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Palermo: le Catacombe dei Cappuccini e la “archeologia umana”

Andare a Palermo per ricevere il “Premio speciale della Presidenza” al concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche e visitare poi le Catacombe dei Cappuccini accompagnato da Mariolino Papalia, autore del prezioso libro “Iscrizioni funebri delle chiese di Palermo” – edito nel 2006 da tale Associazione di cui è Presidente – e da Giuseppe Barcellona – autore del romanzo inedito del 2010, “La via la verità la vita”, ambientato nelle Catacombe, premiato con “menzione speciale” allo stesso concorso – potrebbe essere un sogno fantastico, invece è stata la realtà vissuta tra il 7 e il 10 novembre 2010. La raccontiamo in un “venerdì di Archeorivista” insolito, come fu quello dedicato all’“archeologia carceraria”, qui si tratta, per così dire, di “archeologia umana”: scheletri vestiti passati in rivista come manichini in un insolito defilè dalle forti emozioni.

La Chiesa dei Cappuccini e l’ingresso alle Catacombe

Il percorso per le Catacombe dei Cappuccini si snoda su strade dai nomi evocativi, dopo Porta Nuova si prende Corso Calatafimi e molto avanti si svolta in via Ippolito Pindemonte, storia patria e letteratura degli anni di scuola tornano alla mente. Chiesa e convento dei Cappuccini sono in una piazza tranquilla, rende onore al nome della chiesa, Santa Maria della Pace. Pochi cenni sulle origini, alquanto controverse: sembra risalissero al 1071 secondo il manoscritto del 1700 di Antonino Mongitore, conservato nella Biblioteca comunale di Palermo.

Cinque secoli dopo, nel 1534, i Cappuccini costruirono il convento e nel 1565 lo ampliarono aggiungendo le cappelle laterali; ma fu nel 1600 che si ebbe la ricostruzione “a fundamentis” fino alla consacrazione nel 1623. Lo stile fu mutato radicalmente, dall’arabo-normanno a quello tipico delle Chiese cappuccine che privilegiava le cappelle per le celebrazioni contemporanee dei riti da parte dei frati rispetto allo spazio riservato ai fedeli, che erano pochi essendo poste “extra moenia”.

Vediamo le statue della Madonna col Bambino, dell’Addolorata e dell’Assunta, le tele, come quella su Sant’Anna, la Madonna con Bambino e agnello e la Madonna con San Girolamo; altari pregevoli e apapriscenti, come quello del Reliquario e della Cappella del Beato Bernardo con un Crocifisso artistico, un altro Crocifisso è nel coro ligneo della sagrestia.

Si entra nello spirito della visita alle Catacombe con le numerose epigrafi funerarie, abbiamo perduto il conto, nella lista dei frati ne risultano 135, comprese quelle “completamente cancellate”, Mariolino Papalia nel suo libro fa una certosina ricognizione riportando 85 iscrizioni funebri di questa Chiesa, seconda solo a San Domenico tra quelle palermitane per iscrizioni, con la traduzione se la scritta è in latino, la riproduzione fotografica di 10 sepolcri monumentali e un accurato inquadramento storico dei personaggi celebrati in 38 pagine delle 164 dedicate a tutte le chiese di Palermo.

La lettura è una “total immersion” in vicende cavalleresche e nobiliari, un’affascinante cavalcata nella storia siciliana e non solo. Ma non possiamo soffermarci in questa pur stimolante preparazione storica, la nostra meta è “underground”, scendiamo nelle catacombe già preparati spiritualmente, iscrizioni e monumenti ci hanno fatto entrare nel mondo dei morti. Nonostante questo, tuttavia, l’impatto è notevole, dopo l’ingresso con le pareti coperte di scheletri eretti e vestiti, si aprono dei lunghi corridoi .dove quello che sembrava un fatto eccezionale – i corpi esposti – diventa un qualcosa di sistematico da approfondire.

Percorreremo i corridoi intitolati a sacerdoti e frati, donne e uomini, professionisti e bambini, queste sono le categorie, ma prima cerchiamo di capirne di più. Ce ne parlano i due accompagnatori, nostre guide in questa cantica dantesca.

L’evoluzione delle sepolture

Il culto dei morti attraverso le sepolture ci riporta a quanto abbiamo spesso descritto nelle visite archeologiche, ricordando che nell’antica Roma avvenivano fuori dell’abitato per l’igiene pubblica, lungo le strade consolari per mantenere nel contempo i defunti vicino ai viventi che potessero ricordarli anche leggendo le iscrizioni che ne raccontavano la storia. Con il Cristianesimo tendono ad addensarsi intorno alle tombe dei martiri dove ci si raduna per preghiere e celebrazioni, e si formano le Catacombe, con i sepolcri posti in cavità sotterranee, anche qui di regola intorno alla tomba di un martire.

Le profanazioni di predoni e nemici della religione indussero i Pontefici a proteggere le tombe, in particolare quelle dei martiri, nei Cimiteri urbani, accogliendole nelle vicinanze delle chiese e poi al loro interno, usanza che si protrasse finché i cimiteri alla fine del 1700 diventarono extraurbani, come erano le sepolture all’epoca di Roma. La sepoltura nelle chiese aggiungeva alla sicurezza dalle profanazioni i suffragi e le preghiere dei fedeli e dei religiosi rivolte all’intercessione dei Santi. A questo fine già in precedenza si tendeva ad erigere degli altari vicino ai sepolcri per le celebrazioni liturgiche, per cui la possibilità di sepolture accanto agli altari nelle chiese era molto ricercata, tanto più se c’erano reliquie divenute oggetto di venerazione.

Dalle sepolture vicino alle chiese a quelle al loro interno, i morti venivano calati in fosse comuni solo con un lenzuolo, una sindone. Il Vangelo di Marco è l’unico che parla del “giovane della sindone”, il solo a non abbandonare Gesù quando fu preso dai soldati e gli apostoli fuggirono; episodio su cui si sofferma Gabriele d’Annunzio con espressioni di intensa spiritualità, particolare citato nel libro per la cui premiazione siamo a Palermo che ci torna alla mente in un’improvvisa associazione di idee.

In questa ricerca di protezione delle tombe, naturalmente, i frati si riservarono la sepoltura all’interno delle proprie chiese, sia i Francescani che ottennero tale concessione dal Papa, sia i Cappuccini che escludevano gli estranei e riservavano cappella e oratorio ai riti . per la sepoltura; esclusione favorita dal fatto che i conventi erano lontani dagli abitati. Quando, dall’inizio del 1600, i conventi cominciarono a sorgere vicino alle città fino alle periferie, i fedeli benefattori si riservavano la sepoltura nelle chiese che avevano donato o contribuito a realizzare, attirati anche dalle benemerenze religiose acquisite dai frati.

Pertanto, rispetto all’originaria esclusione, anche gli estranei venivano ammessi purché “fondatori” di conventi e chiese, finché pure per gli esclusi si aprì la possibilità che le loro sepolture fossero consentite, con un decreto della Santa Sede del 1637: occorreva la licenza del Ministro generale dell’Ordine, secondo le disposizioni del 1938, revocate nel 1680 e ripristinate nel 1703 prima solo per i benefattori; poi nel 1732 la restrizione fu tolta e nel 1769 la concessione fu confermata dalla sacra Congregazione del Concilio anche se difforme dalla disciplina cappuccina; dal 1909 l’ordine dei Cappuccini rientra nella normativa ecclesiastica e civile. Ma ora ci interessa la nascita e la progressiva espansione delle Catacombe dei Cappuccini.

Le sepolture nella chiesa e nel convento dei Cappuccini

Le iniziali sepolture dei frati cappuccini nella Chiesa di Santa Maria della Pace avvennero in una fossa scavata nel tufo, chiusa da una lastra di pietra, con apertura nella parte posteriore del tempio. Padre Flaviano Farella, nei “Cenni storici della chiesa e delle catacombe dei Cappuccini di Palermo” – la guida postuma pubblicata nel 1982 –  individua l’altare del Crocifisso come quello in cui venivano celebrate le messe per i frati defunti prima dell’ampliamento nelle cappelle laterali che moltiplicarono il numero degli altari. La prima sepoltura di estranei, avvenuta nel 1570, fu per il piccolo Francesco D’Avàlos, figlio del marchese di Pescara, viceré di Sicilia e benefattore dei frati; nel 1571 lo seguì il corpo dello stesso viceré, ma ci restò meno di tre anni; altra eccezione nel 1597 per una persona non nota, se ne conosce il nome, Giacomo Lo Tignoso, non il motivo.

In tale epoca erano in corso gli scavi per un nuovo sito di sepolture dietro l’altare maggiore, in quanto la fossa comune nella parte posteriore della chiesa non solo era insufficiente per l’aumento del numero dei religiosi e quindi dei decessi, ma il luogo in cui si trovava coperto da tettoie si era trasformato in punto di sosta, anche per passarvi la notte, dei viaggiatori che trovavano chiuse le porte della città e dovevano attendere il mattino. Nacque così il nucleo delle attuali Catacombe, progressivamente ampliate, in cui furono portate le prime salme di frati recuperate dalla originaria sepoltura miracolosamente conservate. Scrive padre Farella: “Trovarono, allora, non aride ossa, ma le salme intere con le carni flessibili e fresche, come se fossero religiosi morti da poche ore”: sono 40 collocate lungo le pareti con la Madonna al centro in una nicchia, altre 5 ricollocate nella fossa.

Con l’inizio del 1600 al primo ambiente ne fu aggiunto un altro, con una cappella interposta, poi due nuove stanze e nel 1619 fu scavato il “corridoio dei frati”: nel 1668 questo ambiente sotterraneo raggiunse l’altare maggiore e si ricongiunse al primo con le 40 salme incorrotte. Le nuove salme che vi furono poste sono quelle di Fra Agostino di Mazzara e del figlio del re di Tunisi, Ayala, battezzato a Palermo con il nome di Filippo d’Austria e morto nel settembre 1622; altri personaggi ricordati lo scrittore gesuita Narbone e don Agati, morto nell’aprile 1731.. C’era una finestra molto piccola, l’ambiente era nell’oscurità rischiarata da torce di cera: vi pregava il beato Fra Bernardo di Corleone, morto nel 1667, cui sarà dedicata una cappella.

Le Catacombe si sviluppano notevolmente in estensione, il corridoio dei Frati viene prolungato, ai lati si ricavano stanze per deceduti illustri, si realizza il “corridoio degli “uomini”. Nel 1732 Mongitore – che aveva fatto risalire al 1071 le origini della chiesa – descriveva le Catacombe composte da quattro corridoi posti ai lati di un quadrato che un quinto corridoio divideva in due rettangoli. Agli angoli, degli altari dedicati all’Addolorata e all’Ecce Homo, a San Giuseppe e al Crocifisso. Vennero realizzati anche vani particolari chiamati “colatoi”, con una precisa funzione nel procedimento di conservazione dei corpi.

Norme molto precise regolavano la sepoltura dei defunti, sin dal decreto del 1710 per il regno di Napoli e di Sicilia; poi il “cimitero” sui generis dei Cappuccini fu escluso dalla normativa generale con la legge del 1838 “tanto pel sito, e per la sua forma, quanto pel modo come sono tenuti e disseccati i cadaveri e per la cristiana pietà che l’ispira”, fino al ripensamento del 1854 che cancellò tale privilegio; ma dopo alcune modifiche suggerite da una commissione, pur definite non obbligatorie, fu data di nuovo via libera e nel 1859 il metodo venne ritenuto il più valido dal Soprintendente generale per la Salute pubblica.

Per ammettere estranei alla sepoltura nelle Catacombe dei Cappuccini occorreva presentare ai Frati Superiori la licenza del Superiore Generale cui seguiva la registrazione nell’apposito Registro. Se ne conservano cinque, con elenchi delle sepolture dal 1666 al 1871. Sembra che fino al 1787 non fosse richiesto alcun pagamento trattandosi di benefattori che avevano già contribuito, poi non si chiedeva neppure ai popolani, fino al 1837 allorché furono applicate normali tariffe cimiteriali.

La visita nei corridoi delle Catacombe, il defilé di defunti

Percorriamo, dunque, questi corridoi, consapevoli che non riusciremo a rendere nel racconto l’impressione che si ricava passando tra file ininterrotte spesso sovrapposte di scheletri eretti e vestiti. Sembra di essere giunti alla fine del mondo, il Giudizio Universale non lo si può immaginare molto diverso: nulla che faccia pensare al luminoso Paradiso; ma neppure dell’Inferno ci sono le punizioni, è un popolo immoto che sembra attendere chiuso nella dignità di una morte che non lo ha privato degli abiti e neppure della postura che distingue l’uomo dagli animali, in quanto resta in piedi con la schiena dritta.

E’ questa, forse, la sensazione più forte che si ricava, un senso di dignità, quasi uno “Spoon River” senza lapidi, i corpi sono esposti per lo più senza riconoscimenti e forse per questo sembrano desiderosi di narrare la loro storia. Quella storia che nella chiesa abbiamo trovato sulle iscrizioni incise nelle lapidi e nei sepolcri e qui – a parte le successioni di tante lapidi allineate nel pavimento – è scolpita nei volti di cartapesta senza occhi ma non senza espressione, nelle vesti dimesse ma severe e dignitose.

Ci sono differenze, pur dopo la morte e la sepoltura, i professionisti hanno vesti di maggior pregio per quanto si può vedere, rispetto alla gente comune, nelle tombe antiche lo si vedeva nei “corredi” che per i poveri mancavano del tutto, per i ricchi e nobili contenevano ogni genere di conforto e ogni segno di opulenza, qui bastano pochi segni nell’abbigliamento, ma ci sono.

Le collocazioni sono diverse, ci sono tante piccole nicchie verticali dove sono inseriti come certe statue di santi nei pilastri delle chiese; oppure sono semplicemente appesi o fissati alla parete, si vedono anche tanti corpi distesi avvolti nelle loro vesti e aperti alla vista, sono le immagini che più associamo alla morte, dipendeva dalle volontà del defunto, ma la maggior parte almeno di quelli visibili sono eretti. Nelle inumazioni dopo il 1837 ci sono soltanto casse perchè era stata vietata l’esposizione dei corpi come in passato, molte sono state perdute nel bombardamento dell’11 marzo 1943 e nell’incendio del 30 marzo 1966.

I corpi esposti a livello della persona sono protetti da grate, ma lo sguardo va ai livelli superiori, le figure erette dominano con la loro presenza muta e solenne. Nel “corridoio delle donne” troviamo la posizione sdraiata e quella eretta, ma soprattutto abiti con pieghe e ricami del 700 e ‘800, non sappiamo se anche le storiche crinoline, ci sono comunque cuffie ornamentali di stoffa. Leggiamo una scritta ad arco sopra un sarcofago sormontato da una croce con quattro corpi di donne erette dalle vesti chiare, una con una lunga sciarpa celeste : “Seguono l’Agnello dovunque vada, sono vergini”.

Nel “corridoio dei professori” vediamo abiti all’altezza della posizione di avvocati o medici, artisti e soldati. Ci sono anche composizioni con due colonne di bare orizzontali su più piani intervallate da figure erette sovrapposte, e in basso intorno a un sarcofago quasi una sfilata di modelli che hanno tutti i requisiti della messa in scena teatrale. Nulla di macabro, sembra un rituale. Vengono identificati personaggi celebri, che sembrano dialogare, il chirurgo Manzella, gli scultori Marabitti e Pennino.

La parte centrale che delimita i due rettangoli ha la demarcazione nel “corridoio dei sacerdoti”, con una teoria di prelati in abiti talari tra cui nelle vesti pontificali del rito bizantino Monsignor Franco D’Agostino; in una sezione a parte, discese delle scalette, i frati cappuccini nei due ordini, quello dei Frati Sacerdoti con la stola, i semplici Frati con il cordone penitenziale.

Agli estremi in senso cronologico troviamo uno dei primi ad essere posto nelle Catacombe nel 1599, Fra Silvestro da Gubbio, e uno degli ultimi nel 1871, Fra Riccardo da Palermo.

Un’attrazione, lo diciamo senza irriverenza, è l’urna in vetro di Rosalia nella cappella di Santa Rosalia, non è la reliquia della santa né una sepoltura d’epoca, risale al dicembre 1920: la peculiarità è nella conservazione del corpo della bambina che vi era stato portato per il trattamento e poi vi era rimasto dopo il prodigio di una conservazione miracolosamente perfetta, sembra addormentata, gli occhi chiusi su un volto fresco e paffuto, i capelli sparsi sulla fronte fermati alla nuca da un fiocco.

Dalla prosa alla poesia: dai trattamenti per la conservazione ai Sepolcri di Pindemonte

La piccola Rosalia Lombardo fa entrare in un tema che può suonare sgradevole, ma balza alla mente non appena si presta attenzione alla conservazione dei corpi. Per la sua imbalsamazione furono iniettati prodotti chimici, ma il medico palermitano Solafia non rivelò quali, morì improvvisamente; solo in modo occasionale venivano usati dei farmaci per la conservazione.

Il metodo seguito dai frati fin dal 1600 consisteva nel far restare i corpi, opportunamente collocati su “graticole di pietra”, in locali ristretti, i cosiddetti “colatoi”, in modo che per le particolari condizioni ambientali potessero essiccarsi perdendo i liquidi che altrimenti li avrebbero portati al disfacimento. Trascorsi circa otto mesi di purificazione, eliminate le componenti deperibili venivano lavati con aceto, esposti all’aria e poi collocati nella galleria di corpi eretti oppure distesi a seconda delle disposizioni lasciate mentre erano in vita. Soltanto in caso di epidemie si ricorreva ai più drastici bagni nell’arsenico o nel latte di calce.

L’essiccamento fu approvato dalla Commissione medica nel 1855 e riconfermato nel 1859, quando ci fu il ricordato permesso ufficiale alla pratica della sepoltura nei Cappuccini, mentre fu proibito nel 1881, ma comunque si continuò fino al 1885..

Avere appreso le tecniche di conservazione fa valutare meglio l’eccezionalità di una necropoli particolare, dove i defunti non vengono chiusi nel sepolcro ma restano esposti all’aria e alla vista, con i loro abiti e l’abbigliamento che rivela classe e censo.

Per questo un simile luogo non poteva passare inosservato, è un tempio della morte corporale. Le parole di San Francesco sono riprodotte in modo da formare un grande arco: “Laudato sì, mi signore, per sora nostra morte corporale: beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male”. L’espressione, che precede le Catacombe di tre secoli, ne rende lo spirito: non c’è l’angoscia ma un’immobilità che di volta in volta può apparire ieratica o devozionale.

Ne hanno parlato scrittori che le hanno visitate nei Viaggi in Sicilia, Guy De Maupassant nel 1890 e Carlo Levi nel 1955; un sonetto e un’elegia scritti nel giorno dei morti, il 2 novembre del 1867 e 1903, autore Ferdinando Miraglia Termini. Cè anche un romanzo del 1903 ispirato da un luogo così insolito, autore Miserandino Morelli. Eppoi, lo abbiamo detto all’inizio, il recentissimo romanzo inedito di Giuseppe Barcellona premiato con la menzione speciale dall’Associazione Chiese Storiche; lo racconteremo in un prossimo “venerdì di Archeorivista”, abbiamo visto tanti corpi carichi di mistero nei sotterranei, ci farà tornare sul luogo del delitto…

Su tutte queste testimonianza spicca quella di Ippolito Pindemonte, che si è ispirato alle Catacombe dei Cappuccini per i suoi “Sepolcri”; non sono quelli di Foscolo in cui è citato, descrivono il luogo in modo così fedele da venirgli intitolata la strada che immette nella piazza del convento: “Ma cosa forse più ammiranda e forte/ colà m’apparve: spaziose, oscure/ stanze sotterra, ove, in lor nicchie, come/ simulacri diritti, intorno vanno/ corpi d’anima voti, e con quei panni/ tuttora, in cui l’aura spirar fur visti,/ sovra i muscoli morti e su la pelle/ così l’arte sudò, così caccionne/ fuori ogni umor che le sembianze antiche,/ non che le carni lor, serbano i volti/ dopo cent’anni e più. Morte li guarda/ e in tema par d’aver fallito i colpi”. Pindemonte non si ferma alla descrizione, la scena si anima, l’espressione è intensa, ci sembra il degno sigillo di un luogo così insolito e suggestivo.

Eccola come conclusione, l’immagine è quanto mai viva in un mondo di morti: “Intanto un sospirar, s’alza, un confesso/ singhiozzar lungo, un lamentar non basso/ che per le arcate ed echeggianti sale/ si sparge, a cui par che que’ corpi freddi/ rispondano: i due mondi un picciol varco/ divide, e unite in amistà congiunte/ non fur la vita mai tanto e la morte”.

Non c’è da dire altro, ci assalgono i misteri della vita e della morte, sono in fondo i dilemmi irrisolti della nostra esistenza e di quella dell’intera umanità.

(Ph. Romano Maria Levante, tutte)

3 Commenti su Palermo: le Catacombe dei Cappuccini e la “archeologia umana”

  1. Sono appassionata di archeologia, archeologia forense etc. Mi dispiace di vivere lontano da Palermo, altrimenti andrei subito a vedere le Catacombe! Ho messo il Vostro sito fra i preferiti!

  2. Davvero notevole, non immaginavo che le catacombe avessero questa storia affascinante alle spalle. Uno dei tanti motivi per cui la mia città e’ inimitabilmente unica, complimenti all’autore

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