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Oro nell’antica Roma: estrazione e raffinazione

Oro nell'antica Roma: estrazione e raffinazione

L’oro, nel mondo romano, aveva grande importanza: secondo Plinio il Vecchio(1) era al decimo posto della scala dei prodotti naturali più preziosi per l’uomo. Era prezioso anche per la sua simbologia: d’oro erano i mitici pomi delle Esperidi, gli alberi del favoloso regno di Atlante, il vello conquistato da Giasone (2), il cocchio del Sole, il ramo che dovette strappare Enea per entrare nel mondo dei morti e le laminette orfiche (3). Il leggendario re Mida chiese di trasformare in oro tutto ciò che avesse toccato e sappiamo dalle fonti letterarie di re del mondo antico molto ricchi, come Creso, sovrano di Lidia nel VI sec. a.C.: Ciro il Grande quando conquistò la Lidia trovò 24000 libbre d’oro, vasellame e altri oggetti sempre del prezioso metallo, come un trono, un platano e una vite.

Il possesso dell’oro fu un fondamentale simbolo di ricchezza per i re micenei, i sovrani ellenistici e per Roma, naturalmente. Plinio ci racconta che alcuni cercarono di produrre oro artificialmente con l’orpimento (solfuro di arsenico): l’imperatore Caligola tentò di fondere una grande quantità di orpimento, ottenendo oro di qualità eccezionale, ma talmente poco che decise di non ripetere l’esperimento(4); probabilmente si trattò di una truffa ai danni del sovrano.

Come ricorda Plinio(5), l’oro è il solo metallo che si raccoglie in pepite o pagliuzze; per questo motivo fu uno dei primi metalli ad essere conosciuto e utilizzato fin dall’età del Bronzo. L’oro nativo si ottiene dalle sabbie aurifere o da depositi alluvionali terziari o quaternari: qui venivano allestiti cantieri minerari a cielo aperto con opere idrauliche per il convogliamento delle acque necessarie al lavaggio; l’estrazione poteva anche avvenire da vene o venule in rocce quarzifere o di altra natura in giacimenti primari o rocce eruttive. In questo secondo caso era necessario il lavaggio e la polverizzazione del materiale che inglobava le particelle d’oro.

Plinio descrive i vari tipi di estrazione (6):

Estrazione da depositi alluvionali

In questo caso erano necessari ripetuti lavaggi con acqua corrente per isolare il metallo da eventuali impurità. Le particelle più leggere venivano trascinate via, mentre l’oro, più pesante, si depositava su spugne appositamente poste sul fondo delle vasche di drenaggio. Le modalità di sfruttamento dei depositi alluvionali si differenziavano a seconda della conformazione del terreno, come hanno dimostrato studi sulle miniere spagnole. In epoca romana il fiume maggiormente sfruttato nella penisola iberica fu il Tago; Ovidio ci dice che era molto utilizzata anche la miniera aurifera del Pattolo in Asia Minore (7).

Materiale estratto da filoni

Plinio (8) descrive in questo caso procedimenti più complessi di quelli adottati per i depositi alluvionali. Le miniere potevano essere sotterranee o all’aperto; il metallo estratto dai pozzi doveva essere separato dagli altri materiali mediante un processo faticoso che implicava la polverizzazione di quanto era stato estratto per mezzo di mortai. Poi si passava al lavaggio e al filtraggio della roccia triturata.

Frane delle montagne

Questo terzo metodo, che ci viene descritto da Plinio(9), era utilizzato soprattutto per i giacimenti alluvionali. Si scavavano le montagne creando gallerie collocate a grande distanza le une dalle altre. Il nome delle miniere era arrugae: questo metodo era molto pericoloso per la possibilità di crolli improvvisi; al fine di evitarli, si lasciavano archi ad intervalli frequenti. Spesso si incontravano blocchi di roccia difficili da frantumare e, se non si potevano distruggere con fuoco e aceto per il fatto che erano troppo estesi, si aggiravano. Quando si incontrava la gangadia, una specie di argilla mista a ghiaia molto dura e compatta, la aggredivano con cunei e magli; compiuto il lavoro, abbattevano i sostegni degli archi cominciando dall’ultimo. La montagna crollava con grande fragore, ma ancora non si era arrivati all’oro. Caratteristica di questo metodo estrattivo era la deviazione, molto dispendiosa, di corsi d’acqua che dovevano venire dalle zone più alte, in modo che l’acqua defluita cadesse a precipizio. Gole e burroni erano collegati per mezzo di canali e quando le rocce non potevano essere frantumate dovevano offrire spazio a travi incavate. I corsi d’acqua dovevano incontrare terreni rocciosi e ciottolosi, evitando il fango, perché il lavaggio sarebbe stato difettoso. A valle venivano scavate fosse, dette agogae, dove poteva scorrere il torrente, dove veniva stesa l’erica che, essendo scabra, tratteneva l’oro. I lati dei canali erano chiusi da tavole e, tra i dirupi, essi poggiano su sostegni. L’acqua in questo terzo metodo, non svolgeva solo una funzione di lavaggio, ma aveva anche l’importante compito di sgomberare il giacimento dai detriti.

Raffinazione

L’oro nativo contiene generalmente una percentuale di altri metalli, come l’argento e il rame. Se la percentuale d’argento era alta, il metallo era considerato elettro, a sé stante e con proprie caratteristiche.

I procedimenti di raffinazione dell’oro furono adoperati tardi ed erano analoghi a quelli dell’argento. Il più utilizzato fu la coppellazione, originaria dell’Asia Minore. Al materiale da raffinare veniva aggiunto del piombo: il tutto era sottoposto a fusione su di un fuoco a carbone in un crogiuolo d’argilla (coppella). Il piombo e le altre impurità erano eliminati mediante ossidazione, provocata da una corrente d’aria; sul fondo del crogiuolo rimaneva l’oro raffinato o, se era presente argento, un composto di oro e argento. La separazione dei due metalli poteva avvenire mediante due procedimento, a sale o a zolfo. Nel primo caso sale e materiali organici si aggiungevano alla lega oro-argento: con il calore, il sale si combinava con l’argento, trasformandosi in cloruro d’argento, che veniva assorbito dalle pareti del crogiuolo. Nel secondo caso, alla lega si aggiungevano un composto dello zolfo e carbone; con il calore l’argento si trasformava in solfato d’argento che, galleggiando in superficie, si potevano rimuovere facilmente.

I Romani introdussero anche due ulteriori procedimenti: la liquazione, usata come preliminare della coppellazione, dove i metalli in lega, sottoposti a fusione, venivano separati mediante un raffreddamento rallentato e l’amalgamazione, dove il mercurio entrava nella lega con gli elementi metallici dei minerali d’oro e tutte le sostanze vi galleggiavano sopra tranne l’oro.

Una volta raffinato, l’oro, il cui grado di purezza poteva essere saggiato attraverso l’uso della pietra di paragone, veniva fuso in lingotti di peso variabile.

Le zone di estrazione più note nell’età del Bronzo erano le isole egee, in particolare Sifno, produttiva fino al V sec. a.C., la Macedonia, la Tracia e il Monte Pangeo. I Fenici sfruttarono, nell’VIII sec. a.C., l’oro di Taso e i giacimenti della penisola Iberica. Altri giacimenti erano in Asia Minore (si ricordano la Troade, lo Tmolo e i fiumi auriferi di Pattolo e Termos), in Colchide nel Caucaso e in Siria (valle del fiume Melas). In Egitto c’erano molte miniere, in particolare sulla riva occidentale del Nilo, nell’alto Egitto, sulle coste del Mar Rosso e in Nubia, all’altezza della terza cateratta del Nilo. Diodoro Siculo(10) ci ha lasciato un resoconto della pesante condizione di lavoro a cui erano sottoposti i minatori egiziani e della tecnica mineraria utilizzata, analoga a quella descritta da Plinio un secolo dopo.

Nelle miniere romane la forza lavoro era costituita dai damnati ad metalla o da schiavi. Dal II sec. d.C. la manodopera venne sostituita da quella fornita da uomini liberi.

Regioni estremamente ricche d’oro erano la Scizia, l’Arabia, la Battriana, l’India, la Siberia e la Gallia: i Romani fantasticavano sui metodi di estrazione dell’oro importato(11). Tra la fine della Repubblica e gli inizi dell’Impero, tutte queste risorse aurifere furono esaurite: ciò comportò l’apertura di nuove miniere in Britannia, in Iberia e, dopo le conquiste di Traiano, in Dacia. La Spagna divenne la maggior fornitrice d’argento e d’oro e il Tago ebbe particolare fortuna presso poeti come Catullo e Marziale. Altri giacimenti vennero sfruttati nel Norico, sulle coste della Dalmazia e nella penisola balcanica. In Italia, secondo Plinio(12) risparmiata dallo sfruttamento minerario in virtù di un senatoconsulto, avevano una certa importanza le miniere di Victumulae presso Vercelli (13)che cessano la loro attività in età augustea e quelle nei dintorni di Aquileia.

In epoca imperiale Roma non ebbe mai problemi a procurarsi grandi quantità d’oro: 20000 libbre (6500 Kg) d’oro l’anno erano il prodotto annuale di Asturia, Galizia e Lusitania.Nonostante la perdita della Dacia nel III sec. d.C., continuò ad esserci un grande approvvigionamento e nel IV sec. d.C., la circolazione crebbe, soprattutto sottoforma di monete, probabilmente anche grazie alla confisca, sotto Costantino, dei tesori accumulati nei templi pagani e l’esazione in oro di tasse e tributi.

Neppure la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel V sec. d.C. provocò una scomparsa repentina del prezioso metallo: soltanto all’inizio dell’VIII sec. le scorte d’oro cominciarono ad assottigliarsi, determinando una limitazione nella produzione di oreficeria. Una delle cause fu il fatto che l’Impero d’Oriente richiedeva il pagamento in oro per i suoi prodotti; la valuta bizantina purissima era alla base della stabilità dell’Impero di Costantinopoli e solo nell’XI sec. il governo abbassò la percentuale d’oro presente nella lega. Nell’Impero, comunque, l’oro continuava ad affluire dal Caucaso, dall’Asia centrale e dall’Africa a prezzi molto vantaggiosa. In epoca tardo-antica alcune miniere erano di proprietà dello Stato, mentre altre venivano acquistate da privati che provvedevano a continuarne l’estrazione, ma le informazioni che abbiamo a riguardo sono piuttosto esigue (14).

Per saperne di più

AA. VV. L’oro dei Romani, L’Erma di Bretscheneider, Roma 1992.

Note

  • 1 Plin., NH, XXXVI, 204.
  • 2 Secondo Strabone (Geogr., XI, 2,9) la leggenda del vello d’oro trae le sue origini da un metodo di estrazione dell’oro usato per i giacimenti alluvionali: nel Caucaso le acque aurifere venivano fatte scorrere su un letto di velli e le particelle d’oro che cadevano sul fondo venivano trattenute dalla lana che così assumeva un aspetto dorato.
  • 3 Nelle religioni misteriche e nelle pratiche magiche i metalli avevano un valore simbolico molto importante. L’oro, il metallo più prezioso, rappresentava la purezza, la luce e quindi va visto in una prospettiva soteriologica; invece il piombo, ad esempio, poco prezioso, duttile e di colore scuro, veniva utilizzato per le defixiones, ossia le maledizioni, inserite in pozzi o tombe per bloccare l’azione di qualcuno attraverso un maleficio che prevedeva un formulario magico ben definito.
  • 4 Plin., NH, XXXIII, 79.
  • 5 Plin., NH, XXXIII, 62.
  • 6 Plin., NH, XXXIII, 66.
  • 7 Ovid., Metam., XI, 136-145.
  • 8 Plin., NH, XXXIII, 68-69.
  • 9 Plin., NH, XXXIII, 68-78.
  • 10 Diod., Bibl., III, 12-14.
  • 11 Plin., NH, VII, 10; XI, 11.
  • 12 Plin., NH, XXX, 78.
  • 13 Strab., Geogr., V, 1, 12.
  • 14 Sappiamo che le miniere delle province dei Balcani occidentali dipendevano da un comes metallorum per Illyricum, a cui facevano capo, per ogni provincia, dei procuratores metallorum.

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