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Musa Pensosa

Musa Pensosa

La Musa Pensosa

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma (1). Realizzata in un unico blocco di pregiato marmo pario, raffigura Polimnia, ovvero “dai molti canti”, una delle Muse incarnanti i diversi rami del sapere e dell’arte, protettrice degli inni sacri ed eroici.

Fin dalle prime testimonianze letterarie e iconografiche (risalenti al VII-VI secolo a.C.) le Muse sono presentate come divinità ispiratrici del canto dei poeti e tali rimarranno fino alle loro ultime apparizioni nei testi letterari antichi, nel V secolo d.C. Figlie di Zeus, padre di tutti gli dei e di Mnemosine (Memoria), a sua volta figlia di Urano e Gea, nacquero nella Pieria alle falde del Monte Olimpo.

Il termine “musa” ha la stessa radice della parola musica, arte che presiedevano, e che nell’antica Grecia aveva un significato più ampio di quello attuale relativo alla cultura occidentale, designando non solo l’arte dei suoni ma anche la poesia. Spesso erano accompagnate ad Apollo, anch’egli dio della musica e della poesia, e con lui dimoravano sul monte Parnaso da cui sgorgava la fonte Castalia, ispiratrice dell’arte poetica. Secondo Pausania originariamente erano tre, mentre Esiodo ne fissò il numero a nove e diede a ognuna un nome.

Nel mondo romano le raffigurazioni di Muse ricorrono frequentemente nei santuari propriamente detti, negli edifici scenici, come teatri e odeia, in quelli termali e compaiono, inoltre, nella sfera funeraria per sottolineare anche in quest’ambito il valore della cultura come ausilio e sostegno fondamentale per la vita così come per la morte. Ma l’ambito che probabilmente restituisce le immagini più significative è quello privato, all’interno di abitazioni.

Musa Pensosa

La statua

La figura femminile, stante e a grandezza naturale (h cm 156), si appoggia su un pilastro roccioso. Vestita di un peplo che ricade in pieghe profonde e pesanti, si stringe in un ampio e leggero mantello ornato da frange dal morbido drappeggio che ne esalta, anziché trattenerne, la forza dirompente. La figura è chiusa in se stessa, in un unico volume,privo di spazi interni: la testa, la mano sinistra e il piede sono le uniche parti del corpo emergenti dalle vesti.

Il piede sinistro, in particolare, si alza con grazia all’indietro a equilibrare la diagonale del corpo che si inclina in avanti verso l’appoggio di roccia e, attraversando la forma chiusa imperniata sull’altra gamba, invisibile sotto le vesti, dà alla figura forza e impulso. Le braccia si incrociano a trattenere e chiudere il manto; il gomito destro poggia sul sostegno e la mano velata di stoffa è piegata sul mento, quasi a sostenere il volto.

Nell’altra doveva reggere un rotolo di versi, simbolo dell’arte da lei rappresentata. Nell’iconografia antica il gesto di portare la mano al volto connotava atteggiamenti di introspezione e di chiusura riflessiva ed era presente sia come espressione di dolore in scene di lutto o di abbandono che come uno dei gesti più eloquenti e tipici dell’intellettuale, del pensatore e del poeta ispirato. Il viso è bello e intenso, i capelli segnati dal trapano con profondi incavi, sono trattenuti con naturalezza e semplicità sul capo e si raccolgono in una coda che scende lunga fino a toccare le spalle.

La postura, elemento caratterizzante tutte le raffigurazioni di Polimnia, il volto della giovane donna, la fronte ampia e distesa, lo sguardo intenso dei grandi occhi che punta diritto in avanti verso una distanza insondabile, carico di espressività per la resa a incisione delle pupille e la linea della bocca creano un’immagine del raccoglimento e della solitudine e comunicano un’interiorità, un sentimento di malinconia e di grazia raccolta assenti nelle altre figlie di Mnemosine. Anche l’atto di stringere le vesti a sé esprime una necessità di concentrazione oltre che della mente anche del corpo.

Si tratta di una splendida interpretazione romana ispirata a un gruppo marmoreo di Muse creato da Philiskos di Rodi, attivo nel II secolo a.C., ed esposto a Roma nell’area del Portico di Ottavia in circo Flaminio (2) in cui la raffigurazione di Polimnia fu tra quelle che ebbe maggior fortuna nell’arte romana, viste le diverse repliche conosciute dall’età tardo ellenistica a quella imperiale. Tra queste, però, solo nella musa della Centrale Montemartini si coglie una maggiore fedeltà all’originale sebbene sia probabilmente una delle creazioni più tarde.

Il ritrovamento

L’opera, oltre a essere quasi completamente integra, ha conservato perfettamente la patina originaria che ancora oggi rende il marmo splendente attraverso la lucidatura delle superfici. Questo è stato possibile perché la statua venne nascosta in età antica in un cunicolo sotterraneo al riparo da agenti atmosferici, in un ambiente sicuro e non sconvolto dai lavori e dalle ricostruzioni verificatesi nel tempo, forse per sottrarla al pericolo delle invasioni barbariche.

Infatti, dalle scarse notizie sul rinvenimento, si apprende che la statua venne scoperta negli anni venti del ventesimo secolo nell’area di Villa Fiorelli sul lato prospiciente via Terni, immediatamente al di fuori delle mura Aureliane, in una galleria franata e adibita in epoca post-antica, a cava di tufo. Sempre in quegli anni e nella medesima area, fu scoperta un’altra scultura, acefala, simile alla Polimnia sia per le dimensioni che per il materiale utilizzato, anche se di minor qualità, e raffigurante una Musa del tipo Melpomene di Mileto, oggi conservata presso il Museo Nazionale Romano (3).

Questi rinvenimenti hanno fatto supporre la pertinenza di entrambe le sculture a un unico complesso scultoreo, del quale dovevano far parte anche le restanti muse. In particolare, dato che nella Polimnia sembra privilegiata la visione di profilo, è probabile che ognuna di esse fosse stata concepita per essere osservata da un punto obbligato.

Questo ciclo decorativo, datato all’ultimo quarto del II secolo d.C., doveva essere situato in una zona non molto lontana dall’area di rinvenimento. Il collegamento più diretto può essere istituito con gli horti Spei Veteris (4) che si estendevano dalla zona corrispondente all’odierno piazzale di Porta Maggiore, un’area che permetteva il controllo della zona degli acquedotti fino all’estremità sud-orientale della città.

Questa proprietà fu trasformata in giardino da Settimio Severo (193-211 d.C.) che, inoltre, progettò al suo interno anche un complesso monumentale costituito da un palazzo residenziale e di rappresentanza di cui Elagabalo (218-222 d.C.) completò i lavori donando al luogo un lusso e uno sfarzo inusitati. Nel 270 d.C. la costruzione delle mura Aureliane fece perdere alla residenza il suo originale splendore dividendo a metà il complesso di cui la zona al di fuori delle mura restò, probabilmente, in uno stato di abbandono mentre quella interna riacquistò importanza quando nel IV secolo divenne proprietà dell’imperatrice Elena che vi apportò sostanziali modifiche (5).

L’apparato decorativo dei monumenti pertinenti al complesso di Settimio Severo e Elagabalo non è facilmente ricostruibile ma, durante i lavori (1740-1758) per la costruzione dell’arteria di comunicazione tra San Giovanni e Santa Croce in Gerusalemme, fu demolito il cosiddetto “Monte Cipollaro”, un rialzo del terreno che si rivelò essere l’accumulo dei ruderi di un antico edificio – forse la dimora dei due imperatori – e del suo apparato decorativo, la cui distruzione va probabilmente ricollegata ai lavori per la realizzazione delle mura Aureliane che sconvolsero tutta la zona degli horti.

E sempre a questa frenetica attività va assegnato il ritrovamento nel 1928, all’interno di un cunicolo sotterraneo, della musa Polimnia, della Musa tipo Melpomene e di un tesoretto di monete dell’epoca di Marco Aurelio e Settimio Severo. Le due statue, quindi, potrebbero essere considerate parte integrante della splendida cornice che decorava l’edificio distrutto all’epoca di Aureliano, tutti beni preziosi che, nella situazione di emergenza verificatasi per l’erezione della cinta difensiva, furono prontamente nascosti per sottrarre a una sicura distruzione le suggestive immagini simbolo e memoria di una magnificenza architettonica del passato.

Note

  • 1) Originariamente conservata nei Musei Capitolini, fece parte di quella migrazione di sculture e altri reperti archeologici verso la Centrale Montemartini che si verificò a partire dal 1997 per lavori di ristrutturazione nel museo stesso. Da esperimento temporaneo, poi, la Centrale divenne sede permanente per le collezioni di più recente acquisizione dei Musei Capitolini.
  • 2) Il gruppo è ricordato da Plinio (Naturalis Historiae, XXVI, 34) e ce n’è giunto un frammento originale, la testa di una delle Muse, ora conservata ai Musei Capitolini.
  • 3) Si veda E. TALAMO, Museo Nuovo e Braccio Nuovo: restauri di alcuni rilievi con il mito della nascita di Dioniso con Gigantomachia, del Togato Barberini e della Polymnia, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, XCV, 1993, pp. 205-207.
  • 4) Il nome deriva dalla collocazione topografica della proprietà nella zona denominata ad spem veterem per la presenza di un antico tempio dedicato alla speranza.
  • 5) In età tardo antica il complesso venne poi inglobato negli horti Liciniani, appartenenti all’imperatore Licinio Gallieno (253-268 d.C.).

Bibliografia

  • M. BERTOLETTI, M. CIMA, E. TALAMO, Sculture di Roma antica: collezioni dei Musei Capitolini alla Centrale Montemartini, Milano 1999.
  • M. BERTOLETTI, M. CIMA, E. TALAMO, Centrale Montemartini: Musei Capitolini, Milano 2007.
  • A. BOTTINI (a cura di), Musa Pensosa. L’immagine dell’intellettuale nell’antichità, Milano 2006.
  • M. CIMA, E. TALAMO (a cura di), Gli horti di Roma antica, Milano 2008, pp. 98-100.
  • P. MORENO, Scultura ellenistica, Roma 1994, pp. 409-413.

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