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Paleografia: introduzione

Paleografia: il fascino delle antiche scritture

In quale periodo della storia dell’umanità è nata la scrittura? Numerose e svariate ipotesi si sono avvicendate per cercare di dare risposta all’interrogativo riguardante la comparsa del fenomeno scrittorio che, con il superamento della tradizione esclusivamente orale, ha segnato una svolta irreversibile nello sviluppo delle civiltà.

La possibilità di fissare su un supporto i contenuti del proprio pensiero apre, come si può facilmente intuire, orizzonti del tutto nuovi e contribuisce a plasmare secondo inedite prospettive la cultura, le modalità di trasmissione della conoscenza, gli stessi canoni di pensiero e di approccio alla realtà. L’attività scrittoria è un atto profondamente e squisitamente “umano”, che ci parla dell’uomo e, nel contempo, lo modella e lo cambia.

La paleografia è la scienza che si occupa dello studio della scrittura manoscritta, sino all’avvento della stampa a caratteri mobili, offrendo criteri idonei per l’identificazione della tipologia dei segni grafici e per l’attribuzione di un testo scritto ad un genere e ad un’epoca di riferimento ben precisi. E’ chiaro, quindi, che il compito dello studioso non si limiterà alla decifrazione e all’interpretazione corretta del testo, ma riguarderà, in senso più ampio, la collocazione del fenomeno scrittorio esaminato nel contesto storico e sociale che lo ha prodotto.

L’attenzione più cospicua dei paleografi si è concentrata sull’analisi e lo studio delle forme scrittorie elaborate nell’antichità greca e romana; l’ambito di interesse, tuttavia, è vastissimo e comprende ogni possibile varietà di produzione scritta: il sito Mnamon – Antiche scritture del Mediterraneo, della Scuola Normale di Pisa (http://lila.sns.it/mnamon/index.php?page=Home), ad esempio, offre una pregevolissima guida alle risorse elettroniche presenti in rete, riguardanti le varie tipologie di scritture apparse nell’area del Mediteranneo sino al VI secolo: dal cipro-minoico al luvio-geroglifico, dall’etrusco all’ittita-cuneiforme! (1)

Lo status scientifico della paleografia venne definito nel Seicento, a partire dai fondamentali studi di Jean Mabillon (1632-1707). Questi era un monaco appartenente all’Ordine benedettino, più precisamente al ramo detto ”maurino” (2), ed ebbe la possibilità di coltivare i propri studi presso l’abbazia di Saint-Germain-des Prés. Autore di numerose opere erudite, dedicate alla vita dell’Ordine e a quella del suo Fondatore, Mabillon divenne celebre soprattutto per il trattato, articolato in sei volumi, dal titolo De re diplomatica (dell’opera è reperibile in rete un progetto di digitalizzazione curato dalla Humboldt-Universität di Berlino all’indirizzo http://141.20.85.26/mabillon/index.html).  

  1. Si invita caldamente il lettore a visitare il sito citato, una vera e propria miniera di informazioni su siti e risorse web dedicate alla scrittura, alla sua storia, all’inquadramento storico-geografico di riferimento, alle principali tecniche impiegate e alla loro evoluzione nel corso dei secoli.
  2. Dal nome di San Mauro, uno dei primi discepoli di Benedetto. 

La stesura e la pubblicazione del De re diplomatica si inserirono nel contesto di un dibattito apertosi dopo che un gesuita, Daniel van Papenbroeck, (1628-1714) ebbe dato alle stampe, nel 1675, il Propylaeum antiquarium circa veri et falsi discrimen in vetustis membranis : si trattava di un testo collocato in apertura del secondo libro degli Acta Sanctorum, la monumentale raccolta delle vite e delle gesta dei Santi avviata da Jean Bolland e proseguita da altri religiosi gesuiti, tra cui il van Papenbroeck, detti pertanto “bollandisti”. Nel Propylaeum, van Papenbroeck, entrato in polemica anche con i Carmelitani per aver sostenuto l’infondatezza dell’attribuzione del loro Ordine nientemeno che all’iniziativa del profeta Elia, sollevava forti dubbi sull’autenticità e la validità di numerosi documenti sui quali i monasteri benedettini francesi e, guarda caso, la stessa abbazia di Saint-Denis alla quale apparteneva il Mabillon, basavano molti dei loro privilegi.

La reazione da parte benedettina non si fece attendere e Jean Mabillon ricevette dall’Ordine la consegna di ribattere punto su punto, si potrebbe dire “documento su documento”, alle accuse del gesuita. Mabillon, da fine studioso quale era, si rese immediatamente conto che la questione andava ben al di là di una semplice “schermaglia” tra Ordini religiosi: in altri termini, il problema non consisteva soltanto nell’affermare la validità di alcuni testi per tutelare i privilegi dell’abbazia, ma, più profondamente, nell’indicare criteri fondati ed obiettivi per sostenere tale validità. Come si potrà agevolmente notare, fin dai suoi esordi la ricerca paleografica si salda strettamente con la scienza diplomatica, avente lo scopo di accostarsi in modo critico allo studio del documento così da determinarne “il valore come testimonianza storica” (3). Individuazione e corretta periodizzazione di una forma scrittoria sono presupposti ineliminabili per stabilire se un documento sia autentico o no e se esso costituisca un’affidabile testimonianza di un fatto storicamente avvenuto. Il contributo del Mabillon, che offrì uno schema di classificazione delle scritture (antica, gotica, longobarda, merovingica, sassone) da lui reperite, aprì la strada ai successivi sviluppi della paleografia: il termine stesso fu coniato, agli inizi del Settecento, da un altro benedettino (4), Bernardo di Montfaucon (1655-1741), nel titolo della sua opera Palaeographia graeca, sive de ortu et progressu litterarum .

Nel corso del “secolo dei lumi”, caratterizzato da un rinnovato interesse scientifico per numerose discipline e, in particolare, per gli studi eruditi, rilevante fu il contributo di studiosi italiani ed europei ad una sempre più puntuale delineazione dei princìpi e dei contenuti della scienza paleografica: si possono citare, ad esempio, l’italiano Scipione Maffei (1675-1755), autore di una Istoria diplomatica nella quale si sostiene che le diverse grafie gotica, longobarda etc non siano altro che variazioni dell’unica e medesima scrittura romana; i benedettini francesi Dom Charles François Toustain (1700-1754) e Dom René-Prosper Tassin 1697-1777), che elaborarono una minuziosa classificazione della scrittura onciale nel loro Nouveau Traité de diplomatique; il tedesco Johann Christopher Gatterer (1727-1799) che, nel suo Elementa artis diplomaticae, propose un’audace accostamento tra la paleografia e i criteri di studio applicati in botanica da Linneo.

  1. Cfr. la definizione offertane dal paleografo Alessandro Pratesi nel suo volume Genesi e forme del documento medievale, Roma, Jouvence 1979.
  2. E’ davvero illuminante constatare come i monaci abbiano avuto un ruolo tanto determinante nella storia della scrittura: nei secoli addietro, infatti, i monasteri erano divenuti delle autentiche “fucine” di cultura, grazie ai loro scriptoria nei quali venivano trascritti e conservati codici antichi, sfuggiti in tal modo ad una perdita irreparabile; nel XVII secolo furono ancora una volta dei religiosi i principali fautori degli studi paleografici. 

Nel frattempo, lo studio della scrittura diventò sempre più disciplina professata in Scuole di specializzazione, Società storiche ed Università: nel corso dell’Ottocento, per citarne alcuna tra le più prestigiose, sorsero in Francia l’Ecole Nationale des Chartes, in Austria l’Institut für Österreichische Geschichtsforschung (su iniziativa di Theodor von Sickel, altro paleografo di spicco, autore dei Monumenta graphica medii aevi), in Germania la Gesellschaft für ältere deutsche Geschichskunde con la collana Monumenta Germaniae Historica.

Mentre in Italia “fiore all’occhiello” per lo studio della paleografia era la Scuola di Paleografia e Diplomatica eretta a Firenze, proseguì lungo tutto il XIX secolo il determinante apporto degli studiosi di area tedesca, tra i quali spicca Ludwig Traübe (1861-1907), autore di importanti opere nelle quali viene per la prima volta posto in imprescindibile correlazione lo studio della scrittura con quello del contesto culturale che l’ha prodotta: un concetto sviluppato, peraltro, anche da Wilhelm Wattenbach (1819-1897) nel suo Das Schriftwessen im Milttelalter.

Nel XX secolo si è potuto assistere ad un significativo progresso degli studi paleografici, agevolato dal sempre più accentuato inserimento della paleografia nei percorsi universitari di studio e ricerca; accanto ai tedeschi, iniziano a brillare anche nomi di studiosi inglesi, tra cui Elias Avery Lowe (1879-1969), autore dei 12 volumi dei Codici latini antiquiores, nei quali vengono riprodotti e descritti testi della latinità dalle origini sino all’800 d.C.   

Per una più ampia dissertazione sul percorso evolutivo della scienza paleografica, sulle varie tappe di acquisizione che lo scandiscono e sulle caratteristiche tipologiche della scrittura dall’antichità greco-latina sino al Medioevo, si rimanda il lettore ai testi di riferimento, in uso presso i corsi universitari dedicati.

A titolo esemplificativo si possono citare:

Jole Mazzoleni, Lezioni di Paleografia e Diplomatica, Libreria Scientifica, Napoli 1960;

Giorgio Cencetti, Paleografia latina, Jouvence, Roma 1978;

Armando Petrucci, La scrittura. Ideologia e rappresentazione, Einaudi, Torino 1986;

Giorgio Cencetti, Scritti di paleografia (a cura di G. Nicolaj), Urs Graf, Zurich 1993;

Armando Petrucci, Breve storia della scrittura latina, Il Bagatto, Roma 1993;

Bernard Bischoff, Paleografia latina, ed. Antenore, Padova 1994;

Giorgio Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, ristampa a c. di G. Guerrini Ferri, Pàtron, Bologna 1997;

Giulio Battelli, Lezioni di Paleografia, Edizioni Città del Vaticano 1999;

Leonard Boyle, Paleografia latina medievale. Introduzione bibliografica, Quasar, Roma 1999.

Fondamentale la consultazione del repertorio bibliografico di Leonard E.Boyle, Medieval Latin Palaeography. A Bibliographical Introduction, un’opera del 1984 ma uscita in nuova edizione in Italia nel 1999 per i tipi di Quasar, a cura di M.E.Bertoldi e F. Troncarelli. In rete sono reperibili repertori bibliografici più particolareggiati per ciascuna tipologia di scrittura, si vedano ad esempio links universitari quali:

http://www.uniurb.it/Filosofia/bibliografie/paleografia/bibliografia.htm

http://www.rm.unina.it/repertorio/paleogra.html

http://www.rm.unina.it/repertorio/paleogra.html

che offrono, a loro volta, elenchi di ulteriori risorse web a cui collegarsi.

Esistono anche interessanti siti stranieri (http://genealogy.about.com/od/paleography/Paleography_Deciphering_Old_Handwriting.htm) che mettono a disposizione on-line strumenti e tutorials per imparare a leggere e a decifrare i testi antichi: si tratta di risorse molto utili in particolare a studenti e ricercatori.

Sul portale di Wikipedia dedicato alla paleografia (http://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Paleografia) si trova un elenco di voci cliccabili, riguardanti i vari tipi di scrittura, attestati in particolare in ambito latino e medioevale: dalla capitale quadrata all’onciale, dalla carolina alla merovingica. Per un excursus storico sull’evoluzione della scrittura dalle origini sino all’Umanesimo si veda anche il sito http://kulturanet.splinder.com/post/12407088/breve-storia-della-paleografia-latina

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