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Perù. Il nome originario di Machu Picchu sarebbe “Patallaqta”

nome originario di Machu Picchu sarebbe “Patallaqta”

Mari Carmen Martín Rubio, una storica spagnola il cui interesse è focalizzato sul Perù precolombiano, è convinta che il vero nome di Machu Picchu sia Patallaqta; la sua affermazione si basa sullo studio delle cronache di Juan de Betanzos, un documento del sedicesimo secolo che risultava perso per oltre quattro secoli e che fu riscoperto dalla storica nel 1987 in una biblioteca di Palma di Mallorca. Ecco qui di seguito il testo originale di una notizia che ha già fatto il giro del mondo.

Si chiamava Patallaqta, nome composto dai vocaboli provenienti dalla lingua quechua “pata” (scala, gradino) e “llaqta” (città, paese, provincia).

Questo nome deriva dal sistema agricolo che veniva (e tuttora viene) utilizzato per recuperare terreni da un territorio montagnoso come quello andino, dove scarseggiano le pianure. Nell’epoca del massimo splendore di Machu Picchu, che si protrasse per un secolo scarso, più o meno tra il 1440 e il 1533, l’inca Pachacútec ordinò che fossero sfruttati al massimo quei fertilissimi terreni ai margini della foresta amazzonica per creare una delle maggiori riserve di alimenti per la popolazione. Per poter gestire tutto questo volume di produzione fece costruire una città amministrativa, che assolveva allo stesso tempo anche la funzione di luogo di culto. La “Città Gradino” o “Città Scala” è quella che, a partire dal 1911, fu conosciuta dal mondo intero come Machu Picchu.

Chi assicura di possedere prove inconfutabili di questa rivelazione è la storica spagnola Mari Carmen Martín Rubio, che basa la propria intuizione su un testo contenuto nel trentaduesimo capitolo del documento “Suma y narración de los incas”, ossia le cronache di Juan de Betanzos. In queste cronache si racconta che l’inca Pachacútec, a cui si devono la massima espansione e la maggior floridezza dell’impero di Tahuantinsuyo, richiese di essere seppellito “nelle sue case di Patallaqta”. Questa affermazione esige però delle ulteriori chiarificazioni.

Apparentemente, infatti, siamo di fronte a una contraddizione di termini in quanto Pachacuti (la storica preferisce utilizzare questo nome invece di quello che viene utilizzato nelle cronache posteriori) sembra aver affermato che desiderava che il suo corpo rimanesse nel tempio principale di Coricancha, nella regione del Cuzco. Un luogo, questo, dove venivano esibite a fini di culto le mummie dei regnanti inca. Questa dichiarazione è presente anche nelle cronache di altri cronisti (ad esempio quelle di Sarmento de Gamboa e di Pedro Acosta) e anche Juan Polo de Ondegardo, che ha trovato la mummia di Pachacuti e se l’è riportata con sé a Lima dove fu vista dal peruviano Garcilaso de la Vega (soprannominato l’Inca), racconta la stessa versione nel suo libro. Nonostante tutto, però, Betanzos afferma che fu seppellito in un vaso di terracotta a Patallaqta.

Secondo la storica, quando un inca moriva se ne ricavavano almeno due “confezioni” di resti: una conteneva il corpo imbalsamato mentre l’altra conteneva alcuni organi vitali e probabilmente anche dei pezzi di carne, insieme a ciuffi di capelli e unghie che lo avevano accompagnato per tutta la vita. Anche Atahualpa fece dividere i resti del padre, Huayna Cápac, in tre diverse “confezioni”.

 

Ma allora perché Pachacuti ha chiesto di essere seppellito a Patallaqta? Ecco cosa racconta di lui la Martín Rubio: “Panchacuti è stato il regnante inca che più di tutti gli altri ha ampliato il territorio dell’impero inca, tanto da poter essere considerato una specie di Alessandro Magno del Sud America. E non era solamente un grandissimo guerriero, ma anche un ottimo amministratore e una stimatissima guida dal punto di vista religioso. Arrivò a strutturare una società quasi perfetta, che meriterebbe di essere conosciuta meglio al giorno d’oggi. È stato anche il primo tra tutti i governanti inca ad addentrarsi all’interno della foresta amazzonica e a sottomettere le popolazioni che vi abitavano. La cittadella che ha ordinato venisse edificata a Patallaqta, ai margini della selva, era il centro amministrativo di un territorio estremamente fertile, nonostante fosse composto prevalentemente da ripidissime montagne. Lì si venne costruito un sistema di terrazzamenti, conosciuti come “piattaforme”, dove vennero coltivate grandissime quantità di provviste e rifornimenti per l’esercito e per altre necessità. Il nome Machu Picchu significa “vecchia montagna”. Considerando il fatto che in lingua quechua si dice “orgo”, mentre Picchu può essere visto come derivato dello spagnolo “pico”: picco o montagna. Non è quindi possibile che si tratti del suo nome originale.”

 

Mari Carmen Martín Rubio fu protagonista, nel 1987, di una scoperta che ha portato luce su innumerevoli aspetti relativi alla vita nei primi anni successivi alla conquiste dell’impero Inca da parte dei conquistadores spagnoli. Nella biblioteca Bartolomé March di Palma de Mallorca, infatti, ha ritrovato un capitolo della cronaca “Suma y narración de los incas” del cronista Juan de Betanzos, redatta a Cuzco nel 1551, di cui fino a quel momento si conoscevano solo 18 capitoli. Si tratta, sostanzialmente, della cronaca della conquista vista dalla parte di un Inca, commissionata al giovane traduttore della lingua quechua (“runasimi” per gli inca) dal viceré Antonio de Mendoza, per poter conoscere più approfonditamente il passato di questo impero e, soprattutto, la genealogia dei suoi regnanti precedenti.

La situazione di Betanzos era perfetta per questo scopo: gentelman proveniente da una famiglia metà basca e metà galiziana, Juan Díez de Betanzos Arauz convolò a nozze con la cugina, nonché prima moglie dell’inca Atahualpa, Cuxirimay Ocllo, poi battezzata Angelina Yupanqui. Pronipote di Pachacuti e divorziatasi dall’ultimo inca poco prima della sua esecuzione nel 1533, la giovane vedova dalla proverbiale bellezza divenne successivamente moglie di Francisco Pizzarro, più anziano di lei di una quarantina d’anni, col il quale ebbe due figli. Dopo l’assassinio del conquistador, avvenuto nel 1541 quando la giovane aveva tra i venti e i venticinque anni, si sposò con Betanzos, il giovane interprete e traduttore di quechua, che aveva più o meno la sua stessa età e dal quale ebbe tre figli. Lei possedeva una grandissima fortuna a cui lui sommò la sua, anche se il maggior vantaggio per il cronista era indubbiamente quello di aver accesso diretto ai nobili anziani e ai maestri inca, i quali gli raccontarono la storia del loro popolo, prima che cadesse per sempre nell’oblio a causa fatto che non esisteva niente di scritto che la tramandasse ai posteri. E questo libro ha ancora molto da svelarci.

 

La teoria del nome Patallaqta non è nuova e in questo libro c’è la conferma di questa ipotesi, secondo la Martín Rubio. Questa teoria è appoggiata anche dallo storico e archeologo peruviano Federico Kaufmann Doig, che attualmente sta supervisionando l’edizione di un libro di dimensioni monumentali su Machu Picchu, su incarico dell’ Universidad Alas Peruanas di Lima. Anche secondo Kaufmann, quindi, Patallaqta potrebbe facilmente essere il primo e originale nome di Machu Picchu.

Ecco cosa di chiara lo studioso: “Nel mio libro Macchu Picchu, Tesoso Inca (Lima, 2005), ho segnalato che la toponimia attuale di Machu Picchu doveva essere stata inventata nel periodo repubblicano o coloniale dai residenti della zona in riferimento al grande sito archeologico, oppure che questa toponimia prenda le sue origini dalla parola della lingua quechua o runasimi Machu (maggiore, sia in dimensioni che in età) o a Picchu, che potrebbe essere una trasformazione della parola spagnola ‘pico’, che da chi parlava la lingua quechua veniva pronunciato in questo modo. Nel mio volume su Machu Picchu (due tomi di oltre 500 pagine), mi occupo solo superficialmente di questa questione perché non ero in possesso della documentazione presentata adesso da Mari Carmen Martín Rubio, nella quale ci sono argomentazioni molto erudite e quindi assolutamente convincenti. Tra l’altro, quando si menziona Patallaqta va sottolineato che anche questa toponimia deve essere stata in qualche modo influenzata dalla lingua spagnola, e che molto probabilmente il vero nome era Llaqtapata, visto che “Patallaqta” va contro la struttura grammaticale sia della lingua quechua che di quella runasimi.”

“La Martín Rubio,” continua Kaufmann, “non circoscrive i suoi studi solo ai dati assunti dall’analisi delle cronache di Betanzos ma approfondisce le sue ricerche analizzando scritti di Cobo, Sarmiento de Gamboa e altri storici che, in una forma o nell’altra, raccontano dell’occupazione dei presidi di Vilcabamba (dive si trova Machu Picchu) da parte degli Inca nel 1537 e delle guerre che questo e i suoi successori fecero susseguire in questa regione per cercare di arginare l’irruzione spagnola nel Perù degli Inca, fino al 1572, anno in cui furono definitivamente sconfitti. Il confronto delle diverse cronache ha permesso alla dottoressa Martín Rubio di giungere alla conclusione che la località che oggi si conosce con il nome di Machu Picchu potrebbe, effettivamente, essere la Patallaqta a cui fa riferimento Betanzos quando racconta che in questo luogo fu seppellito il sovrano Pachacútec. E come sottolinea la storica, non si sarebbe trattato dell’intero cadavere ma, come si usava ai tempi, quello del suo huauque, ossia una specie di controparte o fratello spirituale.”

Situata in un alto promontorio roccioso tra due imponenti montagne, a 2.360 metri sopra il livello del mare, attorniata da ruscelli e posizionata proprio di fronte a un profondo
canyon dove scorre il fiume Urubamba, la cittadella fino ad oggi conosciuta col nome di Machu Picchu contava una popolazione non molto elevata, qualcosa come 300 o 400 abitanti. Da lì venivano redistribuiti, immagazzinati e contabilizzati i prodotti della terra. I contadini erano “mitimaes”, provenienti da altre regioni e reclutati temporaneamente per assolvere a questi compiti. I tributi che dovevano versare, i due terzi del raccolto, erano molto alti e venivano elevati improvvisamente e senza preavviso. La presenta di Pachacuti, che li raddoppiò una volta e poi ancora un’altra, era importante per mantenere l’ordine e la pace in questa regione. Secondo la storica, il culto dei morti giustifica la sua presenza.

La dottoressa Martín Rubio, che ha realizzato la sua tesi di dottorato su questa città inca, sembra conoscere molto bene quello di cui parla, e secondo lei non è per niente strano che Pachacuti abbia deciso di farsi seppellire lì. L’archeologo Luis G. Lumbreras, che ha lavorato nella torre di Machu Picchu, assicura che lì sotto ci sono le volte del tumulo sepolcrale di una persona importante.

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