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Paestum: Tomba del Tuffatore

Paestum: Tomba del Tuffatore

La Tomba del Tuffatore

La Tomba del Tuffatore fu portata alla luce da Mario Napoli nell’estate del 1968 nella località di Tempa del Prete, a circa due chilometri a sud di Paestum.

Fu il suo stesso scopritore a riconoscere il carattere fortuito del rinvenimento, e a comunicarne l’eccezionalità durante un convegno sulla Magna Grecia che accese le speranze del mondo scientifico verso una maggiore comprensione della pittura greca.

Tuttavia essa rimane a tutt’oggi l’unico esempio di pittura greca di età classica e della Magna Grecia ma, al di là del suo inestimabile valore di testimonianza storica, non ha consentito di conseguire progressi rilevanti nella conoscenza di questa forma artistica pressoché perduta nel mondo greco.

Paestum: Tomba del Tuffatore

La Tomba del Tuffatore è una sepoltura a cassa costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale, le cui congiunzioni erano accuratamente stuccate a voler preservare l’interno da possibili infiltrazioni di acqua o terra.

All’interno, a decretare l’eccezionalità della scoperta, tutte le pareti della tomba e persino la lastra di copertura sono interamente intonacate e affrescate. Per la realizzazione delle pitture l’artista ha utilizzato la tecnica a tempera con il procedimento della sinopia, su di un intonaco di calce e sabbia, applicato in due strati dei quali il più sottile, in superficie, ben levigato e liscio, contiene anche una polvere di marmo che gli conferisce brillantezza e consistenza.

Il corredo funebre era costituito da una lekythos attica a figure nere, da una lyra e da due aryballoi in alabastro che accompagnavano i pochi resti ossei superstiti.

Per quanto concerne la datazione del monumento, l’analisi stilistica e delle suppellettili ha permesso di attribuirne l’esecuzione tra il 480 e il 470 a.C. Si tratta del periodo in cui Paestum attraversa il suo maggior splendore, come dimostra la costruzione del tempio di Atena alla fine del VI secolo a.C. e quello di Nettuno alla metà del V.

Le pitture

Le lastre della tomba presentano dunque i lati interni decorati; si tratta della riproduzione di scene di simposio e di banchetto, nelle quali si susseguono i personaggi impegnati in diverse attività o ripresi mentre camminano.

Paestum: Tomba del Tuffatore
Lastra laterale con scena di banchetto

In particolare compaiono dieci figure maschili inghirlandate e stese sui letti triclinari; tra le quali due sono raffigurate mentre intessono un approccio amoroso sotto gli occhi di un terzo personaggio, tre sono impegnati nel gioco del cottabo, mentre un altro convitato canta reclinando la testa e toccandosi la fronte accompagnato dal flauto del compagno a lui vicino. Tutti i convitati recano nelle mani attribuiti simposiali quali le kylikes o strumenti musicali come il diaulos o la lyra.

Paestum: Tomba del Tuffatore
Lastra laterale con scena di banchetto

Sui lati corti inoltre trovano spazio una figura che con la sua oinochoe si allontana dal grosso cratere poggiato su un tavolo dal quale ha attinto il vino e una piccola processione guidata da una giovane auleta seguita da un efebo vestito solo di un drappo azzurro e da un uomo barbuto con chitone sostenuto da un bastone.

Paestum: Tomba del Tuffatore
Raffigurazione sul lato corto con convitato e cratere

Paestum: Tomba del Tuffatore
Raffigurazione sul lato corto con piccola processione

Si tratta senza dubbio di una tipica scena simposiale in cui vengono evocati il canto, la musica, il gioco, il vino e l’intrattenimento amoroso.

La scena più celebre dell’impianto decorativo, dalla quale il monumento prende il nome, è quella che presenta sulla lastra di copertura la riproduzione di un ambiente marino delimitato da due arbusti, al centro del quale un tuffatore nudo compare sospeso dopo essersi lanciato da un alto trampolino verso lo specchio d’acqua sottostante.

Paestum: Tomba del Tuffatore
Raffigurazione della lastra di copertura con tuffatore

Interpretazione delle scene figurate

Per cercare di comprendere se le scene che decorano la Tomba dei Tuffatori costituiscano un programma figurativo coerente, occorre indagare sulle corrispondenze che legano le immagini tra loro, e in particolar modo stabilire un rapporto tra l’esperienza del simposio e quella del tuffo. Ovvero occorre verificare se l’abbandono alla musica e al vino del momento simposiale possa coincidere con il raggiungimento, tramite l’immersione, di un diverso livello emotivo.

L’elemento chiave potrebbe forse riconoscersi nella rappresentazione del gioco del cottabo, in cui il convitato che si appresta a lanciare le gocce del vino dalla kylix descrive con il suo gesto una parabola che sembra descrivere quella di un tuffo.

Il tuffatore, lanciato allusivamente come le stille di vino, evoca l’immersione controllata nel simposio, da cui però occorre risorgere per non perdere la propria identità; così come nel suo viaggio ultraterreno il defunto discende in quella forma di aldilà che per i Greci è il mare, per poi poter risorgere.

Le scene simposiache sono così interpretate come un convivio funebre, mentre il trampolino allude forse alle colonne d’Ercole, utilizzate come simbolo del limite delle conoscenze umane. Il tuffo potrebbe dunque alludere al transito verso un diverso mondo di conoscenza.

Poiché l’interpretazione iconografica ha la sua premessa indispensabile nell’esplorazione della mentalità antica, potrebbe rivelarsi interessante una rapida indagine tra i significati che nei testi antichi vengono attribuiti al mare. Così si scopre che il salto nel mare era inteso come una forma di esecuzione capitale, o ancora come fuga dalla situazione presente insostenibile, con il mare ad offrire l’alternativa, sia che si tratti della morte che di un rito di passaggio dal quale si esce rigenerati. Nel migliore dei casi si riemerge come divinità o eroe, come accade ad Ino, a suo figlio Palamone e a Teseo.

Occorre evidenziare come il repertorio iconografico descritto sia piuttosto singolare in ambiente magnogreco, laddove, a differenza dell’ambito etrusco, le decorazioni tombali si limitavano ad uno stile calligrafico. L’influsso etrusco si avverte anche nell’associazione tra simposio e dimensione ultraterrena, a denotare l’importanza degli scambi artistici tra le due civiltà.

Il gioco del cottabo

Paestum: Tomba del Tuffatore
Il gioco del cottabo

Si tratta di un gioco molto diffuso tra i Greci e gli Etruschi, la cui conoscenza è giunta fino a noi grazie alle raffigurazioni vascolari e ai rinvenimenti di alcuni strumenti utili per giocarci.

Poiché si trattava del passatempo favorito dei giovani ateniesi, che vi giocavano in particolare durante i conviti, esso appare riprodotto di frequente nelle scene di banchetto dipinte sui vasi a figure rosse.

Le fonti ci informano dell’esistenza di due tipi di cottabo: uno consisteva nel lanciare alcune gocce di vino rimaste nel fondo della tazza contro dei vasi di piccole dimensioni messi a galleggiare in un recipiente pieno d’acqua, il vincitore che riusciva a colpirne di più riceveva come premio uova, farina, dolci o presagi; l’altro era composto da tre parti, un’asta verticale fissata sopra una base pesante con un dischetto posto in equilibrio sull’estremità superiore e un secondo anello di maggiori dimensioni infilato a mezz’asta, il giocatore doveva riuscire a far cadere il dischetto nell’anello centrale colpendolo con il vino.

Bibliografia

  • Bianchi Bandinelli R., Torelli  M. – 2010 – L’arte dell’antichità classica, UTET, Torino.
  • D’Agostino B., Cerchiai L. – 1999 – Il mare, la morte, l’amore, Donzelli Editore, Milano.
  • Holloway R. R. – 2006 – The Tomb of the Diver, in American Journal of Archaeology, Vol. 110, n. 3.
  • Napoli M. – 1970 – La tomba del Tuffatore. Bari.
  • Napoli M. – 1978 – Civiltà della Magna Grecia. Eurodes, Roma, 1978.

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