Palestrina, Santuario della Fortuna Primigenia

Il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, l’antica Praeneste, è uno dei più importanti complessi architettonici dell’Italia antica in epoca tardo-repubblicana e risale all’epoca sillana (II sec. a.C.). Fino a qualche decennio fa si ipotizzava l’esistenza di un santuario superiore e di uno inferiore; ma le ricerche archeologiche hanno mostrato che gli edifici del cosiddetto santuario inferiore, consistenti in una basilica, in un’aula absidata e in un ambiente detto “antro delle sorti”, appartenevano al foro civile di Preneste. Il culto prenestino della Fortuna Primigenia si diffuse presto nel Mediterraneo orientale, ad opera dei mercanti italici: infatti già dal II sec.

Palestrina Santuario della Fortuna Primigenia

Il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, l’antica Praeneste, è uno dei più importanti complessi architettonici dell’Italia antica in epoca tardo-repubblicana e risale all’epoca sillana (II sec. a.C.). Fino a qualche decennio fa si ipotizzava l’esistenza di un santuario superiore e di uno inferiore; ma le ricerche archeologiche hanno mostrato che gli edifici del cosiddetto santuario inferiore, consistenti in una basilica, in un’aula absidata e in un ambiente detto “antro delle sorti”, appartenevano al foro civile di Preneste.

Il culto prenestino della Fortuna Primigenia si diffuse presto nel Mediterraneo orientale, ad opera dei mercanti italici: infatti già dal II sec. a.C. ne troviamo tracce evidenti a Creta e a Delo, dove strettissima era la sua connessione con le divinità egiziane, in particolare con Iside, assimilazione che ebbe successo anche nel mondo romano per l’affinità dei due culti.

Struttura

Il Santuario vero e proprio è un complesso articolato su una serie di sei terrazze artificiali, disposte su un ripido pendio roccioso. Le prime due terrazze, di cui la seconda è munita di un portico colonnato e di cinque ninfei ad emiciclo, sono delimitate da due massicci muri in opera poligonale; sulla terza terrazza si colloca una grande rampa, per metà scoperta e per metà colonnata, libera al centro, al fine di consentire una vista prospettica sul sistema di scale sovrastante e sostenuta da due archi ciechi sovrapposti. Ai lati della rampa ci sono, in una piccola esedra porticata, delle pitture di primo stile. La rampa, caratterizzata da capitelli dorici inclinati, conduceva alla quarta terrazza, detta “degli emicicli”, ornata da un porticato ionico, sormontato da un attico a semicolonne, con due grandi esedre simmetriche con volte anulari a cassettoni, le quali inquadrano una un basamento, forse pertinente ad un donario o, secondo alcuni studiosi, alla statua della Fortuna in atto di allattare Giove e Giunone ricordata da Cicerone; un’altra una piccola tholos, sovrapposta ad un pozzo profondo, che aveva un parapetto sormontato da un giro di colonne corinzie, decorato da fregi dorici e coperto da un tetto conico.

All’interno di questo pozzo sono state ritrovate le sortes della dea, che, sempre secondo Cicerone, erano state rinvenute dal nobile Numerio Sufficio: quello di Fortuna, infatti, era un culto oracolare. Al centro del portico iniziava una ripida scalinata che terminava al centro della sesta terrazza; la scala portava anche ad una quinta terrazza a semicolonne corinzie che inquadravano, in alternanza, una nicchia e una finta porta tra due targhe. La sesta terrazza consiste in un ampio piazzale ad U, circondato da un doppio portico corinzio che sul fondo presenta una cavea teatrale, al di sopra di una sostruzione ad archi, ornata da un portico corinzio doppio semicircolare e conclusa alla sommità da una tholos, dove era collocata la statua della divinità.

Il simulacro della dea ci è giunto quasi per intero: fu realizzato in marmo bigio asiatico, con le parti nude in marmo bianco.

Elemento fondamentale del complesso è lo straordinario impianto scenografico, ispirato ai santuari ellenistici a terrazze, come quello di Atena Lindia a Rodi. L’introduzione dell’opera cementizia ha permesso la realizzazione di un edificio imponente e di eccezionale livello tecnico, con volte, nicchie e numerosi elementi curvilinei, che cerca un equilibrio nella ricerca studiata dei pieni e dei vuoti. Un complesso di così eccezionale portata comportò grandi spese, che furono possibili in quanto finanziate da gruppi associati allo sfruttamento dell’imperialismo romano; inoltre le guerre e i traffici in Oriente avevano determinato un grande afflusso di manodopera. In questo periodo, infatti, furono realizzati altri santuari scenografici, come quelli di Ercole Vincitore a Tivoli e di Giove Anxur a Terracina.

Nel XII secolo, al di sopra del portico di fondo e della cavea teatrale sorse il palazzo Colonna Barberini, fatto costruire dalla famiglia dei Colonna. Questo edificio subì un importante restauro nel 1640 e dal 1956 divenne la sede del Museo nazionale archeologico prenestino, in cui si trova l’importantissimo mosaico nilotico.

Mosaico nilotico

mosaico nilotico di Palestrina
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Il mosaico nilotico proviene dall’abside della grande aula, attualmente occupata dal seminario di Palestrina, della quale costituiva, in origine, il pavimento. Questo edificio, inizialmente, era stato considerato pertinente al santuario; in realtà faceva parte del complesso civile, in quanto il santuario vero e proprio, come abbiamo visto, deve essere considerato quello correntemente denominato “santuario superiore”. La funzione precisa dell’aula absidata non ci è ancora nota, ma per la presenza, nell’area antistante, di due piccoli obelischi, si è pensato che contenesse un piccolo santuario di un culto egiziano.

La prima lettura di insieme del mosaico è stata effettuata da F. Coarelli: prima, infatti, non erano state fatte analisi sistematiche che ne abbiano affrontato la lettura, l’iconografia, la cronologia, lo stile e la funzione. La principale difficoltà è consistita nell’attribuire al mosaico la giusta datazione: per molto tempo è oscillata per un arco cronologico dal II sec. a.C. al III sec. d.C.; tuttavia il contesto di cui esso fa parte, il confronto con altre opere quali il mosaico pompeiano con la Battaglia di Alessandro o l’emblema scoperto in una villa repubblicana di Priverno, ha permesso di attribuire il mosaico al II sec. a.C.

Il tema complessivo della rappresentazione dell’opera è la visione prospettica e obliqua, da N a S, dell’Egitto, di cui si possono riconoscere le principali aree geografiche: dal Delta, al medio corso del Nilo, fino alle prime cateratte. La zona superiore rappresenta i territori selvaggi della Nubia e dell’Etiopia, abitate da fiere e da animali più o meno fantastici, che vengono cacciati da frotte di Etiopi. E’ da notare che le acque circondano ovunque le zone abitate, quindi siamo nel momento della piena del Nilo. Il corso del fiume è suddiviso in fasce successive, sovrapposte l’una all’altra: l’osservatore deve seguirne il corso alternativamente da sinistra a destra, quasi con una lettura bustrofedica. Il punto di partenza di questa scenografia è da identificare nell’angolo inferiore destro del mosaico, dove è rappresentata la città di Alessandria d’Egitto con il suo porto, secondo la visione di insieme che ci è stata tramandata da Strabone.

L’insieme del mosaico va letto come una vasta visione allegorica dell’Egitto sotto il dominio dei Tolomei: le scene di caccia in territori impervi e lontani vanno interpretate come le spedizioni geografiche promosse dai Lagidi, forse con riferimento a quella del 280, ordinata dal Filadelfo, che procurò molte fiere per lo zoo di Alessandria. Ogni animale nel mosaico viene identificato con una sorta di didascalia, segno dell’erudizione coltivata nel Museo. L’estensione del mosaico vuole alludere alla grandiosità dei possedimenti tolemaici: vengono rappresentati infatti vari momenti di operosità nella valle del Nilo che hanno come protagonisti pescatori, contadini, pastori e commercianti; la parte bassa del quadro invece esprime la forza del potere politico insidiato nella capitale del regno, tramite la rappresentazione di Alessandria, le scene di diporto e di caccia nelle lussuose “thalamegoi” e le feste sfrenate di Canopo.

Quindi le varie parti del mosaico, che ad una prima lettura possono sembrare sconnesse, vanno unitariamente interpretate come diversi aspetti della celebrazione della corte dei Tolomei.

Palestrina, mosaico del Nilo in incisione
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Per approfondire

R. Bianchi Bandinelli, L’arte romana al centro del potere, Roma 1960.

F. Coarelli, I santuari del Lazio in età repubblicana, Roma 1987.

F. Coarelli (a cura di), Revixit Ars. Arte e ideologia a Roma. Dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana, Roma 1996.

S. Quilici Gigli, Roma fuori le mura, Roma 1988.

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3 Commenti

  1. fede
  2. marina bertozzi
  3. gvn

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