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Palermo, nelle Catacombe dei Cappuccini sulle orme di Dan Brown

Di nuovo nelle Catacombe dei Cappuccini di Palermo con il “venerdì di Archeorivista”, non per necrofilia quanto perchè ci permette di passare dall’“archeologia umana” di una necropoli inusitata all’“archeologia cristiana” evocata dal romanzo inedito di Giuseppe Barcellona, “La via la verità la vita”, che il 7 novembre è stato premiato con la “menzione speciale” al VI Concorso letterario dell’Associazione Chiese Storiche di Palermo 2010. Non basta il cenno che abbiamo fatto all’inizio della nostra visita alle Catacombe, il romanzo non solo vi entra ma ne fa il centro di una vicenda che dalla cronaca approda alla storia, in una visione ancorata all’“archeologia cristiana”.


L’autore del romanzo Giuseppe Barcellona all’interno delle Catacombe.

Le Catacombe diventano il Louvre di Dan Brown, la Cattedrale di Palermo la sua Cattedrale di Chartres, non mancano preziosi manoscritti antichi, neppure le crittografie. Il parallelo si ferma qui, la particolarità di Barcellona è che, più ancora di Dan Brown, parte dall’infinitamente piccolo per spaziare nell’infinitamente grande, di una grandezza che diremmo incommensurabile; racchiusa nel titolo del romanzo che non è una vaga invocazione, ma qualcosa di molto preciso legato all’archeologia cristiana e non solo, con gli insondabili misteri di due millenni di storia sacra.

La cronaca che prepara la storia

Raccontare un libro come questo ci procura una particolare soddisfazione. Non solo per dare visibilità a un inedito meritevole di andare presto alle stampe. Ma anche per una reciprocità che dobbiamo ai “giovedì di Santa Marta” ai quali ci siamo riferiti, peraltro con la consapevolezza del ministro Bondi che li ha promossi, cioè all’iniziativa che vede settimanalmente la presentazione di un libro nella ex chiesa al Collegio romano. Ebbene, alla riapertura dei “giovedì” dopo la pausa estiva, parlammo della visita alla cripta della chiesa con tanto di guida archeologica; ora presentando un libro nel “venerdì” dedicato alle visite archeologiche ricambiamo l’abbinamento: il libro di Giuseppe Barcellona è connesso alle nostre visite archeologiche come la visita alla cripta di Santa Marta lo era alla “location” delle presentazioni librarie, nella parte superiore della chiesa.


Uno dei corridoi delle Catacombe.

La “location” del libro sono i sotterranei dei Cappuccini, in essi risiede un mistero che appassiona nel corso della lettura: prima per il fascino che hanno gli enigmi, poi per quello molto più grande da “ricerca dell’arca perduta”. Qui non si tratta dell’arca o almeno non si ha la consapevolezza che la ricerca, pur nel suo crescendo, possa mai arrivare al livello toccato nel gran finale.

Nessun intento di critica letteraria il nostro, né di recensione tradizionale; noi raccontiamo visite e ora visitiamo di nuovo le Catacombe attraverso la storia narrata dal libro, che vi dimora stabilmente.

Si succedono i personaggi nell’interesse spasmodico per quanto vi è custodito, e non si parla degli innumerevoli corpi umani nei loro abiti e nel loro portamento eretto posti nelle nicchie alle pareti oppure distesi come addormentati e non trapassati nel nulla della fine dell’esistenza: dai sacerdoti ai professionisti, dagli uomini alle donne e ai bambini, ciascuno con un proprio corridoio. C’è ben altro che determina l’occhiuta vigilanza dei Priori posti alla guida del convento dei Cappuccini, interessati più alle Catacombe che alla chiesa di Santa Maria della Pace, tanto che l’ultimo di essi cede la parrocchia al giovane che diventerà il protagonista assoluto della vicenda narrata.

C’è un “testimone” che passa dall’uno all’altro nella staffetta dei successivi priori, è il Crocifisso di colore rosso dal quale non si separano mai. Per attaccamento a quel simbolo religioso? non ci sarebbe nulla di strano se fosse così. Ma allora perché ci sono strane morti, come il suicidio del giovane Vannuzzu dopo una notte trascorsa per scommessa nelle Catacombe? un’angoscia ritardata per aver diviso tante ore con tanti morti? E allora come spiegare la morte dei due confratelli che “a Bivona non giunsero mai”? perché “rapinati e uccisi da ignoti malfattori”? Si tratta di tragiche coincidenze oppure è stato il prezzo pagato per aver scoperto un inimmaginabile segreto?

Così cresce la suspence, l’attenzione a quel Crocifisso che potrebbe essere una chiave, e se lo fosse per aprire cosa? di tanto importante da giustificare la quasi maniacale custodia dei priori e le morti in chi ha conosciuto qualcosa di inconfessabile? E dove potrebbe portare questo segreto?


Tra gli “abitanti” delle Catacombe: i sacerdoti.

Il mistero custodito nelle Catacombe

La storia è tutta incardinata nelle Catacombe dei Cappuccini anche quando sembra allontanarsene. Questo avviene nella seconda parte, allorché dal buio dei sotterranei si passa ad orizzonti sconfinati nel tempo e nello spazio, ma per tornare alla fine di nuovo al loro interno. Anche nella prima parte il tempo non è immobile, si snoda in più di un trentennio con i ricordi e i flash back, pur essendo tutta calata nel presente in una suspence autentica che rende la lettura quanto mai coinvolgente.

Dunque le Catacombe protagoniste, sono il luogo dove si muovono i personaggi che le custodiscono e quelli che vi si troveranno inseguendo un sogno e una rivelazione. Ma noi non vogliamo svelare l’intreccio, cosa deleteria per qualunque storia o film, figurarsi per questo che raccontiamo nel quale l’imprevisto è una molle potente! Allora, come raccontare il romanzo senza far capire la trama per non svelarne anzitempo i segreti? Proveremo a trovare la quadratura del cerchio ispirandoci a quelle istruzioni in cui vengono descritte le singole “funzioni” come istantanee fotografiche senza fornire la dinamica, la sequenza, per cui è arduo comprendere il funzionamento. E’ questa una grave carenza delle istruzioni dove l’incomprensibilità non è voluta, noi invece lo facciamo appositamente per raccontare senza svelare, per far conoscere senza far capire.

Ci limitiamo, così, a descrivere i protagonisti, che non sono solo soggetti in carne e ossa, ma anche oggetti intriganti: come gli uni incontrino gli altri lo scoprirà il lettore quando avrà la possibilità di leggere il romanzo tuttora inedito, nel quale vediamo le orme, ci auguriamo fortunate, di Dan Brown nell’ambiente misterioso come nella qualità dei personaggi e nella natura degli eventi.

Dell’ambiente abbiamo già detto molto nella visita alle Catacombe di un recente “venerdì di Archeorivista”. Il resto lo si conoscerà leggendo la storia, d’altra parte che tra tante figure e retaggi del passato conservati lungo gli interminabili corridoi sotterranei, possa esservi qualcuno di spicco è comprensibile; un personaggio che fa capolino nella vicenda lo abbiamo visto nelle sue spoglie mortali allineato in una parete delle Catacombe. L’autore non poteva trovare luogo migliore dove ambientare la vicenda, tornano anche i 40 frati della prima inumazione trovati intatti quasi per prodigio, e torna la piccola Rosalia, la sua freschezza corporale diviene ancora più portentosa.

E dato che le Catacombe sono il proscenio, salgono alla ribalta i loro custodi, i priori del Convento dei Cappuccini e il protagonista assoluto, divenuto parroco della chiesa di Santa Maria della Pace, perché il priore potesse concentrarsi sulle Catacombe, don Giotti.


Altri “abitanti” delle Catacombe: i professionisti.

Il primo priore che incontriamo è don Geremia, un custode definito “arcigno”, addirittura nell’ultima guerra aveva impedito che la popolazione vi ci si rifugiasse per proteggersi dai bombardamenti mentre gli altri siti sotterranei venivano tutti adibiti a tali emergenze. Perché fu così intransigente nell’impedire che questo avvenisse, e perché poi è stato al centro di fatti misteriosi?

Cosa dire poi di padre Agliata, archeologo e studioso di fama che viene relegato nel modesto Convento dei Cappuccini quando la sua sapienza e le sue conoscenze di archeologia sacra avrebbero dovuto farlo destinare a ben altri incarichi? Ma era proprio modesto l’incarico palermitano o non rivestiva un’importanza prioritaria per il Vaticano e la chiesa cristiana?

Su questi personaggi spicca il protagonista don Giotti, che entra come novizio trent’anni prima nel convento e si trova suo malgrado nel bel mezzo di una storia più grande di lui. Tanto grande che a un certo punto incrocia l’attualità della Chiesa ai massimi livelli, dopo che alla lettera a firma Joseph, un prete dal “nome tedesco” dell’Archivio vaticano, sotrattagli prima che la leggesse, seguirà la missiva personale con la stessa firma del severo prefetto della fede assurto al soglio pontificio. Ma c’è anche un personaggio molto meno autorevole eppure cruciale nello sviluppo dei fatti, don Saverio dei Musei Vaticani, che coinvolge il nipote nei laboratori della polizia scientifica.

Questi, dunque, i protagonisti della prima parte, che si svolge nel mondo d’oggi al buio delle Catacombe e alla luce del sole, a seconda delle situazioni. E ce ne sono di misteriose! Abbiamo citato i decessi iniziali, e non sono finiti, ci saranno indizi convergenti con valore di prova, come dicono i giuristi. E il riferimento non è peregrino, il parroco che affianca il priore diventa un detective, lo troviamo a Roma alla ricerca di risposte ai dubbi che lo prendono, poi entra in campo anche il laboratorio con l’analisi al “carbonio 14” utilizzata tra l’altro per l’età della Sacra Sindone.

Il vero protagonista della prima parte è un simbolo sacro, quel Crocifisso rosso che, come si è già accennato, viene trasmesso da un Priore all’altro, ma non è una reliquia né un oggetto di devozione. Anche se un crocifisso può aprire le porte del cielo, quello appeso al collo dei priori potrebbe aprire le porte della terra, anzi del sottoterra: i sotterranei delle Catacombe dove forse non si costituiscono gelosamente solo i tanti corpi esposti nei lunghi corridoi, ma qualcosa di più importante. E cosa? Si saprà nel proseguo della storia, vi sono altri oggetti ben più preziosi per quello che rappresentano.

Gli ingredienti ci sono, il romanzo riesce a combinarli e a mescolarli in una sequenza che coinvolge il lettore in un climax mozzafiato nel quale l’attualità incrocia l’antichità con questi reperti preziosi, forse i più preziosi che si possano concepire fino all’inimmaginabile, e per questo non li riveliamo.


Folla di “spettatori” delle Catacombe nel finale del romanzo.

Il respiro di una storia millenaria

Parte seconda, cambia tutto, pur restando nelle Catacombe gli orizzonti si allargano. Sale un nuovo personaggio al proscenio, il “Commendatario”: e nel momento in cui sembra esserci l’“agnitio”, nei sotterranei entra la grande storia e ancora di più. Si va sulla macchina del tempo, al di là dell’immaginazione, ma non è fantascienza. Dai Cappuccini del convento palermitano agli Esseni, popolo millenario pio e paziente, alla dottrina che ha precorso il Cristianesimo dalla quale l’autore è affascinato: anche loro predicavano e praticavano pace e fraternità, la loro vita era come la loro tunica bianca. E c’è il messia, che il romanzo fa sentire vicino in tutta la sua grandezza.

Neppure di questo ritorno all’esaltante storia delle nostre radici storiche e spirituali daremo la sequenza per non rivelare l’intreccio, ma descriviamo come per la prima parte i protagonisti. Precisiamo che non si tratta di un excursus storico bensì di una cronaca, è quasi un rito quello celebrato nella cappella di Santa Rosalia appena l’enigma che ha agitato la scena sembra svelato. Ma nelle risposte ci sono altre domande, e di che natura! A questo punto diciamo solo che la caccia al tesoro va al di là della più fertile immaginazione, i reperti pur preziosi non sono nulla rispetto a quanto rivelano che si allarga a macchia d’olio fino all’ultima incommensurabile scoperta.

C’è un narratore che celebra il rito di una rivelazione individuale e collettiva attesa da sempre, ma prima lo radica nella storia di una tradizione millenaria. Dove emergono dei personaggi mitici, in attesa del protagonista numero uno. Gli “eredi dei Murat” portatori di segreti e reperti scoprono la “via” da seguire, che il romanzo descrive con queste parole, nelle quali vi è una vera dichiarazione d’amore dell’autore: “Quella terra ricca di alberi e vegetazione parve a loro una specie di paradiso, le coste occidentali della Sicilia erano di una bellezza indescrivibile, spiagge dorate, macchie di variopinta vegetazione, insenature e promontori suggestivi, un cielo azzurro e sterminato”.


Prestigiacomo – Un personaggio del romanzo: Antonio Prestigiacomo, nelle Catacombe.

Ecco Sherim, nella notte dei tempi parte per la sua missione salutato così dalla vecchia che lo ha ospitato: “Adesso vai uomo vestito di bianco, segui la tua strada, che il tuo destino si compia, non tramonterà di nuovo il sole e le lacrime che bagnano il mio viso oggi scivoleranno sul tuo domani. Va ora. Hoana ti indicherà la tua via”. Un enigma anche qui, ma di natura diversa rispetto a quelli della prima parte, c’è il respiro della storia e anche della fede profetica, la stessa scrittura si alza di tono. E compare il padre di Sherim, il vecchio Hoana, in un risveglio miracoloso: “Noi siamo custodi degli oggetti sacri e delle tradizioni essene”, dice al figlio, citando anche altre cose che devono custodire, e dandogli la missione di provvedere a perpetuarne l’esistenza e la memoria pur nel più assoluto segreto. L’orizzonte si fa millenario, la “via” da seguire è tracciata e così la meta.

Riappare Kippur, che già lo aveva portato sul suo carro, attraversano insieme il deserto per la loro meta straordinaria, Sherim incontra la donna alla quale deve dare il grande annuncio: questa parte del racconto sgomenta Don Giotti, si innesta in una storia da lui, come da tutti, conosciuta con diversi connotati. Una storia seguita per un po’ fino all’evento soprannaturale e umano insieme.

“Il Commendatario s’infervorava nel suo racconto – si legge a questo punto nel romanzo – mentre veniva ascoltato da tutti i membri della setta”, siamo sempre nelle Catacombe e ci resteremo fino alla conclusione. Prosegue con delle rivelazioni, una di portata straordinaria, premessa dell’“agnitio” finale che assume un sapore miracoloso, e proprio per questo non sveleremo in alcun modo. Diciamo solo che tra premessa e conclusione c’è il segreto da mantenere con tutto quanto può tramandarlo e farlo giungere al momento della rivelazione finale che può cambiare la storia dell’umanità. Per questo trova sulla sua strada chi non vuole permetterlo per non vedere scardinate le basi della sua costruzione e del suo potere: non diciamo di chi si tratta, va oltre ogni pur ardita ipotesi tanto più se si pone mente ai fatti delittuosi avvenuti e rimasti finora senza spiegazione.

Sono vicissitudini millenarie che trovano un momento liberatorio quando Maikal, nel guidare la barca con i preziosi tesori da salvare, mostra al maestro Yussuf un punto sulla mappa, “una antica pergamena fenicia su cui era abbozzato un triangolo circondato dal mare, era la Sicilia”.


Un’altra presenza nel romanzo: il sepolcro dell’arcivescovo Gualtiero II Offamilio nella cripta della Cattedrale di Palermo.

L’approdo alla “città del Fiore”

Maikal prosegue: “E’ questo il nome che i miei avi fenici della città di Biblo diedero a questa città, la città eletta, la città benedetta, la città in fiore perché Zyz nella lingua fenicia vuol dire fiore”. Risponde Yussuf: “Maikal, siamo quasi arrivati, ho portato il mio popolo alla meta, la città eletta non è lontana. Ora ho bisogno di te, il segno che Iddio vorrà mandarci solo tu potrai coglierlo, tu che sei un saggio, tu che conosci le antiche lingue dei tuoi avi fenici, tu che leggi le mappe”. E conclude: “Portaci nella città eletta, indicaci la via”.

La città eletta è Palermo, la via quella che conduce al luogo dove molto più avanti nel tempo sorgeranno le Catacombe dei Cappuccini: “Maikal capì perché i suoi avi chiamavano quella città Fiore, perché dal mare ciò che stupiva i marinai che vi approdavano era la somiglianza ad un fiore”.

Altri personaggi compaiono, Ugo de Payns e l’arcivescovo Gualtiero II detto Offamilio che costruì e consacrò nel 1185 la Cattedrale di Palermo, dove la storia si trasferisce con l’apertura del suo sarcofago nella cripta, è la penultima tappa della caccia al tesoro, quella della “verità”.

Il ritmo diviene incalzante, lo scandiscono i personaggi che si succedono sul proscenio ormai palermitano della chiesa di Santa Maria della Pace con le annesse Catacombe: Matteo il Panormita, frate della chiesa e Simone de Tolose cappellano alle prigioni parigine del Louvre raccontano eventi straordinari del marzo 1713; poi è la volta di Rosario de Partanna, cappellano della chiesa e di Antonio Prestigiacomo, il cui corpo si trova tra le altre migliaia in una parete delle Catacombe. Vengono disvelati tanti misteri e balzano sulla scena i Cavalieri Templari con le storie agghiaccianti della loro spietata eliminazione per cancellare il segreto che portavano con sé da parte di chi non ci si aspetterebbe mai capace di tutto questo, nella storia come nella cronaca.


La Cappella di Santa Rosalia nelle Catacombe, dove si svolge la scena clou del romanzo: al centro l’urna della piccola Rosalia Lombardi, collocata nel 1920.

Un evento portentoso e un mutamento straordinario

Nel momento in cui si svelano i misteri e si decifrano messaggi che vengono dalla notte dei tempi, è possibile decrittare anche il titolo del romanzo, che non è una invocazione di fede, ma qualcosa di diverso e di più, molto di più. Cosa sia questo non vogliamo dirlo, lo si scopre alle ultime pagine, ed è più sorprendente del disvelamento di un giallo. Non si tratta di trovare l’assassino, anche se di omicidi ce ne sono quattro nel corso della vicenda, oltre ai massacri dei Templari e di altri che “sapevano” troppo, e quali siano i mandanti emerge sul finale in modo sorprendente, anzi sconvolgente; si tratta invece, cosa ancora più intrigante, di trovare risposte al massimo livello agli interrogativi che da sempre agitano la mente e l’anima di tutti coloro che hanno cuore e ragione.

Queste risposte non vengono solo dalla voce dell’ultimo personaggio sul proscenio sotterraneo delle Catacombe, ma da un fatto mirabolante, anzi miracoloso, che fa aprire gli occhi alla piccola Rosalia risvegliando per un attimo la bella addormentata nella Cappella in cui si svolge l’insperata conclusione: l’attesa infinita di un popolo pio e devoto fa materializzare l’inimmaginabile. Vale la pena arrivare per gradi alla grande luce che illumina le Catacombe e rivela l’evento portentoso, il più grande a cui si possa assistere. Che lascia nel lettore un senso di godimento spirituale.

Siamo alla tappa finale, la “caccia al tesoro” porta alla “vita”, ed è tale la forza dell’’“agnitio” – continuiamo a chiamarla come nel teatro classico – che il protagonista “si sentì pervaso da una forza incredibile, sovrumana, trovò diverso anche se stesso, si sentiva più forte e vigoroso, all’improvviso dentro di sé sentiva una forza sterminata. Si guardò riflesso nella vetrata di una teca e quasi non si riconobbe, egli era ringiovanito di almeno trent’anni”. Così l’autore descrive il mutamento straordinario dinanzi a un evento portentoso di tale grandezza da non poterlo rivelare anzitempo.

In don Giotti ci siamo immedesimati nella prima parte del romanzo presi dalla sua investigazione e nella seconda parte spettatori con lui della storia che si dipanava nella cappella di Santa Rosalia attraverso il racconto del “Commendatario”. Se nel lettore del romanzo ci sarà altrettanta immedesimazione potrà sentire come noi lo straordinario mutamento che trasforma il protagonista.


La piccola Rosalia come addormentata, nel romanzo un nuovo prodigio.

Ph: Romano Maria Levante, tutte, tranne l’ultima, la foto della piccola Rosalia tratta dal depliant delle Catacombe dei Cappuccini.

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