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Massimo Planude

Manuele (poi Massimo) Planude

(1260-1330)

Il periodo bizantino segna un nodo cruciale nella storia dell’evoluzione della lingua greca antica che, in tale momento storico, si caratterizza per un deciso consolidamento dei tratti della koiné, ossia della lingua affermatasi nel corso della precedente epoca ellenistica e contraddistinta dall’adozione di una base uniforme costituita dal dialetto attico con il superamento delle particolarità linguistiche dialettali più spiccate.

Agli studiosi di grammatica bizantini si deve un contributo fondamentale nella stesura di scholia alle opere redatte in greco antico: si pensi, ad esempio, ai commenti filologico-esegetici alle tragedie greche redatti da Tommaso Magistro (http://www.sapere.it/enciclopedia/Tommaso+Magistro.html ).

Come si evince dal loro profilo biografico, alcuni di questi grammatici erano monaci ma, soprattutto, occuparono posti di spicco presso le corti degli imperatori in qualità di consiglieri e di collaboratori: il Magistro fu accanto ad Andronico II di Bisanzio, regnante fra 1282 e 1328, mentre Massimo Planude, che ebbe tra i suoi allievi Manuele Moscopulo, al quale pure si deve una notevole opera di commento esegetico sui poemi omerici e su alcune raccolte di poesie antiche, svolse rilevanti incarichi politico-diplomatici durante i regni di Michele VIII, capostipite della dinastia dei Paleologi, sul trono fra 1259 al 1282, e del figlio Andronico (1282-1328).

Nativo di Nicomedia, ma trasferitosi ben presto nella capitale costantinopolitana, Massimo Planude svolse una fecondissima attività di commento esegetico a molte opere dell’antica grecità, nonché di traduzione in lingua greca di molte opere latine – dal Somnium Scipionis di Cicerone alle Metamorfosi di Ovidio per giungere ad alcune delle principali opere di Sant’Agostino, il De Trinitate e il De civitate Dei – che, da quel momento, iniziarono ad essere testi di riferimento anche per lo studio dell’idioma di Pericle: una novità assoluta per l’Occidente, ancora digiuno di greco e della sua letteratura! Alla penna di Planude si devono pure la stesura di orazioni ed omelie (egli si distinse pure come teologo e rétore), la compilazione di alcuni trattati grammaticali, la redazione dei Commentari sulla “Retorica” di Ermogene di Tarso ma, soprattutto, dello scritto per il quale è maggiormente noto: l’Antologia Planudea.

Pervenutaci in tre manoscritti, conservati a Venezia (il Marciano greco n. 481, che riporta l’autografo dellopera), a Londra e a Parigi, l’Antologia del Planude si colloca sulla scia della celebre Antologia Palatina, cosiddetta dal nome della Biblioteca di Heidelberg ove venne rinvenuta nel 1607 da Claude de Saumaise. La Palatina è una insigne raccolta di circa 3700 epigrammi di autori appartenenti ad un amplissimo periodo, dall’epoca arcaica sino al periodo bizantino: è possibile dire che, senza la compilazione di tale preziosissima raccolta, ben misero sarebbe stato il novero della produzione epigrammatica nelle sue varie accezioni – amorosa, funeraria, votiva, tombale – che avrebbe attraversato i secoli. Articolata in 15 libri, l’Antologia Palatina comprende numerose, analoghe raccolte elaborate nei secoli precedenti, tra cui si segnalano la Corona (in greco Stephanos) di Meleagro di Gadara, la Ghirlanda (in greco Stephanos) di Filippo di Tessalonica, il Ciclo di Agazia di Mirina e, soprattutto, l’Antologia di Costantino Cefala, nella quale confluiscono le tre summenzionate raccolte, unitamente ad altre, tra cui un florilegio di Diogeniano di Eraclea.

A margine delle edizioni della Palatina si trova, solitamente, il complesso degli epigrammi riportati dalla Antologia Planudea che, prima della scoperta dell’antologia di Heidelberg, rappresentava l’unico testo di riferimento nel suo genere: la raccolta di Planude è di minori dimensioni, in quanto l’autore utilizzò sostanzialmente due sole fonti, che gli permisero, comunque, di reperire 388 epigrammi non presenti nella Palatina, per un totale complessivo di 2400 componimenti ripartiti in sette libri. L’opera di Planude venne portata in Europa, precisamente in Italia, presso la Biblioteca Marciana di Venezia, dal card. Bessarione e pubblicata a Firenze nel 1494 dall’umanista, nonché poeta egli stesso, Giano Làscaris, al quale si deve pure l’edizione degli Inni di Callimaco.

Oltre che per la poesia, la teologia e la retorica, Massimo Planude coltivò pure un significativo interesse per la scienza matematica, come attestato dalla sua edizione di importanti testi antichi in argomento, tra cui gli Elementi di Euclide, l’Arithmetica di Diofanto di Alessandria e la Sferica di Teodosio Tripolita (o di Bitinia).

Approfondimenti

Per approfondimenti bibliografici sul profilo di Massimo Planude si veda il link

http://www.ancientlibrary.com/smith-bio/2718.html : notizie tratte dal Dictionary of Greek and Roman Biography and Mithology (ed. William Smith, 1870).

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