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Orologi pubblici nella Roma antica

 1-Comizio, et+á repubblicana (FREYBERGER 2009)
Pianta del Comizio in etá repubblicana (FREYBERGER 2009)

Gli orologi pubblici di Roma antica

Forse non è molto noto che nei più importanti contesti pubblici della Roma antica c’erano degli orologi pubblici che servivano a scandire i tempi, i giorni e le ore della vita civica dell’ Urbe.

Le fonti ci dicono che, secondo la tradizione, il più antico fu un orologio solare costruito o sul Campidoglio o – più probabilmente – sul colle Quirinale:

Cens., De die nat., 23:

“[…] Dire quale di questi fosse il piú antico non è facile: infatti alcuni ritengono che il primo fosse stato costruito presso il tempio di Quirino, altri sul Campidoglio, nessuno presso il tempio di Diana sull‘Aventino. Ció che conta constatare è che quello Foro non sia stato il primo […]”.

Plin., N.H., VII.60:

“[…] Il primo orologio romano fu eretto da L. Papririo Cursore davanti al tempio di Quirino undici anni prima della guerra contro Pyrro (292 a.C.), adempiendo così ad un voto fatto dal padre, come riportato da Fabio Vestale; ma dell’orologio si ignorano il funzionamento, da dove fosse stato traslato, nonché l‘artefice. […]”

Orologio al tempio di Quirino

Plinio si schiera fra i fautori di questa seconda ipotesi: nel 292 a.C. il console L. Papirio Cursore ne ordinò l’erezione dinanzi al tempio di Quirino per adempiere una disposizione del padre (L. Papirio Cursore, console negli anni 326 a.C., 320 a.C., 314 a.C. e 313 a.C.). Sia il padre che il figlio erano stati entrambi fra i personaggi protagonisti della II e della III Guerra Sannitica: l’uno si era guadagnato ben tre trionfi durante la II Guerra Sannitica (325 a.C., 319 a.C., 309 a.C.), l’altro annientò gli avversari nel 293 a.C. ad Aquilonia.

La scelta del luogo in cui erigere l’orologio non fu casuale, perché nella triade Giove-Marte-Quirino, questo dio rappresentava il corpo civico romano nella sua totalità. Infatti nell’etimologia del nome,*co-virites, si riflette il concetto delle tribù del popolo romano chiamate a riunirsi nei Comitii Curiati per decidere le sorti della città. La pregnante valenza simbolica del luogo, maggiormente esaltata all’indomani di queste aspre guerre, diventava ancora più forte perché proprio sul colle Quirinale avrebbero abitato un tempo i Sabini, il primo popolo unitosi ai romani e divetatone parte integrante. Doveva trattarsi del primo orologio solare monumentale, perché altri semplici sistemi più approssimativi di contare il tempo erano già in uso da secoli.

Sappiamo, infatti, che originariamente le Dodici Tavole (451-450 a.C.) scandivano le attività giornaliere del Foro Romano solo per il loro inizio (l’alba) e per la loro fine (il tramonto); in un secondo momento fu aggiunta la divisione antimeridiana e postmeridiana. Fino al 263 a.C, sul finire della I Guerra Punica, la funzione di orologio fu assolta dalle stesse strutture del Foro Romano, in particolare dall’area del Comitium: nei giorni in cui il cielo era sereno, un servitore del console saliva sui gradini della Curia e osservava il transito del sole. Ad alta voce ne annunciava il passaggio fra i Rostra e la Graecostasis (mezzogiorno) e fra la Colonna Maenia e il Carcer (tramonto):

Tav. I, 7-8-9:

“7. Qualora non si accordino [le parti], espongano la causa nel comizio o nel foro prima di mezzogiorno. Si discuta la questione in presenza di entrambe le parti 8. Dopo mezzogiorno si aggiudichi la lite a favore della parte presente. 9. Se ambo le parti sono presenti, il tramonto del sole sia il termine ultimo [per la discussione] “.

Plin., N.H., VII.60:

“[…] Nelle Dodici Tavole venivano nominati solo il sorgere e il tramontare del sole, dopo alcuni anni fu aggiunto anche il mezzogiorno. Fino alla fine della prima Guerra Punica, nei giorni in cui il cielo era sereno, un addetto dei consoli annunciava dalla Curia l’affacciarsi del sole fra i Rostra e la Graecostasis. Quando il sole si trovava fra la Colonna Maenia ed il Carcere, gridava l’ultima ora. […].”.

Gli scavi archeologici del 1899 hanno confermato la veridicità delle notizie pliniane, attestando il rifacimento del Comitium nella prima metà del III sec. a.C.. L’edificio venne ingrandito, ne fu modificata la pianta da quadrangolare a rotonda su modello degli Ekklesisteria greci e la Curia fu traslata in direzione nord-ovest. Tutto ciò impedì l’osservazione del sole dallo stesso punto.

Orologio solare da Catania

Nello stesso anno il console M. Valerio Messalla pensò di rimediare al problema trasportando a Roma l’orologio solare di Catania, in quanto parte del suo bottino di guerra. L’orologio, però, era pensato per la latitudine della città siciliana, perciò finì col segnare a Roma l’orario sbagliato. Nonostante ciò, rimase in uso fino al 165 a.C., quando il censore Q. Marcio Filippo ordinò di costruirne un altro lì accanto:

Plin., N.H., VII.60:

“[…] M. Varrone tramanda che la prima meridiana sia stata portata a Roma da M. Valerio Messalla durante la prima Guerra Punica, dopo la presa di Catania (263 a.C.), quindi trent’anni dopo l’orologio papiriano. Sebbene le sue linee non corrispondessero all’ora del luogo, esso rimase tuttavia in uso per novantanove anni, quando Q. Marcio Filippo – censore con L. Paolo – ne fece erigere un altro accanto proprio lì accanto (165 a.C.). […]”.

Cens., De die nat., 23:

“[…] la meridiana trasportata da M. Valerio dalla Sicilia fu collocata presso Rostra alla Colonna; poché era stato predisposto per la Sicilia e l’orario da esso indicato non corrispondeva a quello locale, il censore L. Filippo ne fece costruire un altro accanto. […]”

Orologio ad acqua nella Basilica Fulvia Emilia

Un altro metodo di misurare il tempo della vita pubblica fu applicato nel 159 a.C., quando per volere del censore P. Cornelio Scipione Nasica fu costruito nella Basilica Fulvia Emilia (179 a.C.) – a sud-est del Comizio – un grande orologio ad acqua:

Varr., De ling. lat., VI.2.4:

“4. […] Si dice solarium l’orologio con cui si contano le ore solari, o orologio ad acqua, quello voluto da Cornelio all’interno della Basilica Fulvia Emilia. […] .

Cens., De die nat., 23:

“[…] Dopo che il censore P. Cornelio Nasica ebbe fatto costruire l’orologio ad acqua, per l’abitudine di contare le ore in base all’andamento del sole, lo si inizio a chiamare solarium […]”.

Plin., N.H., VII.60:

“[…] Scipione Nasica – collega di Lenas – con l’orologio ad acqua divise equamente per la prima volta le ore del giorno e della notte; quest’orologio al chiuso fu da lui dedicato nell‘anno 595 dalla fondazione dell‘Urbe (159 a.C.). […]”.

Ricostruzione dell'orologio ad acqua della Basilica Emilia
Ricostruzione dell’orologio ad acqua della Basilica Emilia

Si trattava di un orologio ad acqua, ovvero una clepsydra, la cui esatta collocazione è stata ricavata a rigor di logica. Sul lato sud-occidentale della Basilica correva una fila continua di botteghe, raggiunte da un complesso sistema di canalizzazione posto a circa 30 cm dal loro muro di fondo e direttamente collegato alla Cloaca Maxima. Accanto a quello che era l’ingresso orientale della Basilica è stata identificata un’area quadrangolare che, a differenza delle altre botteghe, era chiusa su tutti e quattro i lati.

Il pavimento e le pareti impermeabilizzati in cocciopesto non lasciano spazio a dubbi: questo era il luogo dove si ergeva l’orologio ad acqua. Il meccanismo rimaneva attivo anche durante la notte e segnava dettagliatamente le ore.

Orologio solare di Augusto nel Campo Marzio

A distanza di tempo, ritroviamo l’orologio utilizzato come monumento di celebrazione dinastica e personale: nel 13 a.C., tornato vincitore dal suo viaggio nelle Gallie, Augusto ordinò la costruzione di un orologio solare nel Campo Marzio, lungo l’antica Via Lata (oggi via Del Corso):

Plin. N.H., XXXVI.72-73:

“[…] All’obelisco nel Campo Marzio il divino Augusto attribuì la mirabile funzione di catturare le ombre del sole, in modo da segnare la durata dei giorni e delle notti, così che durante la sesta ora del solstizio d’inverno l‘ombra dell’obelisco si estendesse per tutta la lunghezza dello strato di pietra ai suoi piedi. A poco a poco questa descresceva giorno dopo giorno per poi crescere nuovamente, seguendo le linee di bronzo inserite nel lastricato. Tale meritevole opera si deve all’ingegno del matematico Facondo Novo. Questi fece collocare sulla sommità del pinnacolo una sfera dorata, la cui estremità proiettava un’ombra raccolta in sé, altrimenti la punta dell’obelisco avrebbe determinato un’ombra irregolare – a dargli l’idea, dicono, fu la testa umana. Sono già trent’anni che questa registrazione del tempo non corrisponde più a quella reale, forse perchè per qualche ragione astronomica è mutato il corso del sole, oppure perché tutta la terra si è spostata in rapporto al suo centro (come ho sentito dire che è accaduto anche in altri luoghi) oppure semplicemente perchè lo gnomone si è smosso a seguito di scosse telluriche o perché le alluvioni del Tevere hanno provocato un abbassamento dell’obelisco […].”

Quindi non siamo di fronte ad un semplice orologio, bensì ad una enorme meridiana che teneva il conto del passare delle ore, die giorni e delle stagioni. Il complesso fu eretto nei pressi dell’Ara Pacis, usando l’obelisco di Psammetico II (594-588 a.C.) che già ad Heliopolis funzionava come gnomon di un altro orologio solare. L’obelisco aveva un’altezza di m 29,5 – incluse base, piedi e sfera sulla sommità – e si trovava 200 m più a nord rispetto alla sua collocazione attuale (piazza Montecitorio).

Orologio solare di Augusto, schema
Orologio solare di Augusto, schema

Autore del progetto fu il matematico Facondo Novo: su un grande lastricato in travertino ai piedi dell’obelisco si innestava un reticolato bronzeo per la suddivisione del tempo e l’ombra della palla sulla sommità dell’obelisto fungeva da indicatore. Negli anni 1979-1982 E. Buchner e F. Rakob hanno condotto degli scavi archeologici sotto la casa in via del Campo Marzio 48, per verificare se i loro calcoli erano esatti: secondo E. Buchner il reticolato bronzeo era formato da una serie di iperboli, ad eccezione della linea degli equinozi, che doveva arrivare a toccare l’Ara Pacis in modo tale che il 23 settembre – compleanno di Augusto e solstizio d’autunno – l’ombra dell’obelisco fosse proiettata sull’Ara, originariamente collocata lungo la Via Lata.

Gli scavi hanno confermato l’esattezza di questa ipotesi, ma hanno sollevato nuove problematiche: quanto venuto alla luce del lastricato e del reticolato risulta appartenere ad una stratigrafia posteriore. Il livello augusteo si trova m 1,60 piú in basso e insieme ad esso è stata rinvenuta un’epigrafe del 75 d.C.. Ancora più sorprendente è stata la constatazione di essere davanti ad un calendario greco: caratteri greci in bronzo erano inseriti nel lastricato per indicare la fine o l’inizio delle stagioni e i segni zodiacali, usati per segnare il passaggio da un mese all‘altro. Sono venute alla luce anche alcune linee per la scansione giorni (16 per il tratto Toro/Leone e 11 per il tratto Ariete/Vergine).

Durante l’arco diurno l’ombra dell’obelisco percorreva l’intero reticolato, segnando le dodici ore. Alla VI ora del 23 dicembre (solstizio d’inverno) l’ombra si estendeva lungo l‘intero tratto di pavimento ai piedi dell’obelisco, per poi descrescere giorno dopo giorno e ricrescere di nuovo.

A Margherita Guarducci fu affidato lo studio paleografico dei caratteri che non si rivelò risolutivo: le lettere potevano essere attribuite ad un arco temporale oscillante fra l’ellenismo e il II sec. d.C.. Pertanto non si può prescindere da un‘interpretazione alla luce della fonte pliniana: quando l’autore scrisse (78-79 d.C.) l’orologio non funzionava più da trent’anni. Egli non accenna ad alcun restauro, perciò il rinnovo delle strutture deve essere avvenuto dopo la sua morte (79 d.C.).

Ricostruzione a volo d'uccello dell'orologio solare di Augusto
Ricostruzione a volo d’uccello dell’orologio solare di Augusto

Durante gli scavi è stata ritrovata una consistente quantità di ceramica del tipo Magda la Torre, molto diffusa agli inizi del II sec. d.C.. Quindi il rinnovo dell’orologio deve essere avvenuto fra l’età domizianea e l’età adrianea. Nel III sec. d.C. tutto l’apparato era ormai totalmente fuori uso: l’obelisco si trovava m 2-3 al di sotto del piano di calpestio e la sfera sulla sommità, diventata inutile, fu poi riutilizzata per la statua colossale di Costantino. Nell’VIII sec. l’Anonimo Einsidlensis lo menziona ancora e nel 1748 fu diviso in cinque pezzi e portato altrove nelle vicinanze. Dal 1792 è possibile ammirarlo a piazza Montecitorio e sulla sua base si legge ancora l’iscrizione con cui Augusto lo donò al sole:

„Imp. Caesar divi fil. / Augustus / pontifex maximus / imp. XII cos XI trib pot XIV / Aegypto in potestatem / populi romani redacta / soli donum dedit“

„L’imperatore Cesare, figlio del divino, Augusto, pontefice massimo, proclamato imperatore per la dodicesima volta, console per undici volte, che ha rivestito la potestà tribunizia per quattordici volte, avendo condotto l’Egitto in potere del popolo romano, diede in dono al sole“

Bibliografia

  • E. BUCHNER, Solarium Augusti und Ara Pacis, in Roemische Mitteilungen LXXXIII – 1976, pp. 319-365.
  • E. BUCHNER, L’orologio solare di Augusto, in Rendiconti della Pontificia Accademia 1982, pp. 331-345.
  • E. BUCHNER, s.v. Horologium Augusti, in LTUR, vol., pp. 35-37, 1993.
  • F. COARELLI, Roma, 1985.
  • F. COARELLI, Il Foro Romano, II, 1985.
  • K. S. FREYBERGER, Das Forum Romanum, 2009.
  • M. SCHUETZ, Zur Sonnenuhr des Augustus auf dem Marsfeld. Eine Auseinandersetzung mit E. Buchner Rekonstruktion und seiner Deutung der Ausgrabungsergebnisse, aus der Sicht eines Physikers, in Gymnasium 97 – 1990, pp. 432-457.
  • E. M. STEINBY, s.v. Basilica Aemilia, in LTUR, I, pp. 167-168, 1993.
  • M. TORELLI, Typology and Structure of Roman historical reliefs, pp. 101-102, Michigan 1982.

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