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Opus Sectile di Porta Marina, splendori e misteri a Ostia antica

Opus Sectile a Ostia Antica

I nostri “venerdì di archeorivista” approdano allo splendido “Opus Sectile” di Porta Marina ad Ostia antica. Nelle scorse due settimane abbiamo raccontato eventi di segno molto diverso: il primo sono state le festose “Giornate Fai di primavera”, con l’excursus sui siti archeologici, museali e sui castelli aperti alle visite il 27-28 marzo 2010 nell’intero territorio nazionale; il secondo il crollo di una volta traianea alla Domus Aurea che ha lanciato l’allarme anche su altri siti archeologici.

Torniamo alle nostre visite archeologiche dirette ricollegandoci all’ultima, quella alle Domus romane al Celio sotto la basilica dei Ssanti Giovanni e Paolo dove abbiamo trovato delle pitture che riproducevano il profilo marmoreo di “Opus Sectile”; un rivestimento prezioso e tanto costoso da ispirare imitazioni pittoriche più economiche nelle “domus” di benestanti ma non opulente.

Ebbene, nel lido di Roma, a Ostia antica, a Porta Marina, sono venute casualmente alla luce negli anni ‘40 lastre di marmo che hanno dato l’avvio a un ritrovamento di straordinario valore: l’intero rivestimento di una grande Aula con Esedra nel prezioso “Opus Sectile” perfettamente conservato.

Il miracolo della conservazione si deve all’insabbiamento del sito che ha reso invisibile il suo tesoro, in superficie c’è il peristilio con un colonnato e un’esedra semicircolare. Si aggiunga il fatto che la zona è piuttosto appartata, lontana dall’area centrale e, soprattutto, un fatto misterioso che l’ha sottratto al destino della spoliazione, ne parleremo più avanti al momento opportuno.

Porta Marina ad Ostia antica

Ci arriviamo progressivamente, prima vorremmo inquadrare il ritrovamento nell’antico scalo fluviale e marino, alla foce del Tevere, fondato nel VI secolo avanti Cristo, di cui sono state trovate le prime tracce del IV secolo dopo la conquista di Veio: struttura urbana quadrangonale, due grandi assi con un decumano massimo tra est e ovest e un’arteria stradale tra nord e sud..

L’insediamento si sviluppò nel I-II secolo, sia per le esigenze commerciali con un nuovo bacino portuale voluto dall’imperatore Claudio nel I secolo dopo Cristo; sia per quelle residenziali con un’area sacra e una serie di eleganti “domus”, che richiamano le ville di Ercolano e Pompei.

Nel II-III secolo dopo Cristo, nasce a Ostia il grande Teatro romano ben conservato nelle gradinate, la cavea e il colonnato, con il piazzale delle Corporazioni, il Forum con il “Capitolium” per Giove, Giunone e Minerva. Intorno si sviluppano gli insediamenti abitativi, anche di “insule” popolari, quasi condomini, con l’intensificarsi delle attività collegate ai traffici portuali.

Con lo spostamento dei traffici verso il porto, Ostia diviene un centro residenziale. Ed eccoci a Porta Marina, dove nella seconda parte del IV secolo sorgono ricche domus con ninfei e fontane, colonnati e rivestimenti marmorei, spesso realizzate sulle preesistenze commerciali, intorno all’asse viario che collegava Ostia al Porto e dinanzi al mare che ne rappresentava il fondale.

Per trovare la meta della nostra visita non si deve andare ad Ostia, ed è la prima sorpresa. Come il “Pergamon” a Berlino, l’Aula dell’“Opus Sectile” è stata interamente ricostruita in un museo, il “Museo dell’Alto Medioevo” al quartiere dell’Eur di Roma Sud, che si apre verso l’Ostia moderna al termine dell’asse viario della Cristoforo Colombo; mentre Ostia antica si trova quasi al termine della Via del Mare, l’altro asse che sbocca nella parte opposta del lungomare, al Porto di Roma.

Nelle nostre visite agli ipogei abbiamo sempre trascurato, anzi “saltato” le aggiunte medioevali, per concentrarci sulle preesistenze più antiche. Qui non possiamo non ammirare di passaggio i materiali che documentano diverse fasi storiche: dalla Roma tardoantica con i ritratti e una preziosa fibula d’oro, all’occupazione longobarda (in particolare le necropoli di Nocera Umbra e Castel Trosino) con armi e gioielli, vasi di bronzo e ceramica e tanti oggetti di vita quotidiana, fino all’età carolingia con bassorilievi e rilievi marmorei, nonché strumenti rinvenuti in antiche aziende agricole papali.

Opus Sectile a Ostia Antica

L’“Opus Sectile” di Porta Marina, il ritrovamento e il restauro

Siamo nel consueto gruppo di Info.roma.it, la “suspence” questa volta è creata dall’avvicinamento progressivo, i cartelli esplicativi anticipano lo spettacolo che vedremo tra poco, e così i materiali esposti in teche ben ordinate; non servirebbe la guida ma l’archeologa Adelaide Sicuro fa qualcosa di più, riesce a dosare notizie e citazioni colte con elementi suggestivi tenendo desta l’attenzione come non avviene con lo scritto; e anche questa volta aprendo interrogativi e disvelando misteri.

I pezzi marmorei documentano l’abbondanza di materiali pregiati utilizzati nell’“Opus sectile” che vedremo tra poco, e in genere in questo tipo di arredo opulento la cui onerosità, oltre che dall’elevato costo dei materiali e del trasporto da terre lontane, derivava dalla lavorazione molto complessa per l’intarsio e dagli scarti. Nelle bacheche vediamo il porfido rosso e quello verde di Grecia, il giallo antico del nord Africa e il pavonazzetto dell’Anatolia, i più preziosi dal costo quadruplo rispetto ai marmi bianchi; e poi alabastro e cipollino, lunense e e palombino, bardiglio e occhio di pavone, provenienti dai paesi del Mediterraneo; notiamo anche un “fior di pesco”, simile al pavimento della nostra casa teramana di fine anni ’50, il segno dell’antico ci segue da vicino, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Lo stesso pavimento completo, quando sarà sotto i nostri occhi, sembrerà un “già visto”, tanto è stato imitato nel disegno anche in epoca moderna.

Ma andiamo ora al ritrovamento per poi descrivere ciò che è stato portato alla luce. Le prime lastre di marmo emerse casualmente erano ben più di una traccia, si trattava di marmi policromi con delle figurazioni, si intravedeva un’immagine leonina. Dagli anni ’40 si arriva alla fine degli anni ’50 per la campagna di scavi che portò a risultati sorprendenti, e forse il ritardo fu provvidenziale perché furono condotti con maggiore attenzione che se fossero avvenuti nel convulso periodo precedente.

Ci si rese conto che i copiosi materiali che venivano alla luce provenivano da pareti decorate crollate all’interno della sala di cui costituivano il prezioso rivestimento. E furono prelevati curando la ricostruzione dell’ambiente preesistente già nello scavo, dove le lastre di marmo si trovavano così come erano cadute nel crollo; bastava quindi sollevarle ed evidenziarle in modo speculare liberandole dall’intonaco e mantenendo la collocazione che ridisegnava essa stessa le intere pareti.

Le murature crollate e l’intonaco conservavano “attaccati” gli elementi marmorei, che furono rimossi con delicatezza evidenziando quasi il “negativo” della “pellicola” del rivestimento, bastò applicare sul retro un supporto per mantenerne integra la conformazione e quindi ricostruirla; bastò si fa per dire, il lavoro si protrasse dal 1959 al 1966, con la ricostruzione completa del grande ambiente con tutti i suoi rivestimenti e decorazioni. Sono parecchi metri di altezza per una superficie rilevante. Un ulteriore restauro è stato fatto di recente consolidando le giunture e gli adesivi del restauro precedente dei 190 pannelli intarsiati; nelle parti mancanti, di modesta entità, si è fatto un raccordo in colore chiaro, distinguibile da vicino, che non disturba la visione d’insieme.

Un lavoro non semplice, dunque, nel quale si è proceduto con razionalità e scrupolo, i risultati li vedremo tra poco. L’“Opus Sectile” è particolare non solo per i materiali usati ma anche per la fattura: si tratta, dice Adelaide Sicuro, di “pittura con la pietra”, ritenuta allora più preziosa della pittura con il pennello degli affreschi. E’ un lavoro di intarsio marmoreo, il marmo lucidato viene tagliato nelle forme più diverse, geometriche od ornamentali, poi i pezzi così sagomati sono collocati sul piano per formare il disegno prestabilito, spesso molto elaborato e realizzato utilizzando in modo appropriato e adatto alla figurazione i marmi di diverso colore e superficie, liscia o rugosa.

Si è potuta ricostruire anche questa particolare lavorazione dalle impronte sull’intonaco, che indicano come si procedesse per ogni pannello. Nel pavimento, addirittura, sono rimaste le impronte per le lastre ancora da applicare. Ma al di là di questi particolari costruttivi, quello che colpisce è la complessità dell’ornato insieme alla ricchezza dei materiali necessitata dal dover disporre di quei colori e di quelle venature che solo quei marmi pregiati avevano, e quando non bastavano si ricorreva a materiali di pasta vitrea che davano anche effetti di luminescenza. Una meraviglia nell’eleganza e qualità delle figurazioni, che abbinavano la composta geometria alla fantasia floreale, i fregi ornamentali a immagini di fiere esotiche, fino alle enigmatiche figure umane.

Colpiscono anche i resti del soffitto, non ricostruito, ne sono esibite piccole parti di un mosaico di colore cangiante, dall’acqua marina al cobalto e al turchese, ancora unito alla muratura del soffitto sottostante ai coppi, che fa immaginare la bellezza dell’ambientazione marina dell’aula conviviale; i tralci di vite dorati.

Descrive così l’ambiente Maria Stella Arena, la curatrice dell’“Opus Sectile” di Porta Marina: “E’ suggestivo pensare che nella zona tricliniare della Domus fuori Porta Marina i convitati, all’ombra di un immaginario pergolato lucente d’oro, nelle pause del banchetto potessero ammirare la magnifica decorazione delle pareti e la vista del mare poco lontano”.

Opus Sectile a Ostia Antica

L’ornato delle pareti e del pavimento dell’Aula, la geometria dell’Esedra.

Ecco dunque l’Aula in tutto il suo splendore: un’immagine fantasmagorica in “cinemascope” si apre dinanzi ai nostri occhi, introdotta dal basamento, che affiora appena, di due grandi colonne; dal gruppo esclamazioni ammirate. E’ tutto vero e autentico, ci chiediamo di quale epoca sia, e qui una certezza: risale a un periodo tra il 394 e il 400 dopo Cristo, una forchetta temporale insolitamente ristretta. Il motivo viene subito spiegato, la datazione è favorita dal ritrovamento, nella malta muraria, di due monete bronzee di Magno Massimo, datate tra il 383 e il 388 dopo Cristo; e nello scavo di una moneta di Flavio Eugenio, tra il 392 e il 394. Di qui la conclusione che la realizzazione dell’aula segue di poco quest’ultima data, “annus a quo” da cui si arriva al più al 400.

Che cosa ci offre il “cinemascope” dell’“Opus Sectile” di Porta Marina? Un grande ambiente quadrangolare di 7 metri e mezzo per 7, con le due pareti dell’Aula ornate da riquadri e fregi marmorei nei preziosi intagli policromi di cui abbiamo detto, nei quali l’aspetto geometrico si coniuga a quello ornamentale. Riquadri di due diverse dimensioni nella parte inferiore intervallati da motivi rettangolari longitudinali; un largo fregio tutt’intorno nella parte intermedia, contornato da due fregi di spessore minore, che percorre orizzontalmente le due pareti laterali, praticamente complete salvo delle interruzioni.

A terra lo sguardo è calamitato dallo straordinario pavimento di più di 30 metri quadri, quasi interamente conservato e ricostruito nelle sue 40 grandi formelle intarsiate: c’è una doppia figurazione, delle stelle che si toccano nei vertici e incastonano degli ottagoni con dentro tre fregi, sembra riproducessero scudi di amazzoni. Una complessità e armonia compositiva forma i disegni nell’incrocio di quattro formelle, pratica odierna comune che nasce nell’antichità.

Dal pavimento lo sguardo va all’Esedra, lo spazio un po’ più ristretto ma pur sempre di 6 metri per 4, antistante la grande Aula e completamente aperto, delimitato da due grandi fregi verticali a mo’ di colonne che richiamano quello orizzontale intorno alla pareti e culminano in capitelli tipo ionico finemente intarsiati. Oltre queste due “colonne d’Ercole”, tre lati di geometria più minuta a scacchiera in basso, mentre vi sono motivi architettonici entro una specie di “opus mixtum” a intarsio in alto, in un forte contrasto con l’ornato dell’Aula. Non si tratta di mosaico, anche se da lontano dà quest’impressione, non sono tessere uguali di diverso colore, bensì intarsi marmorei. C’era il triclinio, l’attenzione andava tutta al banchetto, gli ospiti non venivano distratti da fregi ornamentali; questo avveniva invece nell’Aula dove il loro soggiorno era allietato da immagini.

Nelle volute dei fregi che adornano la parte inferiore si distinguono uccellini tra virgulti e tralci di fiori e frutti con chiocciole e farfalle. Più in alto tutt’altra scena, raffigurazioni di belve che ghermiscono antilopi inermi: Leoni sulla parete destra, di tipo araldico, Tigri su quella sinistra. Si ammirano i delicati intarsi e i materiali che rendono le striature con i colori e la rugosità dei marmi pregiati e le pietre vitree che danno luminosità agli occhi; e anche la qualità di queste “pitture con il marmo”, le zampe che ghermiscono la preda, lo sguardo famelico della fiera e quello spaurito della vittima che volge il capo all’indietro quasi incredula, perfino striature rosse per simulare il sangue dell’antilope. La parte superiore è andata perduta, ma l’insieme giunto miracolosamente fino a noi è già tanto, anche perché si è potuto ricomporre nell’assetto originario con certezza quasi assoluta.

E’ uno dei massimi esempi delle raffigurazioni ornamentali presenti in Domus patrizie, con quella di Giunio Basso all’Esquilino, di cui troviamo la “Tigre Capitolina” ai Musei omonimii, e la Domus del Colle Oppio sopra la Cisterna delle Sette Sale, con frammenti del manto di tigri.

Opus Sectile a Ostia Antica

Il mistero del crollo e delle due figure, il giovane e il Maestro: Cristo o un filosofo?

Un ambiente così sontuoso doveva rappresentare qualcosa di importante: o uno status sociale elevato oppure un’utilizzazione prestigiosa; si è ipotizzato anche il prefetto dell’annona, collegando ciò all’ubicazione in un’area di forti traffici. Richiama le sale di udienza o di intrattenimento dei palazzi imperiali e delle ville patrizie, quindi adatta a un ricco operatore del vicino Porto di Roma.

E qui irrompe il mistero, l’enigma così familiare nelle visite guidate da Adelaide Sicuro, che stimola la partecipazione del gruppo con ipotesi dei singoli che si alternano e si confrontano.

Nella parete di destra dell’Aula, guardando, ci sono due figure umane, sempre nel fine intarsio dei marmi policromi: una busto di personaggio barbuto dai lunghi capelli con un “nimbo” come un’aureola; e a distanza, dopo dei fregi, un busto con un viso di giovinetto. Il mistero delle due figure si intreccia al mistero del crollo che ha preservato l’integrità dei reperti come all’epoca, soltanto con le pareti crollate ripiegatesi su se stesse nella composizione e nell’assetto originario.

Questo secondo mistero attiene alle cause, non alla ragione dell’integrità. La Domus non si è consunta nel tempo, come di solito avviene nei reperti rinvenuti dopo la spoliazione e l’asporto dei materiali, tanto più se preziosi come questi. E’ crollata in fase di realizzazione, quando non era ancora ultimata: ne fanno fede le formelle del pavimento non ancora collocate nelle sedi predisposte, l’Esedra ancora senza pavimento e soprattutto due buche per spegnere la calce usata come legante. Il cantiere dunque era ancora in funzione, poi è stata insabbiata e quindi è sparita.

Le cause del crollo sono misteriose, non possono essere naturali perchè si sarebbe proceduto subito alla ricostruzione: invece le pareti abbattute sono cadute a terra come ripiegate su se stesse, fino al ricordato affioramento di alcuni pezzi negli anni ’40. E se non sono cause naturali deve esserci stata un’azione violenta: esclusa la conquista bellica e il bottino, restano le circostanze che più di frequente scatenano la furia iconoclasta: motivi religiosi o motivi ideologici particolarmente sentiti.

I motivi religiosi possono essere anche di parte cristiana, nel IV secolo c’era molta violenza contro le preesistenze pagane, come si vede nelle basiliche realizzate sopra ipogei dedicati al dio Mitra come a divinità pagane, proprio per cancellarne e umiliarne l’immagine ritenuta sacrilega. Ma può essere anche una violenza religiosa di segno contrario o anche mista ad ideologie intolleranti.

E qui dobbiamo tornare al mistero delle due figure, che si incrocia con quello del crollo. Se nella figura barbuta si vede il Cristo con l’aureola, alla cui iconografia somiglia in modo impressionante, l’utilizzo dovette essere per assemblee religiose, e la distruzione dovuta a una persecuzione; se invece ci si vede un filosofo barbuto con il “nimbo”, raffigurazione consueta dei pensatori, allora il crollo può derivare dalla violenza di una scuola ideologica contrapposta.

Questa seconda interpretazione si è rafforzata di recente perché, sia pure in Asia minore e in Grecia, sono state trovate raffigurazioni di scuole filosofiche con immagini simili, barba e “ninbo” da pensatori perché espressione di saggezza; mentre l’assenza dei contrassegni della fede pone dubbi sull’essere la figura di Cristo.

Al viso del giovane imberbe, oltre che al personaggio barbuto, chiediamo invano una risposta: Cristo o filosofo l’uomo, allievo o iniziato alla fede il ragazzo, l’una o l’altra personalità si può celare dietro quegli occhi spalancati che con la loro luminescenza vitrea ci guardano dalla parete.

Di sicuro è che ci sia stata un’intolleranza violenta alla base della distruzione repentina, provvidenziale ai fini della conservazione integrale. Come è sicuro che il personaggio, cristiano o pagano, sia stato “divinamente ispirato”; e il giovane raffigurato un seguace, di scuola o di fede.

Entrambi sembrano fissarci in modo intenso, lo sguardo penetrante il primo, l’espressione sognante il secondo, assorti e concentrati sull’attività che si svolgeva in quell’Aula, quale che essa fosse. Che l’ultimo messaggio della sinfonia di marmi policromi e intarsi preziosi si traduca in un affascinante mistero umano e religioso è l’altro grande pregio dell’“Opus Sectile” di Porta Marina di Ostia.

3 Commenti su Opus Sectile di Porta Marina, splendori e misteri a Ostia antica

  1. anch’io ho conosciuto l’Opus per il tramite della nostra Adelaide Sicuro,sempre innamorata del suo lavoro , sempre competente e stimolante con la proposizione dei suoi agnostici dubbi.Anch’io sono rimasto abbagliato del suo splendore,stupito della perfezione,ammirato della competenza dei nostri sublimi restauratori.Anch’io ho notato indignato l’esiguità del numero dei visitatori.Andate,andate,andate a visitare il museo dell’Alto Medioevo,non avrete perso una mattinata,avrete guadagnato un giorno indimenticabile

  2. è l’emozione più forte che abbia mai provato nell’osservare l’antico.
    sono rimasta senza fiato davanti a tanta magnificenza, avrò per sempre
    un ricordo meraviglioso di quella giornata passata in quel museo,
    è stata una commistione perfetta tra amore e perfezione.
    un ringraziamento anche al personale del museo, cordiale e competente.

  3. Caro Romano, il tuo articolo sull’Opus sectile di Porta Marina mi riporta alla fortissima emozione che ho provato davanti al ritrovato splendore dell’opera nella cornice meravigliosa del Museo dell’Alto Medioevo all’EUR.
    Ho visitato Ostia Antica centinaia di volte fin da quando ero ragazzo e devo dire che il fascino degli scavi non hanno eguali in nessuna altra area archeologica che ho visto, e credimi ne ho viste tante. Per quanto riguarda l’Opus sectile non posso tacere che l’emozione e le sensazioni positive e inesprimibili che la visita suscita è però ogni volta offuscata dallo sdegno nel constatare che un Museo così bello, così ricco, così curato, così luminoso e potrei continuare con i complimenti, siano quasi sempre assolutamente vuoto! Pochissime persone lo visitano e non sanno quello che si perdono. Inoltre devo segnalare la squisita cortesia del personale, la competenza, la professionalità e la dedizione con la quale si approcciano con i visitatori. E’ un Museo meraviglioso che deve essere valorizzato e portato all’attenzione del grande pubblico. Grazie al tuo articolo hai dato un fortissimo contributo e te ne ringrazio molto.

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