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Opere murarie a secco

Opere murarie  romane a secco

Opere murarie  romane a secco

Le tecniche murarie di epoca romana definibili “a secco” sono: l’ opus siliceum (opera in pietra), l’opus quadratum (opera quadrata),  le opus isodomum e opus pseudoisodomum, l’opera a scacchiera e l’opus africanum.

Opus siliceum

Opus siliceum

Si identifica come opus siliceum (1) (letteralmente “opera di pietra”, il termine latino fu adottato da Giuseppe Lugli) l’opera chiamata anche megalitica, ciclopica o poligonale, formata da grossi blocchi di pietra con l’intento di impressionare lo spettatore per l’apparenza soprannaturale della propria costruzione. I blocchi in opus siliceum, possono avere lati più o meno sbozzati, in base al grado di lavorazione eseguito. Nei casi più raffinati i lati dei blocchi sono tagliati con accuratezza fino a ottenere un accostamento molto preciso e stabile; talvolta inoltre, la superficie di paramento presenta una finitura picchiettata.

Negli spigoli delle murature e in corrispondenza delle aperture delle porte, i blocchi sono di dimensioni maggiori e disposti orizzontalmente per garantire stabilità agli altri blocchi di forma irregolare.

L’opus siliceum fu utilizzato non solo per cinte murarie difensive, ma anche per l’elevazione di podi templari e di muri di sostruzione (2) per edifici e strade.

Questa tecnica, di cui restano importanti esempi che vanno dal V al III secolo a.C., fu utilizzata nei primi territori conquistati dai Romani, da Ansedonia (l’etrusca Cosa) alle città del Lazio, fino a Paestum.

Opus quadratum

Opus quadratum

L’opus quadratum (opera quadrata) è costituito da file orizzontali di blocchi tagliati a parallelepipedo. Il vantaggio di questa disposizione in termini di stabilità venne sfruttato anche per la costruzione di fondazioni, fino a quando la diffusione dell’uso dei conglomerati non rese più conveniente realizzarle in opus caementicium.

Il diverso grado di regolarità e di alternanza nella posa delle pietre in senso longitudinale (gli ortostati) o trasversale (i diàtoni), determina aspetti anche molto diversi di opus quadratum.

In alcuni casi, la necessità o la comodità di evitare il sollevamento di carichi troppo impegnativi durante la costruzione ha determinato una progressiva diminuzione nell’altezza dei blocchi con il susseguirsi delle file orizzontali.

Negli esempi caratterizzati da minore uniformità questo tipo di opera presenta sfalsamenti in altezza nei blocchi, che rompono la precisa linearità delle file orizzontali.

Opus quadratum

L’opus quadratum rappresenta l’affermarsi presso i Romani di una sensibile ricerca estetica, evidente nella differenziazione dell’aspetto del paramento murario. Il motivo dell’opus quadratum, in particolare nella sua versione isodoma (cioè con blocchi di dimensioni omogenee), è infatti usato talvoltasolo come finitura superficiale (si incideva la muratura dando una falsa impressione di struttura isodoma a chi la guardasse). Grazie a questo “disegno” nello stucco di rivestimento o nelle stesse pietre, mura povere per esecuzione o materiale dissimulavano opere di maggior pregio.

A Roma, presso il Campidoglio, si trovano i più antichi resti di opus quadratum,databili al VI secolo a.C.: porzioni di una cinta difensiva e una parte delle fondazioni del Tempio di Giove Capitolino, entrambi in cappellaccio (tufo grigiastro trovato direttamente nei colli romani). L’opera quadrata fu adottata frequentemente soprattutto nei dintorni di Roma per tutta l’epoca repubblicana e fino alla seconda metà del I secolo d.C., quando il suo uso declinò. In diversi casi fu impiegata anche come paramento per riempimenti in opus caementicium. Infine, nonostante l’uso meno frequente, la sua longevità in epoca imperiale è attestata dal notevole esempio delle Mura di Giustiniano a Palmira, del VI secolo d.C.

Opus isodomum e opus pseudoisodomum

Opus isodomum

La forma più armonica dell’opera quadrata prende il nome di opus isodomum (opera isodoma), che denota l’omogeneità di forma e dimensione nei parallelepipedi che la compongono. Anche se a tutti gli effetti si può considerare come un tipo particolare di opus quadratum è Vitruvio stesso che dà importanza e dignità a questa tecnica chiamandola opus isodomum e descrivendola accuratamente.

La sua raffinatezza esecutiva e la regolarità dei giunti costituivano una decorazione anche senza rivestimenti ulteriori.

A modello di esempi greci talvolta il muro isodomo è posto sopra una prima fila di ortostati, disposti con l’asse in verticale. Spesso, a differenza dell’uso greco in cui il muro è ininterrotto, nella pratica romana una cornice divide gli ortostati dagli altri blocchi isodomi.

Vitruvio definisce pseudoisodomum un tipo di muratura i cui filari siano composti da pietre omogenee, ma in cui le altezze di ogni fila siano diverse l’una dall’altra.

opus pseudoisodomum

Eccellenti esempi di opera isodoma si trovano in abitazioni private del II e I secolo a.C. a Pompei, dove l’opera è finemente sagomata nel tufo (l’incisione di una cornice poco profonda per sottolineare i giunti fu inventata a Pompei) e a Roma nei due templi del Foro Boario del II-I secolo a.C. (Tempio di Ercole Vincitore e Tempio di Portuno). In epoca imperiale si trovano esempi in province anche molto distanti, come testimoniano la Maison Carrée di Nîmes, il Tempio di Roma e Augusto ad Ankara, e la Biblioteca (130 d.C.) e l’Arco, entrambi di Adriano, ad Atene.

Opera a scacchiera

Opera a scacchiera

La tecnica a scacchiera, come suggerisce il nome, prevede blocchi portanti alternati a spazi riempiti di pietre dalle minori dimensioni e qualità. Queste pietre possono essere disposte a secco oppure legate da malta di fango.

La tecnica fu usata probabilmente per la rapidità di preparazione dei blocchi rispetto all’opera quadrata, ma non fu molto diffusa in senso geografico, anche se fu presente sia nella zona di influenza etrusca sia in quella della Magna Grecia. Anche i limiti temporali non sono molto estesi, considerato che i resti più antichi, a Tarquinia, sono datati al IV secolo a.C., mentre l’esempio più recente si trova a Bolsena e risale all’inizio del II secolo a.C., periodo in cui la tecnica fu probabilmente soppiantata dall’introduzione della malta di calce.

Opus africanum

Opus africanum

L’opera africana deve il suo nome alla regione in cui fu più diffusa. Probabilmente fu anche originaria dell’Africa settentrionale e in seguito fu trasmessa all’Italia meridionale dai Cartaginesi.

L’opus africanum è formato da catene verticali portanti, realizzate per mezzo di grandi blocchi di pietra alternati in senso verticale e orizzontale e riempiti fra loro da filari orizzontali di pietre minori.

Questa tecnica punica fu assimilata e sviluppata dai Romani, che continuarono a usarla anche dopo la diffusione della malta di calce, sfruttando la comodità di poter usare pietre di riempimento più irregolari ma legate dalla malta, fino a realizzare riempimenti in opus incertum.

In un unico caso, a Bulla Regia (Tunisia), il riempimento fra le catene verticali è costituito da blocchi parallelepipedi di grandi dimensioni a cui è sovrapposto un opus reticulatum.

Gli esempi più antichi sono quelli del IV secolo a.C. di Mozia, dell’acropoli di Selinunte e di Pompei (anche se in questo caso non è chiaro come la tecnica sia giunta in Campania). Quest’opus, fu utilizzato nella provincia africana con continuità anche in epoca imperiale, come nel caso del Capitolium diThugga, (l’odierna Dougga), in Tunisia, costruito fra il 166 e il 167 d.C.

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