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Papiro

papiro

In gracilitate fastigatum: il papiro alla sfida dei secoli

“Si affusola graziosamente verso l’estremità superiore”: con queste parole, lo scrittore romano Plinio il Vecchio, nella sua opera Naturalis Historia (XIII, 71-82), descrive l’agile pianticella del papiro, che trova il suo habitat ideale nelle zone ricche d’acqua, come, in primo luogo, l’area intorno al corso del fiume Nilo. Ma anche se l’Egitto rappresenta senza dubbio il territorio privilegiato per lo sviluppo di tale esemplare erbaceo appartenente alla famiglia botanica delle Cyperaceae, già gli stessi autori antichi, tra cui il medesimo Plinio, non esitano a segnalarne la presenza anche in altri luoghi prospicienti il Mar Mediterraneo, tra cui la Sicilia, nonché la Mesopotamia e alcune aree medio-orientali.

A questo virgulto in apparenza delicato e poco durevole è stato affidato per secoli il ruolo di veicolo e supporto della scrittura, con attestazioni risalenti a epoca remotissima, addirittura al IV millennio a.C. Alla sua tenacia, che ha affrontato e vinto la sfida del tempo, è dedicato il presente dossier di Archeoguida In gracilitate fastigatum, corredato di numerosi ed opportuni rimandi a risorse informative disponibili in rete.

Cyperus_papyrus

Un po’ di storia

Al papiro, alle sue caratteristiche e ai relativi metodi di lavorazione, Plinio il Vecchio, poliedrico autore romano vissuto tra il 23 e il 79 d.C., riserva un’importante attenzione nel tredicesimo libro della sua Naturalis Historia, opera di carattere enciclopedico, articolata in ben 37 libri, nei quali vengono presi in esame i contenuti delle principali discipline scientifiche riguardanti il mondo della natura: dall’astronomia all’antropologia, dalla geografia alla zoologia, dalla botanica all’erboristeria, dalla medicina alla mineralogia. Come si può agevolmente intuire, si tratta di una vera e propria enciclopedia, il cui principale pregio è costituito dal fatto che, per la sua compilazione, Plinio si avvalse dell’esame e della citazione di numerose fonti antiche, molte delle quali andate poi perdute nei secoli successivi.

Vale davvero la pena riportare quanto Plinio asserisce intorno al papiro, a partire dal paragrafo 71 sino all’82, perchè la sua testimonianza è una fonte alquanto preziosa di indicazioni (il testo in latino qui di seguito proposto è tratto da http://la.wikisource.org/wiki/Naturalis_Historia/Liber_XIII#XII

71 Papyrum ergo nascitur in palustribus Aegypti aut quiescentibus Nili aquis, ubi evagatae stagnant duo cubita non excedente altitudine gurgitum, bracchiali radicis obliquae crassitudine, triangulis lateribus, decem non amplius cubitorum longitudine in gracilitatem fastigatum, thyrsi modo cacumen includens, nullo semine aut usu eius alio quam floris ad deos coronandos.
72 radicibus incolae pro ligno utuntur, nec ignis tantum gratia, sed ad alia quoque utensilia vasorum. ex ipso quidem papyro navigia texunt et e libro vela tegetesque, nec non et vestem, etiam stragula ac funes. mandunt quoque crudum decoctumque, sucum tantum devorantes.
73 nascitur et in Syria circa quem odoratus ille calamus lacum, neque aliis usus est quam inde funibus rex Antigonus in navalibus rebus, nondum sparto communicato. nuper et in Euphrate nascens circa Babylonem papyrum intellectum est eundem usum habere chartae; et tamen adhuc malunt Parthi vestibus litteras intexere.
74 Praeparatur ex eo charta diviso acu in praetenues, sed quam latissimas philyras. principatus medio, atque inde scissurae ordine. hieratica appellabatur antiquitus religiosis tantum voluminibus dicata, quae adulatione Augusti nominem accepit, sicut secunda Liviae a coniuge eius: ita descendit hieratica in tertium nomen.
75 proximum amphitheatriticae datum fuerat a confecturae loco; excipit hanc Romae Fanni sagax officina tenuatamque curiosa interpolatione principem fecit e plebeia et nomen et dedit; quis non esset ita recurata, in suo mansit amphitheatritica.
76 post hanc Saitica ab oppido ubi maxima fertilitas, ex vilioribus ramentis, propiorque etiamnum cortici Taeneotica a vicino loco, pondere iam haec, non bonitate, venalis. nam emporitica inutilis scribendo involucris chartarum segestriumque mercibus usum praebet, ideo a mercatoribus cognominata. post hanc papyrum est extrememumque eius scirpo simile ac ne funibus quidem nisi in umore utile.
77 texitur omnis madente tabula Nili aqua. turbidum liquoris glutinum praebet. in rectum primo supina tabulae schida adlinitur longitudine papyri quae potuit esse, resegminibus utrimque amputatis, traversa postea crates peragit. premitur ergo praelis, et siccantur sole plagulae atque inter se iunguntur, proximarum semper bonitatis deminutione ad deterrimas. numquam plures scapo quam vicenae.
78 Magna in latitudine earum differentia: XIII digitorum optimis, duo detrahuntur hieraticae, Fanniana denos habet, et uno minus amphitheatrica, pauciores Saitica, nec malleo sufficit; nam emporiticae brevitas sex digitos non excedit. praeterea spectatur in chartis tenuitas, densitas, candor, levor.
79 primatum mutavit Claudius Caesar: nimia quippe Augustae tenuitas tolerandis non sufficiebat calamis; ad hoc tramittens litteras liturae metum adferebat ex aversis, et alias indecoro visu pertralucida. igitur e secundo corio statumina facta sunt, e primo subtemina. auxit et amplitudinem, pedali mensura.
80 erat et cubitalis macrocollis, sed ratio deprehendit vitium, unius schidae revulsione plures infestante paginas. ob haec praelata omnibus Claudia, Augustae in epistulis auctoritas relicta; Liviana suam tenuit, cui nihil e prima erat, sed omnia e secunda.
81 Scabritia levigatur dente conchave, sed caducae litterae fiunt. minus sorbet politura charta, magis splendet. rebellat saepe umor incuriose datus primo, malleoque deprehenditur aut etiam odore, cum cura fuit indiligentior. deprehenditur et lentigo oculis, sed inserta mediis glutinamentis taenea fungo papyri bibula, vix nisi littera fundente se: tantum inest fraudis. alius igitur iterum texendis labor.
82 Glutinum vulgare e pollinis flore temperatur fervente aqua, minimo aceti aspersu, nam fabrile cummisque fragilia sunt. diligentior cura mollia panis fermentati colat aqua fervente; minimum hoc modo intergerivi, atque etiam Nili lenitas superatur. omne autem glutinum nec vetustius esse debet uno die nec recentius. — (postea malleo tenuatur et glutino percurritur, iterumque constricta erugatur atque extenditur malleo) — ita sint longinqua monimenta”.

Una pregevole ed utile traduzione in lingua italiana, reperibile all’indirizzo http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Plinio.htm, consente al lettore di meglio orientarsi nella comprensione del testo pliniano. In base alle informazioni fornite dall’autore, il papiro è una pianta tipica dell’Egitto, ma anche della Siria e della regione babilonese dell’Eufrate, e si caratterizza per una radice obliqua, impiegata come legname, e per un inconfondibile fusto a forma di triangolo. La scorza esterna veniva utilizzata per la realizzazione di vele, stuoie, funi e stoffe varie, ma il prodotto più importante ricavato dalla lavorazione del papiro era senz’altro la carta, che si differenziava in varie tipologie (augusta, liviana/claudiana, hieratica, amphiteatrica, fanniana, saitica, taeneotica, emporetica), a seconda della parte della pianta, dall’interno verso l’esterno, oggetto di lavorazione. La tecnica per ricavare i caratteristici fogli di papiro prevedeva lo spezzettamento della pianta in numerose strisce sottili, distese alternativamente l’una sull’altra a strati ora verticali, ora orizzontali, sino a formare una serie di fogli, che venivano poi pressati e fatti essiccare.

I fogli disponevano di una larghezza differenziata a seconda della qualità: più ampia per la carta di maggiore pregio, più ridotta per la carta di minore valore, come, ad esempio, l’emporetica che, sottolinea Plinio, non era adatta alla scrittura quanto piuttosto per avvolgere le merci negli scambi commerciali. L’autore menziona anche un’importante innovazione introdotta dall’imperatore Claudio Cesare per quanto riguardava la consistenza della carta di qualità superiore, l’augusta, reputata troppo sottile e, dunque, maggiormente esposta al rischio di sbavature o, peggio, di forature per mezzo del calamo: secondo la notizia riportata da Plinio, il sovrano avrebbe stabilito che, sotto alle strisce di prima qualità, ne fosse collocato uno strato di base costituito da strisce di qualità inferiore, in modo da incrementare la resistenza del foglio. Dal nome del princeps derivò la denominazione di “claudiana” attribuita a tale tipo di carta.

Il link http://www.lib.umich.edu/papyrus-collection/how-ancient-papyrus-was-made descrive, con l’aiuto della visualizzazione grafica, le varie fasi della costituzione del singolo foglio, ottenuto grazie alla tecnica descritta da Plinio, e del rotolo, in genere formato da una ventina di fogli, anche se sono attestati rotoli di lunghezza pari a 50 rotoli, sui quali veniva scritto per mezzo di un calamo. All’illustrazione dei passaggi che consentivano di pervenire alla creazione dei fogli papiracei è pure dedicato il link http://www.snv.jussieu.fr/bmedia/papyrus/50-TP.htmali, corredato di utili e colorate fotografie, così come il pdf. visualizzabile all’indirizzo http://www.fupress.com/Archivio/pdf%5C3680.pdf.

Il link http://www.cnrs.fr/cw/dossiers/dosart/decouv/papyrus/savoirplus.html#1, che fa parte dell’area dei dossier del Centre National de la Recherche Scientifique, propone interessante materiale scientifico di approfondimento sul papiro, la sua composizione chimico-mineralogica e le opportune condizioni di conservazione.

La parte del foglio di papiro riservata alla scrittura prende il nome convenzionale di recto e si contrappone al verso per la direzione orizzontale, parallela allo scritto, che contraddistingue la disposizione delle sue fibre; altra terminologia impiegata per convenzione individua nel protocollon il primo foglio di ciascun rotolo e nell’escatocollon l’ultimo. Impiegato in modo prevalente e sistematico lungo tutto il periodo romano, il papiro iniziò a risentire, a partire dai secoli V-VII, della concomitante, progressiva affermazione di altri supporti per la scrittura, destinati a riportare un maggiore successo, quali la pergamena e, soprattutto, la carta.

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