più volte come combattente ai giochi gladiatori (le fonti ci dicono che prese parte a 735 combattimenti).

Vi erano anche combattimenti di gladiatori donne, come ci riferiscono Marziale e Cassio Dione. Lo apprendiamo anche da alcuni editti imperiali che mettevano un limite di età alle donne gladiatrici (dovevano avere almeno 20 anni); a quelle appartenenti ad alcune classi sociali era proibito di scendere nell’arena. Questi combattimenti erano estremamente rari ed anche per questo motivo erano tra i più richiesti.

Lastra con scena gladiatoria
Lastra con scena gladiatoria (Mausoleo di Fiano Romano)

In genere i gladiatori venivano reclutati verso i 17-18 anni, come i soldati, e difficilmente vivevano oltre i 30 anni, che era comunque anche la speranza di vita media di un Romano in età imperiale.

Una volta reclutato, il gladiatore si sottometteva al lanista e gli prestava giuramento; a quel punto il lanista, per il periodo della durata del contratto, acquisiva potere di vita e morte sul gladiatore, anche se nato libero (3).

Il valore di un combattente veniva misurato dal numero di incontri sostenuti: da un minimo di tre ad un massimo di quaranta. Al gladiatore che riusciva a sopravvivere a più gare veniva consegnata la rudis, una spada di legno che era utilizzata per gli addestramenti e significava per il gladiatore il ritorno alla libertà e il congedo dalle arene. C’è da dire comunque che i veterani in genere, una volta congedati, preferivano continuare a fare il mestiere che ormai conoscevano divenendo a loro volta istruttori o arbitri durante i combattimenti.

Rudis
Rudis, la spada di legno utilizzata negli allenamenti (ricostruzione moderna)

Marziale ci racconta di un combattimento avvenuto il primo giorno dei giochi che Tito tenne nell’80 d.C. per l’inaugurazione del Colosseo tra due famosi gladiatori che ormai avevano raggiunto una notorietà e una popolarità enorme.

“Poiché sia Prisco che Vero prolungavano il combattimento, e l’esito della lotta restava per lungo tempo incerto per entrambi, venne chiesta la liberazione dei valorosi lottatori con potenti e frequenti grida. Ma Cesare rimase fedele alla legge del combattimento da lui stesso stabilita – essa imponeva che si combattesse finché uno dei due, deposto lo scudo, sollevasse il dito – fece però ciò che poté, mandò cioè varie volte piatti e doni. Tuttavia venne trovato un esito per l’incerto combattimento: parimenti combatterono e parimenti caddero. Ad entrambi Cesare donò la spada di legno e la palma della vittoria: questo fu il premio riportato dal coraggio e dalla bravura. Questo non era mai successo con nessun imperatore tranne te, o Cesare, che due uomini combattessero e due uomini vincessero entrambi.”(4).

Note

  • 1) Il De spectaculis o Liber Spectaculorum o Liber de Spectaculis di Marco Valerio Marziale è sicuramente il libro più ricco per quanto riguarda la descrizione dei giochi che furono offerti nell’Anfiteatro dall’imperatore Tito. Consta di 33 epigrammi.
  • 2) “Iam pridem, ex quo suffragia nulli vendimus, effudit curas; nam
    qui dabat olim imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se continet atque duas tantum res anxius optat, panem et circenses
    .” (Da tempo, non avendo più voti da vendere, la plebe si tiene lontano da queste preoccupazioni e chi una volta era in grado di concedere il comando, i fasci le legioni, cioè tutto, ora si accontenta solo di pane e giochi del circo). Giovenale, Satira X, 77-81.
  • 3) Secondo alcuni storici la formula del giuramento era: “Uri, vinciri, verberari, ferroque necari!” (Sarò bruciato, legato, bastonato e ucciso col ferro). La frase è in Petronio, Satyricon, 117: “Itaque ut duraret inter omnes tutum mendacium, in verba Eumolpi sacramentum iuravimus: uri, vinciri, verberari ferroque necari, et quicquid aliud Eumolpus iussisset. Tanquam legitimi gladiatores domino corpora animasque religiosissime addicimus.” (E, per maggior sicurezza che il segreto sarebbe stato rispettato da tutti, facemmo sacro giuramento, ripetendo le parole suggeriteci da Eumolopo, che ci saremmo lasciati ardere, legare, bastonare, uccidere; insomma ci saremmo sottoposti a tutto quanto Eumolpo avesse comandato. Così promettemmo con patto solenne di dedicare corpo e anima al nostro padrone, come gladiatori veri e propri).
  • 4) “Cum traheret Priscus, traheret certamina Verus, esset et aequalis Mars utriusque diu, missio saepe viris magno clamore petita est; sed Caesar legi paruit ipse suae; lex erat, ad digitum posita concurrere parma: quod licuit, lances donaque saepe dedit. Inventus tamen est finis discriminis aequi: pugnavere pares, subcubuere pares. Misit utrique rudes et palmas Caesar utrique: hoc pretium virtus ingeniosa tulit. Contigit hoc nullo nisi te sub principe, Caesar: cum duo pugnarent, victor uterque fuit.” Marco Valerio Marziale, De Spectaculis, 29.

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