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Piranesi e la raffigurazione dell’antico

Piranesi: recupero dell’antico tra attività imprenditoriale ed eredità culturale

In tutta la sua vasta e poliedrica produzione, dalle vedute della splendida Roma ai trattati teorici, da progetti per camini e arredi ai particolari pastiches (candelabri, vasi, etc…) in marmo, il grande Piranesi si misurò costantemente con le eredità artistiche tramandate dal mondo classico greco-romano, incarnando perfettamente e completamente la figura dell’artista che, avendo assimilato in pieno le caratteristiche artistiche ed estetiche dell’antico, le riproponeva nelle sue opere realizzando un nuovo linguaggio, che pur rifacendosi al passato, si mostrava originale e moderno.

In questa chiave va letto il suo costante ed animato impegno nel criticare l’eccessivo filellenismo di Caylus, Le Roy, e soprattutto di Winckelmann, protendendosi, invece, nella difesa dell’arte e della cultura romana.

Una fondamentale sintesi che evidenzia il passaggio da un interesse legato solo ed esclusivamente alle forme e alle modalità con cui si esprimevano i romani nell’edilizia, ad una più marcata attenzione per l’attitudine latina, che ea stato in gado di realizzare complessi apparati decorati, assolutamente non inferiori a quelli greci.

Messa in evidenza la posizione del Piranesi si possono individuare le impostazioni metodologiche e le finalità pratiche della sua attività; si stavano ponendo le basi per lo sviluppo di un approccio di tipo scientifico nuovo della cultura classica, infatti l’artista sosteneva che l’arte antica andava capita e metabolizzata nel tentativo di ricostruire lo spirito degli artisti nell’antichità e di poter, così, creare su questo un proprio stile personale.

In questo senso egli riprendeva appieno lo spirito dell’Umanesimo, inserendosi in quella tradizione antiquaria che si attesta già con Liborio.

Piranesi e la raffigurazione dell'antico

Vitalità nei lavori di Piranesi

Non è casuale, né deve stupire, il fatto che l’apice e la maggiore vitalità siano stati raggiunti con il pontificato del veneziano Carlo Rezzonico, meglio noto come Clemente XIII, asceso al soglio pontificio nell’anno 1757.

Grazie alla protezione del cardinale Giovanni Battista, nipote del papa, si vide commissionare numerosi ed importanti progetti: la ristrutturazione della tribuna della Basilica del Laterano, la ristrutturazione della Chiesa di Santa Maria del Priorato sull’Aventino, si occupò anche degli arredi della residenza papale a Castel Gandolfo e anche delle abitazioni del cardinale Giovanni Battista e di suo fratello il cardinal Abbondio.

In quegli stessi anni gli fu chiesto di disegnare gli interni del Caffè degli Inglesi, una delle prime sale in stile egitizzante realizzate nel’700 in Europa e che sarebbe divenuto un riferimento importantissimo per l’esplosione del gusto egizio, che si sarebbe diffuso negli anni successivi come tipo di decorazione prediletta nelle residenze dei nobili inglesi.

Piranesi, in questo periodo, concepì la figura dell’architetto come una sorta di coordinatore di uno staff di artigiani ed artisti e come colui che aveva la capacità di creare un’interazione tra la realizzazione di apparati decorativi e l’elaborazione di forme architettoniche.

In questo suo percorso si imbattè in un elemento che si prestava molto alla versatilità: il camino.

Nelle incisioni delle Diverse Maniere di adornare i camini del 1769, rappresentò insieme ai mobili e agli arredi del Caffè degli Inglesi anche molti camini, alcuni dei quali realizzati in marmo riprendendo lo stile figurativo dell’età imperiale e molto spesso servendosi proprio di marmi antichi di reimpiego, “acconciatamente adattati” (riprendendo la sua stessa terminologia) secondo il gusto contemporaneo.

Da molti studiosi dell’arista è stata messa in evidenza una forte dipendenza tra le incisioni delle Diverse Maniere ed il suo scritto teorico, Ragionamento Apologetico, in cui veniva ripreso, studiato ed attualizzato l’eclettismo dell’arte romana imperiale.

I contenuti di quest’opera si intravedevano già in una supplica, del 1768, rivolta a Papa Clemente XIII in cui l’architetto per richiedere sovvenzioni per la pubblicazione delle Diverse Maniere già annunciava la ripresa dei modelli classici ed etruschi.

La morte di Clemente XIII, avvenuta nel 1769, segnò un rallentamento nell’affermazione artistica del Piranesi presso la corte pontificia; in questo ambito si collocano i suoi ingenti sforzi, nel tentativo di mantenere inalterato il proprio ruolo, che si realizzarono collaborando nell’allestimento del nuovo Museo Capitolino.

Tutto ciò è stato evidenziato in una sua epistola indirizzata al Papa e al Commissario per le Antichità, Ennio Quirino Visconti, in cui richiedeva libertà d’accesso ai monumenti antichi e la facoltà di disegnarli e pubblicarli così che nessuna documentazione andasse perduta.

Nonostante tali tentativi giungessero spesso a buon fine, il rarefarsi delle commissioni sotto Clemente XIV spinse il Piranesi ad affermarsi come antiquario al servizio dei Grand Tourists, soprattutto britannici, con i quali intratteneva già da un decennio rapporti artistici.

Rapporti del Piranesi con gli art dealders

Gli stretti rapporti dell’architetto italiano con gli art dealders (dalla metà del ‘700 avevano scalzato la cerchia costituita intorno al Ficoroni divenendo a tutti gli effetti gli archeologi intermediari dei Grand Tourists) britannici sono fondamentali per spiegare alcuni aspetti dell’evoluzione della sua arte.

Teniamo presente che i rapporti dell’italiano con il mondo anglosassone iniziarono nel 1755, quando il veneziano incontrò l’architetto scozzese Robert Adam, con cui strinseuna profonda e duratura amicizia.

Due anni più tardi, nel 1757, Piranesi entrò a far parte della Società degli Antiquari di Londra e dopo la morte di Clemente XIII i suoi rapporti con gli inglesi divennero talmente stretti che in un’epistola indirizzata alla sorella scriveva che se avesse dovuto scegliere una nuova patria di certo sarebbe andato in Inghilterra.

In questo contesto l’attività della sua bottega, allestita nel 1761, in Palazzo Tomati a Via Sistina conobbe una grande crescita; si trattava di un atelier aperto ad una variegata e cosmopolita clientela, costituita da una varietà di oggetti antichi, manufatti restaurati, parti antiche inserite in manufatti moderni.

L’importanza della sua opera Vasi e Candelabri e la rielaborazione dell’antico

Quest’attività, divenuta la sua principale forma di reddito, trovava un importante riflesso nelle acqueforti pubblicate postume la morte del veneziano da parte del figlio Francesco nel 1778 con il titolo Vasi, Candelabri, Cippi, Sarcofagi, Tripodi, Lucerne ed Ornamenti antichi disegnati ed incisi dal Cavalier Giovanni Batttista Piranesi; la loro funzione principale era quella di essere una sorta di catalogo pubblicitario destinato a circolare in tutta Europa per far conoscere i prodotti della bottega piranesiana.

Nei prodotti dell’atelier la rivoluzionaria concezione dell’antico veniva messa al servizio di ricchi e facoltosi collezionisti europei, creando una commistione tra elaborazione teorica e vocazione commerciale che rende complessa la situazione dell’architetto e della sua attività. Non si può comunque definire l’opera marginale o minore ed i suoi prodotti solo dei semplici falsi: tutto sarebbe troppo riduttivo.

I lavori piranesiani, che in sostanza erano una rielaborazione dei modelli antichi, impedisce una valutazione isolata e sommaria dei Vasi e Candelabri che, come una sorta di dizionario dell’arredamento, si inserivano completamente nella rielaborazione dell’antico da sempre proposta dal veneziano.

Proprio perché egli aveva individuato nell’architetto l’incarnazione di un coordinatore di decoratori che, dopo essersi svincolato da valutazioni gerarchiche nell’ambito dell’arte, trova nella realizzazione di arredi l’elemento fondamentale della sua teoria e pratica artistica, basata comunque fondamentalmente sulla cultura classica.

Un’attenta analisi della maturità del Piranesi e delle produzioni della sua bottega non impedisce di certo di rivelare come le sue suppellettili riflettessero gli stessi orientamenti ideologici enunciati nel Ragionamento Apologetico e come costituissero un ideale complemento di tutta la sua ricca produzione.

Ciò vale in modo particolare per la scelta dei motivi iconografici presenti nei restauri della bottega che venivano
reimpiegati in modo alquanto caotico e senza regole, realizzando così un’arte particolarmente eclettica, in cui la parte da leone la faceva l’arte egizia e le produzioni egittizzanti dell’età romana; perciò le incisioni di Vasi e Candelabri erano ricche di sfingi, serpenti, simboli isiaci e sacerdoti.

Anche la rivalutazione dell’arte etrusca, premessa fondamentale di una rivalutazione dell’arte romana e del suo carattere autoctono svincolato dalla dipendenza greca, appariva in moti soggetti in filigrana delle opere piranesiane.

Più volte è stata sottolineata però l’inattendibilità archeologiche degli elementi etruschi di Piranesi, in quanto, secondo molti studiosi (tra cui anche il Wincklemann) la maggior parte dei monumenti riconosciuti come etruschi dal veneziano e dal suo erede Francesco riproducevano, al contrario, oggetti dell’arte greca arcaica o, soprattutto, dell’arte romana arcaizzante o repubblicana ed in particolate le lastre fittili di rivestimento, note come “Campana”.

Pensiamo ad esempio ad una splendida anfora di marmo, conservata al Museo di Stoccolma, definita etrusca da Piranesi; già nel 1920 Kjielberg metteva in relazione il rilievo con canefore tra girali vegetali, di produzione piranesiana, con l’arcaismo delle lastre “Campana”.

Oltre agli elementi ispirati all’eclettismo, altri motivi , che ricorrevano nelle sue opere, erano un riflesso delle sue posizioni ideologiche, in cui si distinguevano tutte le immagini simboliche che richiamavano la grandezza dell’Impero Romano, prima fra tutte l’aquila stante ad ali spiegate.

Il modello antico più importante era il rilievo proveniente dal Foro di Traiano, attualmente conservato nella Chiesa dei SS. Apostoli a Roma, che ricorreva spessissimo nelle incisioni piranesiane.

Le dediche e le didascalie che accompagnano le sue incisioni permettono di ricostruire quale fosse la rete di relazioni internazionali che si crearono intorno alla bottega del Piranesi, permettendoci di avere un quadro della società cosmopolita che animava all’epoca la città di Roma e che, a vari livelli, era coinvolta nel mercato delle antichità.

In alcune tavole venivano raffigurati oggetti e monumenti già venduti e nella didascalia si esaltava l’acquirente ed il grande investimento che aveva fatto; ciò era già evidenziato all’epoca tanto che in molte biografie dell’artista si accenna al fatto che molti compratori davano lauti compensi solo per avere il privilegio di essere citati nelle didascalie.

Tra i protagonisti del mercato antiquario e degli scavi archeologici che ebbero stretti rapporti con l’artista si possono ricordare Gavin Hamilton, Colin Morrison, James Byres, i cui nomi sono i più frequenti nelle incisioni di Vasi e Candelabri.

In particolare di grande importanza è la collaborazione che interessò il veneziano e Gavin Hamilton durante lo scavo al Pantanello a Villa Adriana: l’attività, che ebbe inizio nell’anno di morte di Papa Clemente XIII, fruttò a Piranesi il rinvenimento di molti frammenti ceramici, raffigurazioni di animali ed alcuni splendidi ornati che notiamo utilizzati in alcune delle sue opere più chic.

Insieme ad Hamilton collaborò anche negli scavi del Porto di Ostia; la partecipazione a questo scavo è documentata da un tripode, raffigurato nelle tavole 62-63 di Vasi e Candelabri, e venduto al Museo Pio Clementino dopo una pesante integrazione da parte dell’architetto veneto.

Interessanti sono i rapporti che l’artista intrattenne con Pier Leone Ghezzi, suo carissimo amico e fautore di una ripresa dell’antica arte per migliorare la moderna; i numerosi punti di contatto tra la produzione di Ghezzi e quella di Piranesi sono evidenti tra schizzi in Vasi e Candelabri e i disegni del Ghezzi, conservati nella Biblioteca Vaticana.

La complessa cifra interpretativa del mondo antico, che spaziava da una perfetta padronanza letteraria ed artistica, dall’ammirazione dell’arte classica fino alla necessità di attualizzarla e rielaborarla per i propri interessi, non ebbe una lunga vita; infatti venne meno con la morte del suo interprete più caro, sopraffatta dall’atteggiamento scientifico di Winckelmann, che di lì a poco sarebbe sfociato nel gusto Neoclassico.

Il Legrand addirittura affermò che subito dopo la morte di Piranesi iniziarono a circolare opuscoli diffamatori riguardo la sua persona.

La testimonianza più evidente al riguardo è rappresentata dall’impegno del figlio Francesco nel riuscire a vendere tutti i marmi rimasi nell’atelier a Gustavo III di Svezia.

In un primo momento anzi il figlio di Piranesi tentò di portare avanti la tradizione paterna senza esiti positivi, in quanto le sue opere erano ben prive di quella inventiva che aveva caratterizzato l’arte paterna; infatti era privo della stessa minuzia scultorea, della padronanza iconografica e del repertorio figurativo antico indiscusse peculiarità delle produzioni di Giovanni Battista Piranesi.

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