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Palermo. Cripta della Cattedrale, le “urne dei forti” della chiesa

Un “venerdì di archeorivista” inconsueto, anche se in carattere con l’ultimo “venerdì”, nel quale abbiamo citato il sepolcro dell’arcivescovo di Palermo Gualtiero II Offamilio che figura nel romanzo inedito di Giuseppe Barcellona, “La via la verità la vita” premiato nel VI Concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche 2010. Al suo presidente Mariolino Papalia si deve il libro sulle “Iscrizioni funebri delle chiese di Palermo”, pubblicato nel 2006 nel quale si fa una completa ricognizione di otto chiese, tra cui la chiesa di Santa Maria della Pace con il Convento e le Catacombe dei Cappuccini dove si svolge il romanzo citato, con un excursus nella Cattedrale.


Cattedrale di Palermo, la facciata.

La Cattedrale di Palermo, fuori normanna, dentro neoclassica

E nella Cattedrale ci spostiamo abbagliati dalla straordinaria facciata con l’architettura arabo-normanna imponente e suggestiva, come un gotico addomesticato dai ghirigori dell’oriente. L’interno è ben diverso, c’è stata la normalizzazione cattolica che ha adeguato il luogo del culto a quelli che erano i canoni del tempo nel quale si è avuta la ristrutturazione della chiesa.

Ci riferiamo all’ultimo scorcio del XVIII secolo, quando l’architetto Ferdinando Fuga – è sua la cosiddetta “palazzina del Fuga” al Quirinale dove dimora il capo dello Stato – progettò l’interno in stile neoclassico, con modifiche strutturali realizzate dopo la sua scomparsa in modo molto più incisivo del suo progetto originario: in particolare fu costruita una cupola centrale e piccole cupole laterali con maioliche dopo il 1780. Furono le fasi successive di una trasformazione iniziata nel lontano XIV secolo con sopraelevazioni e proseguita nel secolo seguente con l’aggiunta delle torri.

Lo stile e l’aspetto normanno, scomparso del tutto all’interno, è rimasto all’esterno, e non è l’unica particolarità: fu realizzato dov’era una moschea, nata a sua volta dalla trasformazione della chiesa originaria. Fatto sorprendente, siamo abituati a preesistenze romane senza interferenze di altre religioni rispetto al tempio cristiano, a parte il caso di Hagia Sophia a Istanbul dove la basilica dal culto cristiano originario fu adattata al culto musulmano, fino a che il tempio è stato adibito a museo, con i segni delle due fedi, quasi un simbolo di tolleranza. Nella piazza antistante c’era un cimitero, cosa che si incontra spesso nella forma di necropoli che sorgevano vicino ai centri religiosi per dare protezione fisica e spirituale alle tombe. Qui siamo tra il 1170 e il 1190, anno della morte del realizzatore, l’Arcivescovo di Palermo Gualtiero II Offamilio, di cui parleremo tra poco.

Quando si scende nelle cripte e negli ipogei si tende ad ignorare gli interni ricchi di affreschi e dipinti, orpelli barocchi o acuti gotici, si va verso resti per lo più poveri e non si deve avere dinanzi agli occhi il fascino dell’arte e del colore che potrebbe soverchiare quello dell’antichità. Nella Cattedrale si passa in una sacrestia con esposti paliotti e altri oggetti sacri, tra cui una stola molto appariscente, sono le ultime visioni abbaglianti prima della semioscurità della cripta. Ma qui, oltre alle volte e all’ambiente che ha il fascino dei tanti secoli con la sua penombra discreta, troviamo una vasta galleria di sepolcri che non sono collocati, quindi, come di solito avviene, nelle cappelle o altri luoghi dove spiccano, ma in una sorta di necropoli ecclesiale sotto la Cattedrale: pensiamo alle tombe dei pontefici nei sotterranei di San Pietro, queste sono degli Arcivescovi di Palermo.


Cattedrale di Palermo, uno scorcio della Cripta.

La Cripta, una galleria di storia e di culto

In effetti la sede di molte tombe di grandi personaggi, Vescovi e Cardinali fino ai Re, fu la Cattedrale vera e propria, ma il loro numero divenne tale che, a parte otto rimaste nella parte superiore, le altre, soprattutto di Arcivescovi, si trovano nella cripta che ci accingiamo a visitare.

Abbiamo pensato che il motivo di interesse sia doppio, da un lato gli orpelli che ornano i sepolcri, espressione di come si manifestasse il culto dei defunti con una storia alle spalle; dall’altro la storia impersonata nella loro vita, che permette di ripercorrere epoche passate e vive nella memoria dei siciliani. Un popolo nel quale sono confluite razze, stirpi e nazionalità, un crogiuolo di storie e di tradizioni, che ne fa una miniera di civiltà, al confine tra l’Europa e il Mediterraneo. Non ci sono cappelle e composizioni scultoree come nella chiesa, solo i sepolcri, e di questi parleremo.

Di recente abbiamo visto a Roma, nella mostra al Vittoriano di Loris Nelson Ricci, “spirito dell’uomo, spirito del tempo”, come in questa civiltà si possono trovare le radici stesse della storia dell’uomo e della terra, espresse in una serie di grandi dipinti, oltre a sculture e disegni, alla ricerca della matrice prima della terra e dell’umanità. Nella Cripta della cattedrale, nessuna matrice prima, ma il suo sviluppo in una storia ricca di fermenti e in un’arte che nei sepolcri mortuari ricerca la classicità del culto per i defunti con bassorilievi e figure in aggiunta alle iscrizioni.

E’ stata come una mostra “underground” la cripta che siamo andati a visitare, ne renderemo i contenuti e anche le immagini, in una galleria insolita che è stata per noi ricca di fascino. Nessuna necrofilia anche in questo caso, ci interessano le scene riprodotte sui sepolcri, che non sono “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori…” ma rappresentano la celebrazione del personaggio per l’oltretomba. Per questo attingeremo a “La cripta della Cattedrale di Palermo illustrata”, Palermo 1995, una preziosa guida in bianco e nero a cura dei Presbiteri sacerdoti Napoleone e Simonato, che dobbiamo alla cortesia di monsignor Gino Lo Galbo, Canonico del Capitolo metropolitano e Parroco della Cattedrale, il quale ce l’ha data di persona illustrandoci la Cattedrale; per la loro storia il libro già citato, anch’esso prezioso, di Mariolino Papalia, che dobbiamo alla sua pari cortesia.

L’ambiente è quale si può immaginare, le arcate nella semioscurità che fa calare subito nello spirito del tempo; adesso ricerchiamo lo spirito dell’uomo, anzi degli uomini che riposano nei loro sepolcri collocati nello spazio sotterraneo in posizioni diverse, ordinate anche se in modo non geometrico.


Gualtiero II Offamilio che fece costruire il tempio (m. 1190).

Cominciamo con il sepolcro (che occupa il numero 16 nella planimetria della cripta) di Gualtiero II detto Offamilio, di cui abbiamo parlato all’inizio, anche come prosecuzione ideale del romanzo oggetto dello scorso “venerdì di Archeorivista”, che lo vede profanato alla ricerca dei segreti svelati al termine in una suspence da “Codice da Vinci”.

L’Arcivescovo di Palermo dell’epoca dei Normanni, che fece costruire il tempio, fu cappellano di Enrico d’Inghilterra e precettore di Guglielmo II il Buono, e non poteva che essere tale con un simile educatore, se ci è consentita la battuta. Dal suo nome fu chiamata cattedrale “gualteriana”, per distinguerla dalla più antica detta “nicodemiana”. Sorse dov’era l’antico tempio consacrato nel 603 per il quale si era interessato Gregorio Magno: siamo nel 1170, l’arcivescovo muore nel 1190.

Non ci sono ornamenti vistosi sul feretro, il coperchio è contornato di mosaici colorati, come doveva essere per il resto del sepolcro prima che gli altri andassero perduti. A destra cinque tondi, a sinistra una croce; quattro iscrizioni in latino, sul coperchio e nell’urna, di fronte e in basso. Si legge che è stato il costruttore della basilica e il suo corpo vi è custodito nel marmo affinché non sia privata delle fondamenta del “suo Gualtiero” (“Gualterio funditus orba suo”); la tomba è “più importante di un tempio”, e “un’urna tanto piccola racchiude un uomo tanto grande “ (”claudit tantum tam brevis urna virum”).


Nicodemo, cui fu restituito il tempio preesistente (m. 1072).

Dopo il sepolcro dell’artefice della “nuova” cattedrale descriviamo quello in tufo calcareo di Nicodemo, Vescovo di rito greco di Palermo, collocato molto distante nel lato corto della cripta (numero 8). I normanni gli restituirono il tempio più antico trasformato in moschea dagli arabi occupanti. Non vi sono iscrizioni, ma tre scudi rotondi con croci sul coperchio e, sul fronte, un agnello con la croce iscritto in un cerchio, e una serie di curve fino a due colonnine agli estremi.


Ottavio Preconio O.F.M. (m. 1568).

Spoglia ma ricca di iscrizioni l’urna in marmo (numero 5) dell’Arcivescovo Ottaviano Preconio, che partecipò al Concilio di Trento del 1562, ricordato nel mascherone della fontana nel chiostro di San Giovanni di Badia come artefice “pubblicae commoditati” nel 1567, l’anno prima della morte. E’ attribuita alla scuola dei Gagini, l’iscrizione frontale parla di “un uomo tanto grande”, pastore delle chiese metropolitana, ariana, cefaludese e palermitana”, priore di Sant’Andrea, Piazza. Nel fronte è riportato due volte il suo stemma, uno scudo con dei simboli; nei piedi del feretro le teste di due serafini alati con foglie di alloro e frutta in un tralcio ornamentale.


Senza nome né iscrizione.

Dalle circa sessanta parole dell’iscrizione precedente a nessuna iscrizione e neppure il nome nell’urna normanna di tufo calcareo (numero 6). Come ornamenti troviamo sul coperchio superiore due piccole figure di draghi, di fronte e ai lati delle croci che in origine forse erano impreziosite da mosaici .La citiamo anche perché si possano apprezzare maggiormente i reperti ricchi di iscrizioni come i due sepolcri che precedono o ricchi di figure scolpite come quello che segue.


Incoronazione di un poeta

E’ una straordinaria composizione scultorea della classicità romana l’urna in marmo di Paros, (numero 7), ci sono segni di un’iscrizione antica asportata per sovrapporne una più recente di cui ci sono poche tracce, neppure il nome. Indizi nelle due figure di anziani con toga e papiri in mano e su una colonna, assisi in uno scranno. La scena scolpita nello straordinario bassorilievo frontale celebra l’incoronazione di un poeta da parte delle nove muse, ciascuna con il proprio simbolo: è il caso di ricordarle, sono Melpomene con i coturni per i cori tragici e Talia con la maschera per la commedia, Eutérpe con il flauto per la musica, Clio con il papiro per la storia e Tersicore per la danza ed Erato per la poesia amorosa con la lira, Calliope con la corona di quercia per l’epopea, Polìmnia per la poesia. C’è Apollo con la cetra e, ai due estremi, il poeta incoronato sulla sinistra e una donna anch’essa con la cetra a destra, la propria consorte. Panneggi e acconciature notevoli.


Federico d’Antiochia (m. 1305)

E’ un’urna spettacolare del periodo romano, quella il cui coperchio reca la scultura di un guerriero disteso (numero 9): sulla mano sinistra appoggia la testa, la mano destra su un libro dietro cui c’è la spada a fianco del corpo, si distinguono la lama e l’elsa, mentre l’elmo è ai suoi piedi; viene fatta risalire al XIV secolo o alla scuola dei Gagini). Abbiamo descritto subito questa parte del feretro, tanto si impone all’attenzione, prima di dire che è di Federico d’Antiochia, figlio del signore di Antiochia, Corrado, e fratello di Bartolomeo e Francesco anch’essi sepolti nella cripta. L’iscrizione con il nome e i riferimenti essenziali è quasi mimetizzata ai margini dell’urna, la cui parte frontale è quasi un paliotto d’altare: un Cristo bizantino benedicente con libro nel medaglione centrale, ai lati due archi gotici con gigli su colonnine sotto i quali un angelo con putto inginocchiati a sinistra e la Vergine in trono anch’essa con libro e un fiore sulla destra. Agli estremi altri due angeli su stemmi.


Bartolomeo d’Antochia (m. 1311).

Facciamo seguire subito per naturale collegamento l’urna con le spoglie del fratello ora citato, l’Arcivescovo Bartolomeo d’Antiochia (numero 11), anch’essa romana, in marmo di Carrara, vicina alla precedente. Si tratta del “mite pio Vescovo d’Antochia”, sepolto “trascorsi 1311 anni dal parto della Madonna”, si legge nell’iscrizione in latino posta a grandi caratteri sul coperchio, contornata da due scudi con l’aquila dello stemma di famiglia e, agli estremi, da due maschere teatrali. La parte frontale reca al centro una trabeazione con colonne e quattro teste di ariete in un portale socchiuso, privilegio dei nobili, con sopra dei fregi con fiori e figure caudate. Ai lati della trabeazione i rilievi tipici delle urne strigilate, come per la tomba dell’altro fratello Arcivescovo Francesco d’Antochia (numero 4), gemella nella fattura ma con qualche differenza, reca un’iscrizione nella trabeazione frontale invece delle teste di ariete e altre scritte sul coperchio tra gli stemmi; sono più iscrizioni, si legge tra l’altro, “Franciscus presul hic de mundo iacet exul”.

Analoga l’urna dell’Arcivescovo Tizio de Rogereschi del Colle (m. 1304), a parte l’assenza di figure e iscrizioni sul portale con trabeazione scolpito nel fronte (numero 15). La scritta ben visibile è nel grande fregio superiore, divisa da una croce in due colonne, ai lati due stemmi. Nell’elogio funebre si legge che “lo esaltarono tre elementi e lo sollevarono la nobiltà dei costumi, la vita, la dottrina delle leggi”; a lui “Dio diede la possibilità di innalzare la nascita con la mente”.


Senza nome né iscrizione.

Le due urne sopra descritte, dei due fratelli altolocati di Antiochia, sono separate da un sepolcro anonimo, senza nome né iscrizione, in marmo di Carrara, dalle linee arrotondate (numero 10).. Dello stile barocco le foglie scolpite in basso e gli intarsi marmorei,pensiamo all’opus sectile.


Giovanni Paternò (m. 1511).

Dal minimo al massimo, l’urna dell’Arcivescovo Giovanni Paternò (numero 12), è più spettacolare di quella di Federico d’Antiochia, il che è tutto dire: oltre alla grande scultura sul coperchio c’è il frontale ricco di figure in un bassorilievo molto appariscente. Quasi a compensare la ricchezza scultorea la sobrietà dell’iscrizione, con i dati essenziali, tra cui la sua appartenenza benedettina. Mariolino Papalia riporta le notizie dei Padri cappuccini di Palermo: nobile catanese, abate di Santa Maria della Luce, nel 1478 vescovo di Malta, nel 1480 nell’arcivescovato di Palermo, due volte “Presidente del Regno di Sicilia nel 1506 e 1509”. Papa Giulio II lo destinò al Sacro Collegio dei Cardinali ma egli era ormai troppo vecchio, morirà, infatti, il 24 gennaio del 1511”. La sua figura distesa sul coperchio, di Antonello Gagini, indossa gli abiti pontificali con mitra e pastorale; è nel sonno della morte, ben diverso dallo stato di momentaneo riposo di Federico d’Antiochia. Sul fronte, ai due lati dello stemma di famiglia retto da grandi figure alate – ritenuti geni e non angeli – scene di riti festosi: due guerrieri e un giovanetto per parte, con clàmide e flauto a sinistra, un vassoio di frutta a destra, due ippogrifi agli estremi, genietti alati con galli e palma sotto lo stemma.


Pietro Tagliavia d’Aragona (m. 1558).

Questa volta un Arcivescovo divenuto Cardinale, Pietro Tagliavia d’Aragona (numero 13), che prese parte a due sessioni del Concilio di Trento. Vescovo di Girgenti presso Agrigento nel 1527, passò a Palermo nel 1545. Come Giovanni Paternò fu nelle grazie di Giulio II che lo fece Cardinale, anche per l’appoggio di Carlo V e partecipò al Conclave che elesse papa Paolo IV. Nel 1557, l’anno prima della morte, il restauro da lui promosso della “guzza”, la storica campana. Anche queste notizie, tratte dal libro di Mariolino Papalia, provengono dai Padri cappuccini di Palermo. L’iscrizione sul coperchio lo definisce “cittadino aragonese e arcivescovo palermitano” e ricorda il titolo nobiliare dei conti di Castelvetrano, oltre al titolo ecclesiastico di Cardinale e Presbitero. L’urna è romana, del periodo paleocristiano, in marmo di Paros, il bassorilievo sul fronte presenta figure allineate intorno a una croce centrale con due colombe, simbolo della chiesa “domus colombae”, sovrastata da una corona dov’era l’iscrizione XP (Christòs) con sotto due guerrieri i cui scudi e le aste sono capovolti, forse simbolo di pace. Le figure, in pose simmetriche, sono dodici, sei a destra e sei a sinistra della croce, on aureole sul capo, toghe e sandali, la mano alzata verso la corona. Alcuni vi vedono gli apostoli, altri una processione per il trionfo della croce.


Nicolò Tedeschi (m. 1445)

Segue un altro Cardinale Arcivescovo, Nicolò Tedeschi (numero 14), benedettino, che a sua volta partecipò al Concilio di Basilea: la fonte appena citata dice che Papa Martino V lo nominò Abate di Santa Maria di Maniace, poi fu referendario e Uditore generale della Curia di Romana; Papa Eugenio IV lo nominò Arcivescovo di Palermo. Anche questo sepolcro è un’urna romana in marmo di Paros con una lunga iscrizione di 50 parole sul coperchio e a fianco l’anno di morte. Il bassorilievo frontale è molto animato, forse una scena di matrimonio o un rito propiziatorio che lo precede: c’è una figura femminile al centro – che la tiara e il velo identificano come sacerdotessa – con ai fianchi una donna e un uomo e altre otto persone in pose diverse ai lati: nel lato sinistro la donna al suo fianco ha una palla e un pesce, poi tre donne, di cui una seduta che suona la cetra, e all’estremo due uomini, di cui uno con fardello; nel lato destro l’uomo al suo fianco ha la toga e un papiro arrotolato, segue una donna con dei simboli e un uomo seduto che apre un papiro, ritenuto il contratto di matrimonio, e un altro uomo con un fardello ritenuto la dote, poi alberi e uccelli. Le due figure ai fianchi della sacerdotessa sarebbero gli sposi, tutti sono scalzi tranne la sposa.


Ugone (m. c. 1150).

Ancora la parte frontale scolpita in bassorilievo nel sepolcro in marmo di Carrara dell’Arcivescovo Ugone (numero 17), vissuto tra i re Ruggero II e Guglielmo I il Malo, a cui succederà Guglielmo II il Buono, il cui precettore fu Gualtiero II Offamilio, come prima ricordato. L’iscrizione a grandi caratteri sul bordo anteriore del coperchio è “Ugo presul primis S. Cristinam exaltavit”, ricorda la traslazione per sua iniziativa del corpo della santa conservato nella Cappella delle Reliquie della Cattedrale. Siamo nel medioevo più cupo, della storia fa parte il suo tentato avvelenamento da parte del cancelliere Majone di Bari poi assassinato per mano di Matteo Bonello. Atmosfera opposta nelle figure scolpite sulla parte frontale, una composizione con immagini arcadiche: sul piano, mollemente distesi come in un triclinio, a sinistra la dea Cerere con la cornucopia, a destra il dio Tevere con un pesce e un arbusto, al centro due grandi maschere con capigliatura. Ma è solo la base della composizione che occupa quasi l’intero fronte, due grandi geni alati simmetrici reggono il medaglione centrale che ha al centro un busto con la toga, potrebbe essere anche un uomo di teatro, a stare alle due maschere sottostanti. Non è tutto, ai due estremi altre figure mitologiche, forse Diana da un lato e Apollo dall’altro con ai piedi una preda; in più due ippogrifi.


Senza nome e senza iscrizione.

Conclude la carrellata un’altra sepoltura “anonima” e senza iscrizioni (numero 23), con un bassorilievo nella ristretta fascia frontale: al centro due geni alati con fiaccole, ai lati verso gli angoli due genietti, non si distingue ciò che hanno in mano. L’urna è stata rifatta su un originale romano in marmo di Paros.

L’uscita dalla cripta, nella sacrestia

Una visita così particolare deve avere una conclusione all’altezza, allora descriviamo quando “uscimmo a riveder le stelle” dopo l’immersione dantesca nell’oltretomba degli Arcivescovi. Guardiamo le volte con gli archi, percorriamo il tunnel finale, vediamo dei bagliori di luce nei mosaici d’altare alla parete, torniamo in sacrestia: un grande manto talare rosso semicircolare e un paliotto d’altare prezioso, un altro apparato di culto. Tutto di epoca storica, tranne un’opera elaborata, realizzata di recente per una manifestazione popolare, ci sfugge il nome dell’artista: è la raffigurazione di un carro siciliano, originale per la fattura e il materiale. Tutto quello che si è visto, con i personaggi a partire dall’anno mille, fa parte della storia dell’isola e della nazione, come ne fa parte ormai anche il carro siciliano: una storia che continua in forme diverse con la cronaca, nella quale non si dovrebbe mai dimenticare il grande patrimonio di civiltà da non tradire.

Per noi, uscire dalla Cripta ci ha fatto rivivere il bel finale di “Europa di notte”, di Alessandro Blasetti – del 1959, antesignano dei film-documentario – all’insegna del “sole” nella canzone cantata da Domenico Modugno su un carretto, che segnava il trionfo sulle tenebre in un inno alla vita: abbiamo associato le immagini di allora alla visita attuale vedendo il carro siciliano riprodotto nella sacrestia, dopo i sepolcri apparsi foscolianamente “urne dei forti”, della chiesa e non solo.

GALLERIA


Planimetria della Cripta.


Disegno dal vero della Cripta, di Giuseppe Di Giovanni.


Il corridoio centrale della cripta.


Bagliori di luce nei mosaici


Manto talare rosso.


Il paliotto d’altare.

Ph. Romano Maria Levante, tutte, tranne: “Incoronazione di un poeta” (n. 7 della pianta) foto in b/n di Crocina-Corona, le planimetria e il disegno dal vero di Di Giovanni, dalla guida citata.

2 Commenti su Palermo. Cripta della Cattedrale, le “urne dei forti” della chiesa

  1. Anche questa volta l’amico Romano ha centrato l’obbiettivo portando a conoscenza un pezzo di storia, forse dimenticata, di questa splendida terra di Sicilia. Il tratteggio della Cripta della Cattedrale di Palermo è come sempre narrato con cura e con la dovizia dei particolari che da sempre contraddistingue i pezzi giornalistici di Romano. Complimenti e Ad Majora!!
    Mariolino Papalia, Presidente Associazione Chiese Storiche

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