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Persio

 Aulo Persio Flacco

nome: Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.)

Quis populi sermo est quis enim nisi carmina molli

nunc demum numero fluere ut per leve severos

(Satura I)

Nato qualche anno prima dell’avvento al potere imperiale di Nerone, Aulo Persio Flacco ne fu uno dei più acerrimi detrattori, tanto che una considerevole parte della sua produzione poetica dovette essere censurata proprio per evitare all’autore pesanti conseguenze da parte dello spietato sovrano.

Tale fatto ci impedisce oggi di accostarci in modo completo all’opera satirica di uno dei poeti più caustici nei confronti del costume politico e sociale della propria epoca, delineato con toni e contenuti all’insegna del moralismo più acceso.

La storia dell’evoluzione del genere satirico a Roma si contraddistinse per una serie di passaggi che ne determinarono la definizione a vero e proprio genere letterario: a partire da Quinto Ennio (239 a.C. – 139 a.C.), che lo introdusse a Roma conferendogli per primo il tipico afflato moralistico, la composizione satirica assunse progressivamente non solo toni e contenuti pungenti ed accesi, ma si perfezionò a livello stilistico, in virtù dell’introduzione di un opportuno sistema metrico (si pensi all’esametro in Lucilio o al prosimetro – accostamento di versi e di prosa – in Marco Terenzio Varrone).

Come chiaramente si può ravvisare nella produzione di Orazio (65 a.C. – 8 a.C.), l’opzione per temi di carattere leggero non significava mancanza di attenzione per la componente formale, anzi quest’ultima veniva coerentemente scelta in funzione di una migliore e più efficace resa degli argomenti che il poeta intendeva trattare o degli effetti sul lettore che egli si prefiggeva di ottenere.

Dopo Orazio, semmai, mutarono in maniera significativa i toni del discorso satirico e, soprattutto, il rapporto tra poeta e destinatario: se nelle composizioni oraziane, infatti, l’autore tendeva a coinvolgere il proprio lettore/fruitore in una relazione, per così dire, ammiccante e cordiale, nella produzione di Persio e, in maniera ancora più accentuata, in quella di Giovenale, non c’è più posto per l’ironia garbata, che invita a sorridere insieme dei mali della società e, in fondo, a trovare una valida alternativa nella vita semplice e nella cura dei piaceri dell’amicizia e della condivisione.

Detrahere pellem, defigere, radere sono alcuni dei verbi, per i quali non c’è davvero bisogno di traduzione, con i quali Persio definisce il compito che nelle sue Satire egli si prefigge: non c’è bersaglio – dai letterati agli uomini politici, per non parlare della gioventù appartenente ai ceti benestanti – nei confronti del quale l’autore non si scagli con acre polemica.

Persio si propose davvero come personalità alternativa sotto ogni aspetto: pur avendo ricevuto in giovane età una formazione che avrebbe potuto destinarlo ad intraprendere il cursus honorum, optò per una scelta di vita all’insegna dello studio, in cui un ruolo decisivo ebbe l’incontro e l’adesione alla filosofia stoica.

Com’è noto, lo stoicismo – riguardo ad esso il lettore può trovare utili informazioni nella relativa scheda in questa medesima sezione del sito – fu uno dei sistemi filosofici che riscossero maggiore fortuna in ambiente romano: vi aderirono anche imperatori come Marco Aurelio e numerosi uomini politici e di cultura, i quali trovavano nella dottrina stoica un sistema di pensiero ideale per sostenere ed ispirare il proprio impegno nella vita dell’Urbe.

Ognuno, però, a modo suo: nel caso di Persio, infatti, tale ruolo si espresse non tanto nella carriera pubblica, quanto piuttosto nell’assidua, dedita attenzione agli studi e nell’attività poetica, che intesero costituire, di per sé, una forma di accentuata protesta da parte del poeta nei confronti del modus vivendi, del quotidiano stile di condotta adottato dalla classe dirigente imperiale e, in primo luogo, da colui che impersonava la somma carica dello Stato.

Certo, come accadde a Giovenale, anche Persio non fu particolarmente agevolato dalla sorte: morì in giovane età e non potè godere, in vita, degli appoggi alla propria carriera di poeta dei quali, invece, poterono avvalersi Orazio e gli altri scrittori ed intellettuali riuniti nel circolo di Mecenate.

Ciò, senza dubbio, ebbe un peso non indifferente nell’orientare Persio verso un approccio più severo e mordace verso la realtà che gli si presentava sott’occhio, in una Roma nella quale il princeps, a differenza del grandioso progetto di restaurazione morale e civile intrapreso da Ottaviano Augusto, andava perseguendo unicamente i propri deliranti obiettivi di autoaffermazione, per i quali nessun mezzo – dall’intrigo all’assassinio – veniva considerato illecito.

Si riescono, di conseguenza, a intuire meglio le ragioni per cui Persio rifugga dall’assumere verso il lettore un qualsiasi atteggiamento di bonaria indulgenza, per prediligere, invece, toni all’insegna di un maggiore, a tratti astioso, distacco. Il suo ruolo, infatti, non è più quello di un maestro di vita incline alla ragionevolezza e alla persuasione: in un’epoca come quella in cui egli viveva – sembra dirci Persio – non c’era più posto per la comprensione reciproca, in attesa che tutto si sistemasse da sé e la situazione si evolvesse in meglio senza troppo sforzo.

In tempi caratterizzati dalla corruzione e dal decadimento degli antichi ideali, l’uomo è chiamato, in primo luogo, a riconoscere in modo lucido e, non di rado, spietato, i vizi e le carenze che affliggono la sua natura e a lavorare innanzitutto su se stesso, per sradicare la mala pianta delle insane passioni e conseguire così la vera libertà, a partire dalla quale sarà poi possibile agire in modo efficace nel proprio ambiente di vita e di relazioni.

Si può notare, a tal proposito, che la prospettiva di Persio non sia fondamentalmente del tutto priva di ottimismo, a differenza di quanto si ravvisa nella poetica di Giovenale: anche se disincantato e feroce, in sostanza privo di benevola simpatia e condiscendenza verso il lettore, Persio dà prova di intravvedere ancora qualche possibilità di evoluzione positiva, a patto però che ognuno, coerentemente con i dettami e i principi del pensiero stoico, inizi ad operare su di sè senza indugi, riformando la propria mentalità e i propri costumi a partire da una impietosa analisi delle deformità morali ed intellettuali a cui possono condurre il vizio e la rilassatezza.

La severità dell’approccio si riflette, sul piano stilistico, nell’adozione di un linguaggio sobrio e scarno e, in particolare, nell’accostamento di termini la cui acre sonorità contribuisce a rendere ancora più drammatico e lacerante il grido d’indignazione del poeta.

Nell’effetto scricchiolante dei versi di Persio risuona e si esprime, in definitiva, la rovina di un mondo di valori di riferimento, che il poeta, con un crescente senso di frustrazione riflesso nei suoi versi, non riesce più a trovare intorno a sé.

Come in modo mirabile rileva Vincenzo Monti, nella sua traduzione delle Saturae (di cui al link http://it.wikisource.org/wiki/Satire_(Persio)), quello di Persio “è libro scomunicato per tutte le anime paurose”, “è una voragine che assorbisce tutti gli spiriti dilicati ed avvezzi al pancotto”, risulta inadatto, in ultima analisi, a coloro “che gridano sacrilegio a tutti gli ardimenti di stile” o che hanno il cuore “rattratto dalla superstiziosa pedanteria” e pretendono chiarezza di spiegazione di fronte “ad ogni bizzarra metafora”.

E’ possibile reperire il testo integrale delle Saturae di Persio cliccando sul link

Per un’introduzione alla storia del genere satirico nel mondo latino e nelle epoche successive si vedano i links:

Altri links di approfondimento:

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