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Miseno

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Anticamente il toponimo Misenum stava ad indicare un’area molto più estesa rispetto a quella odierna (oggi Miseno è frazione di Bacoli), ovvero l’estremità occidentale del Golfo di Pozzuoli, l’area del doppio porto e il centro abitato, in parte corrispondente a quello attuale, oltre al Monte di Procida, anticamente noto come Mons Misenus o Cumanus. Nell’Eneide Misenos è uno dei compagni di Enea partito con lui da Troia, il quale in seguito ad una gara con Tritone, viene gettato in mare da quest’ultimo proprio nel Golfo di Cuma e sepolto dai compagni sul promontorio.

Rispetto a tutte le fonti che riportano questo mito il solo Strabone menziona Misenos come compagno di Ulisse. Strategica per la posizione, Miseno fu per lungo tempo controllata dalla vicina Cuma, tanto da essere saccheggiata durante la seconda Guerra Punica.

Soprattutto a partire dall’età imperiale la località venne pienamente sfruttata sia dal punto di vista residenziale con le famose ville marittime che costellavano l’intero golfo, sia sul piano militare: l’esistenza di un doppio bacino portuale (il Mare Morto e il Golfo di Miseno) convinsero Augusto a renderla la sede della flotta tirrenica, la Classis Misenensis. A quest’epoca risale probabilmente l’elevazione di Miseno al rango di municipio, con la creazione di edifici pubblici importanti per lo svolgimento della vita urbana, a questo punto politicamente autonoma.

Una parte del territorio era ovviamente destinata alle funzioni militari e ai marinai della flotta, per i quali numerose testimonianze epigrafiche hanno fornito importanti informazioni.

La frazione di Miliscola (oggi parte del comune di Bacoli e di Monte di Procida) contiene nel nome il ricordo della schola militum, che in questo luogo doveva avere sede.

Dall’inizio del II secolo d.C. la flotta divenne praetoria, ovvero posta direttamente sotto il comando dell’imperatore (come l’altra di Ravenna).

Nella storia di Miseno, infatti, si deve ancora ricordare il racconto della famosissima eruzione del Vesuvio (79 d.C.) fatto da Plinio il Giovane nelle lettere a Tacito: in queste egli descrisse i primi fenomeni osservandoli proprio da Miseno, dove si trovava con lo zio, Plinio il Vecchio, Prefetto della flotta. Nelle lettere, come è noto, venne raccontata principalmente la vicenda dello zio, del suo grande desiderio di conoscenza , che lo spinse ad avvicinarsi il più possibile per studiare il fenomeno e della successiva partenza dal porto di Miseno, che lo condusse alla morte, per andare in soccorso degli abitanti dell’area vesuviana.

Plinio il Giovane raccontò, inoltre, di come anche Miseno e la zona flegrea furono coinvolte nel disastro, dei terremoti, della fuga degli abitanti, il giorno successivo, verso la campagna e della nuvola di cenere che nascose lo stesso Monte Miseno.

Ancora nel IV secolo d.C. abbiamo testimonianze della vitalità del sito, le ville di lusso sono ancora frequentate e ricordate nelle fonti per la loro bellezza. Miseno non sembra, dunque, un centro abbandonato nella tarda antichità, tuttavia in qualche maniera modificato rispetto all’età imperiale, soprattutto a causa dei terremoti e dei fenomeni bradisismici, che determinarono l’abbassamento del suolo. Si parla per questo periodo della creazione di un castrum, documentato dalle fonti, come area fortificata per la difesa dell’abitato.

Al VI-VII secolo e poi all’XI-XII risalgono invece testimonianze archeologiche di attività artigianali (dati acquisiti dagli scavi delle Terme pubbliche), il porto doveva aver mantenuto la sua funzionalità, nonostante la flotta, che aveva avuto tanta importanza nel determinare il ruolo di Miseno, fosse stata trasferita da Teodorico a Ravenna.

L’esistenza della diocesi è documentata almeno dal VI secolo, a capo di una comunità cristiana riunita intorno al culto del proprio martire, San Sosso.

Il racconto agiografico si svolge tra la fine del III secolo d.C. ed i primissimi anni del IV, in cui l’antico centro di Misenum fu teatro delle vicende e delle gesta di martiri della chiesa paleocristiana. Sosso (il cui nome varia nelle fonti scritte da Sosio a Sossio) era diacono di Miseno e grande evangelizzatore, ma durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano venne incarcerato a Pozzuoli e dopo essere scampato alla prova nello stesso anfiteatro puteolano, venne infine decapitato alla Solfatara insieme ad altri compagni di fede, tra cui San Gennaro, il 19 settembre del 305; pochi giorni dopo, il 23 settembre, stabilito come giorno della sua festa, il corpo fu ricondotto a Miseno, dove venne sepolto.

Nel IX secolo Miseno venne attaccata e distrutta dai Saraceni, in questo frangente avvenne il trasferimento di alcuni misenati nel vicino centro di Frattamaggiore, piccolo insediamento presente nell’entroterra e perciò più sicuro.

Un testo letterario racconta della ricerca, all’inizio del X secolo, da parte di alcuni monaci benedettini napoletani, delle spoglie del martire Sosso, che ritrovate furono trasferite a Napoli. Il documento descrive un centro distrutto dagli Arabi e più in particolare testimonierebbe l’esistenza di un antico edificio di culto legato alla sepoltura del martire, riguardo al quale sono ancora rivolte le ricerche e le indagini degli studiosi. Ancora una volta nel 1807 le reliquie vennero nuovamente trasferite, ma nella chiesa di Frattamaggiore.

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