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Ovidio: vita

Ovidio

Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel 43 a.C. e muore a Tomi nel 17 d.C.; la sua vita si svolge secondo una parabola che, dal brillante successo dovuto alle sue intriganti opere amorose, si conclude con la solitudine dell’esilio.

La vita di Ovidio

Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel 43 a.C. e in giovane età si trasferisce a Roma con il fratello Lucio per studiare retorica; Lucio, però, destinato a diventare un avvocato di successo, muore poco più che ventenne, mentre Publio si accorge di non essere tagliato per la carriera forense, ma di avere una spiccata inclinazione per la poesia.

Per completare i suoi studi si reca, dunque, in Grecia, in Asia Minore, in Egitto e, per un lungo periodo, in Sicilia. Tornato a Roma, frequenta assiduamente il circolo di Messalla, partecipando, contemporaneamente, anche agli incontri organizzati da Mecenate; in questo modo, ha l’opportunità di inserirsi nell’ambiente culturale del tempo e di frequentare poeti di spicco, quali Tibullo, Properzio e Orazio, e di conoscere, seppur solo di vista, Virgilio, per il quale nutre grande stima.

In questo periodo, le sue opere si diffondono a Roma sia tra gli intellettuali che tra gli esponenti della mondanità, riscuotendo un successo assoluto; gli argomenti maliziosi e disinibiti di cui tratta negli Amores, nell’Ars Amatoria, nei Remedia amoris e nei Medicamina faciei lo portano, proprio nel bel mezzo della campagna moralizzatrice di Augusto, ad attirarsi il biasimo dell’imperatore; quest’ultimo, per vendicarsi della sua spregiudicatezza, accusa sua figlia Giulia – che dava scandalo, passando continuamente da un amante ad un altro – relegandola in esilio.

Se la gloria poetica di Ovidio è sicuramente alle stelle, lo stesso non si può dire della sua vita sentimentale: all’età di vent’anni, infatti, divorzia dalla prima moglie, con cui non aveva mai avuto un buon rapporto, e si sposa nuovamente. Anche il secondo matrimonio, però, fallisce. A questo, segue un terzo matrimonio, contratto intorno ai quarant’anni, con la donna che gli resterà accanto fino al momento dell’esilio.

A questo secondo periodo della vita di Ovidio appartiene la stesura delle Metamorfosi e dei Fasti, due poemi di argomento epico-civile, ai quali l’autore intende affidare la propria fama presso i posteri. Ma ecco che, inaspettatamente, si abbatte un secondo dramma sulla sua famiglia: anche Giulia minor, proprio come la madre Giulia, viene accusata di immoralità, a causa di una relazione adultera, di cui Ovidio è a conoscenza. Augusto, allora, nell’8 d.C., condanna entrambi: Giulia alla pena dell’esilio nelle Isole Tremiti, Ovidio alla relegatio (una pena meno grave dell’esilio, in quanto non prevedeva la confisca dei beni) presso Tomi, un inabitabile villaggio sul Mar Nero.

Le prove relative alla complicità di Ovidio nella tresca non erano certo schiaccianti: più probabilmente Augusto aveva colto l’occasione per vendicarsi di quell’Ars amatoria che, non a torto, giudicava composta in aperta polemica con la sua riforma dei mores.

Così Ovidio, afflitto per la nostalgia dei famigliari e degli amici, trova nello scrivere l’unica consolazione al dolore: i Tristia e le Epistulae ex Ponto sono l’espressione più viva della sua amarezza, nonché lo strumento con cui si rivolge a quanti, rimasti a Roma, avrebbero potuto intercedere con Augusto e ottenere da lui il perdono.

Il perdono, però, non giunge e Ovidio, dopo nove anni di esilio, muore in solitudine nell’odiata Tomi, con la volontà di essere ricordato, nel suo epitaffio, non come autore delle Metamorfosi o dei Fasti, ma come tenerorum lusor amorum1, lo scherzoso autore di quegli stessi amori che erano stati causa del suo destino.

Note

1 Ovidio, Tristia, III, 3, 73.

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