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Oro nell’antica Roma: lavorazione

Oro nell'antica Roma: lavorazione

Nel mondo romano si utilizzavano i termini di faber aurarius per indicare colui che lavorava l’oro e chi commerciava prodotti di oreficeria e aurifex, un termine piuttosto generico. Altre figure hanno funzioni più specialistiche: il brattiarius era specializzato nella battitura dell’oro, il barbaricarius ricamava con l’oro (in epoca tardo antica con questa parola si indicava il decoratore di armi) e l’inaurator era il doratore.

C’erano poi artigiani specializzati nella realizzazione di determinati gioielli, come l’anularius (per gli anelli) e l’armillarius (per i braccialetti). A questi si affiancava spesso il caelator, ossia il cesellatore (1) o lo scalptor, che incideva le pietre incastonate nei gioielli. Plinio afferma che presso i Romani erano molto amati gli anelli con pietre lisce, poiché non sembravano sigilli (2). Il gemmarius era il commerciante che si occupava delle pietre necessarie al lavoro degli orafi, mentre il margaritarius si occupava delle perle.

Gli artigiani potevano essere liberti, liberi o schiavi: a Roma svolgevano la loro attività soprattutto sulla Via Sacra nel Foro Romano, dove erano concentrate anche le botteghe di coloro che si occupavano della lavorazione degli altri metalli (come gli argentarii). Le botteghe erano di diverso livello: da quelle più semplici di umili artigiani a quelle dei professionisti alle dipendenze dei ricchi privati, che amavano gioielli, oggetti e servizi di piatti e coppe d’oro (3); vi erano comunque dei collegia degli orefici, ovvero confraternite professionali che riunivano coloro che facevano questo mestiere. Gli imperatori si servivano di vasellame d’oro massiccio e avevano alle loro dipendenze servi e liberti con compiti specifici nel campo della lavorazione dell’oro o della sua manutenzione. Le epigrafi attestano che esistevano figure che si dovevano occupare dei servizi d’oro per bere e per mangiare e del vasellame d’oro con gemme. L’oro che utilizzavano gli orefici era spesso fornito dagli stessi clienti che annotavano il peso del materiale per poi riscontrarlo in quello dell’oggetto finito.

Le tecniche usate dagli orefici variarono nel corso del tempo: essi avevano a disposizione ceselli e punzoni che avevano terminazioni diverse, a seconda della decorazione che dovevano eseguire, martelli, pinze e bilancini di precisione. Gli elementi basilari dell’arte dell’orefice sono la lamina, il filo e il procedimento di fusione.

Dopo aver temprato il metallo(4) in modo che non perdesse elasticità, le lamine erano ottenute mediante martellatura su incudine. Lo spessore dei fogli ottenuti era ulteriormente ridotto tramite un procedimento di battitura: le lamine d’oro venivano poste tra strati di pelle di vitello; i fogli venivano poi tagliati in quattro e ciascuna parte inserita in un pacchetto di pelli. Si ripeteva quindi la martellatura fino ad ottenere lo spessore desiderato, a seconda dell’uso che si voleva fare della lamina: nel caso delle dorature, ad esempio, si poteva arrivare fino a 0.005 mm(5). Gli oggetti realizzati in lamina erano molto fragili, in particolare orecchini ed anelli che per la loro forma risultavano cavi. Per superare il problema, si lavoravano separatamente lamine diverse che poi venivano saldate insieme e si decoravano con tecniche quali lo sbalzo, lo stampo e la matrice.

Nel caso dello sbalzo(6) la decorazione delle lamine era ottenuta con l’uso di martello e punzoni.

La fronte del pezzo, su cui, mediante un cesello, era profilato il motivo decorativo, veniva poggiata su un materiale che potesse assorbire i colpi (duro, come piombo o legno, se i rilievi da effettuare non dovevano essere molto profondi; morbido se la decorazione era profonda e complessa) e la lavorazione vera e propria avveniva sul retro. Quando le decorazioni erano molto complesse bisognava rifinire il pezzo utilizzando ceselli piatti.

Nel procedimento a stampo i punzoni usati terminavano con un motivo decorativo che poteva essere riprodotto più volte: questa tecnica era utilizzata sia per la creazione di forme, sia per la realizzazione di dettagli decorativi di minore importanza: come nello sbalzo, si procedeva poggiando la lamina su un materiale che ne evitasse la rottura.

Un altro metodo comunemente usato per riprodurre forme e motivi decorativi era la matrice, che si utilizzava quando la lamina era abbastanza sottile: essa veniva inserita in una matrice, in genere di bronzo, e lavorata con martelli e punzoni di materiale morbido. Si poteva anche utilizzare un procedimento inverso, sagomando la lamina su una forma in rilievo di bronzo o legno.

Il filo d’oro, che poteva avere diversi spessori a seconda dell’uso, veniva ottenuto dagli orefici in modi diversi. Il più delle volte si torceva una lamina fino ad ottenere un filo più o meno regolare che veniva perfezionato facendolo rotolare tra lastre di pietra e bronzo: più la lamina era sottile, più sottile si otteneva il filo. Un altro modo possibile per ottenere un filo è quello della trafilatura, molto usato in età medievale: un filo lavorato grossolanamente veniva fatto passare attraverso fori di diametro decrescente praticati in una piastra di bronzo o ferro, fino ad ottenere lo spessore voluto. I fili potevano essere attorcigliati in modo diverso: a due a due, a doppia coppia o potevano venire torti per formare in filo più grosso. Con i fili si realizzavano motivi ornamentali diversi, ottenuti facendo rotolare il filo sottoponendolo alla pressione di piastre scanalate adatte a produrre determinate decorazioni. Le catene più semplici erano realizzate inserendo una serie di anelli l’uno dentro l’altro fino a raggiungere la lunghezza desiderata. Quelle più diffuse erano della tipologia “loop and loop”, ottenute con anelli già di forma ellittica già preparati agganciati l’uno con altro e schiacciate mediante leggeri colpi di martello. C’erano poi catene doppie o triple.

Alcuni gioielli venivano realizzati mediante fusione, utilizzando matrici in pietra morbida, in cui il metallo veniva fuso direttamente, senza usare il procedimento a cera persa (7).

Esistevano diverse tecniche per decorare i gioielli; le più comuni sono la filigrana, la granulazione, lo smalto, il niello e l’opus interassile.

La filigrana si ottiene saldando sul fondo fili d’oro disposti a creare vari motivi ornamentali. Questa tecnica è antichissima e ha avuto particolare diffusione presso gli Etruschi. Nel caso di motivi ripetitivi, si faceva uso di strumenti per regolarizzarne l’esecuzione, come blocchi di legno con spilli intorno ai quali venivano avvolti i fili e talvolta si metteva dello smalto negli spazi delimitati dai fili.

La granulazione fu un sistema molto più usato dagli Etruschi che dai Romani: questo sistema consisteva nel saldare tante minuscole sfere sul fondo di una lamina per sottolineare i contorni di una figura o per formare vari tipi di motivi decorativi.

La decorazione a smalto, abbastanza diffusa in epoca romana, soprattutto in età tardo antica, consiste nel delimitare la superficie da decorare con striscette o fili metallici e mettervi sopra frammenti o polvere di vetro; l’oggetto veniva poi riscaldato fino a fondere il vetro che penetrava sulla superficie del metallo resa porosa dalla temperatura alta: bisognava lasciar raffreddare il tutto lentamente.

Il niello era un procedimento usato soprattutto nella decorazione delle argenterie di epoca tardo-antica: consisteva nel porre un sulfuro metallico in polvere negli incassi che dovevano accogliere la decorazione; l’oggetto, sottoposto poi a calore, assumeva una consistenza plastica e il raffreddamento successivo provocava l’indurimento della sostanza pastosa.

Con l’opus interassile, tecnica utilizzata a partire dal II sec. d.C. e molto apprezzata in epoca bizantina, si rimuoveva il metallo di una lamina con i ceselli, seguendo un determinato disegno, per ottenere gioielli decorati a traforo.

Nella maggior parte dei casi gli oggetti di oreficeria erano formati da più parti lavorate separatamente e poi saldate. La saldatura consisteva nel porre tra i due elementi da legare una piccola massa con punto di fusione inferiore a quello del metallo delle due parti da saldare. Generalmente il saldante era costituito da una lega di oro, argento e rame, che dava luogo alla “saldatura forte, molto resistente” (8). La saldatura leggera, assai meno resistente, prevedeva una lega con piombo e stagno, ma non era praticata dagli orefici antichi.

Per saperne di più

AA. VV. L’oro dei Romani, L’Erma di Bretscheneider, Roma 1992.

Note

  • 1 Bisogna tener presente che con questo termine vengono designati in maniera piuttosto generica i lavori in oro, argento, bronzo e ferro (Quint., Inst. Orat., II, 21, 8).
  • 2 Plin., NH, XXXIII, 22. I sigilli avevano la funzione molto importante di chiudere e garantire i documenti, erano simbolo ed espressione di autorità e costituivano un elemento giuridicamente imprescindibile nei rapporti contrattuali tra privati. Fin dal V sec. a.C. personaggi eminenti si servivano di sigilli d’oro e questa usanza divenne quasi consuetudine in epoca imperiale.
  • 3 Mart., Epigr., XIV, 97, 109.
  • 4La tempra è un procedimento usato per i metalli e per il vetro e consiste, in generale, in un brusco raffreddamento del materiale dopo averlo portato ad alta temperatura.
  • 5 Plinio ci descrive il procedimento in NH, XXXIII, 61.
  • 6 Questo metodo in realtà non era molto utilizzato, in quanto complesso e dispendioso. Si preferivano metodi di produzione meccanica come lo stampo e la matrice.
  • 7 Il procedimento a cera persa era utilizzato già in epoca molto antica nella statuaria. Il suo uso può avvenire in due modi: il primo consiste nel creare un modello di cera e utilizzarlo per farne uno stampo di argilla. Praticando due fori sullo stampo, uno in alto e uno in basso si fa uscire la cera scaldandola e si versa del bronzo fuso al suo posto. Se ne ricava un modello identico a quello di cera; nel secondo modo il modello di cera è realizzato su di un altro in creta in modo che la statua finale sia vuota all’interno (o meglio, contenga solamente argilla per limitarne il peso e la quantità di metallo usata).
  • 8 Plin., NH, XXXIII, 93. In questo passo l’autore distingue due diverse composizioni di materiale saldante, a seconda che l’oro utilizzato sia argentato o ramato.

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