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Pompei. Elezioni e “manifesti” elettorali

Pompei. Elezioni e "manifesti" elettorali

I “manifesti” elettorali di Pompei

È molto suggestivo definire Pompei la “più viva tra le città morte” ed effettivamente lo è per la ricca documentazione architettonica ed epigrafica che ci fornisce. Soprattutto le epigrafiparietali”, cioè graffiti, incisioni e pitture, che si sono eccezionalmente conservati, sono una peculiarità della città, che, distrutta dall’eruzione del Vesuvio, è divenuta il simbolo dell’antichità.

Recuperate in gran numero durante gli scavi, sono databili tra dall’ultima fase sannitica di Pompei, sulla fine del II a.C., fino alla sua distruzione nel 79 d.C.; si può quasi affermare che queste iscrizioni siano la voce di questo sfortunato centro che ancora oggi continua a parlarci di sé.

Si tratta per lo più di atti amministrativi, avvisi di locazione, programmi di feste e cerimonie pubbliche, avvisi di spettacoli, massime morali, messaggi d’amore, scempiaggini, banalità varie, battute.

Ma uno dei generi più diffusi è sicuramente quello dei cosìdetti “manifesti” elettorali, che in nessun altro posto sono così ben conservati, giungendo fino a noi.

Anche se molti sono sbiaditi e appena leggibili, sono ancora lì a tappezzare i muri degli edifici pubblici e privati, delle botteghe e dei ritrovi più frequenti, addirittura alcune si trovano anche sulle pareti dei monumenti sepolcrali che si affacciavano sulle arterie stradali che conducevano in città.

I magistrati, rinnovati ogni anno, venivano in questo modo giudicati, positivamente o negativamente dai cittadini; qualcuno sarà stato anche infastidito dalla cosa tant’è vero che qualcuno, sempre sui muri, scrisse “Mi meraviglio, o parete, che tu non sia ancora crollata sotto il peso delle scempiaggini di tanti scribacchini” (admiror paries te non cecidisse ruinis qui tot scriptorum taedias sustineas).

L’interesse cresce ancora di più se si considera il fatto che l’offerta di materiale offerto da Pompei, riguardo le magistrature, fondamentalmente è la stessa delle altre città romane e nella stessa Roma, dove ovviamente le implicazioni politiche erano diverse.

Se ci si ferma a rilevare le analogie e le coincidenze con quanto avviene ai nostri giorni le epigrafi elettorali mostrano un’attraente ed affascinante somiglianza con l’attualità.

Candidati, propaganda ed elezioni

l’elezione annuale dei duoviri e degli aediles era uno dei momenti più importanti della vita politica cittadina, come in tutte le altre città del mondo romano. Il momento culmine era quello dell’elezione, ma la parte interessante è quella legata allo svolgimento della campagna elettorale. Questa era aperta a tutti i cittadini che volessero, liberamente, far sentire la propria voce a vantaggio o svantaggio di ciascuno dei candidati; potevano agire singolarmente, in gruppi di quartiere o della propria associazione di mestiere.

La campagna elettorale iniziava subito dopo la professiones petentium, cioè l’accettazione delle candidature: chi erano in sostanza coloro che si candidavano?

Generalmente erano i membri delle famiglie più ricche, che, per tradizione o motivi contingenti, si spartivano le cariche tra di loro, magari accordandosi nell’alternanza delle candidature. Ovviamente nei 160 anni di vita di Pompei ed in base agli avvenimenti storici troviamo diverse figure protagoniste della scena.

Dapprima i coloni sillani, ex-ufficiali ed amici di Silla, insieme ad i loro figli e nipoti sostituirono gli esponenti della vecchia aristocrazia sannitica locale; così entravano nella scena politica di Pompei i “rampolli” di nuove famiglie, alla fine della repubblica, forti delle loro ricchezze e del loro prestigio.

Ci fu poi il riemergere di famiglie sannitiche che riuscirono a mantenere un certo peso politico grazie alle fusioni dovute ad adozioni o matrimoni.

Infine, nell’ultima fase di vita della città, dopo sconvolgimenti sociali e la fuga di illustri cittadini in seguito al terremoto del 62 d.C., si affermarono gli homini novi, anche di condizione libertina, come ex-schiavi o figli di schiavi affrancati.

Nei testi elettorali ciascuno viene presentato come campione d’onestà, saggezza e capacità, oltre ad essere esaltato come vir bonus et egregius (galantuomo), verecundissimus (assai modesto), dignissimus (molto virtuoso), benemerens (meritevole d’ogni bene), frugis (parco), integrus (integerrimo), innocens (incapace di far del male).

Spesso anche la menzione del padre era utile, non solo per la specificazione onomastica, ma anche perché poteva essere una garanzia se il nome paterno poteva rievocare qualcosa di buono ai concittadini; per non parlare poi dell’importanza che aveva la menzione di altri personaggi, magari pubblici, il cui appoggio era sicuramente una buona base d’appoggio.

Attribuire ai candidati tutte queste buone qualità era di certo la cosa più ovvia da fare tanto più che puntare sulle doti morali era il mezzo migliore per suscitare l’ammirazione della popolazione. È da dire che enfatizzare le qualità, vere o presunte, riguardava in modo particolare l’edilità, perché i candidati erano all’inizio della loro carriera politica e per la giovane età ancora non avevano dato prova di sé, per così dire, sul campo.

Gli aspiranti, nel momento della candidatura, dovevano presentare una professio nominis, cioè una dichiarazione ufficiale, da consegnare entro un giorno fissato qualche giorno prima delle votazioni.

Le richieste venivano analizzate da un consiglio che aveva la facoltà di accettare o meno i candidati; nel caso in cui il numero degli approvati fosse inferiore a quelli richiesti, la legge richiedeva che il magistrato qui comitia habere debebit (che è preposto all’assemblea elettorale) si occupasse di nominare le persone che gli sembrassero più adatte.

Questi potevano rifiutare la nomina, ma a loro volta dovevano scegliere altri candidati. Una volta scelti i candidati, avveniva la proscriptio, cioè la pubblicazione della lista che veniva posta nel foro,in modo tale che tutti i cittadini potessero facilmente leggerla (ut de plano recte legi possint).

Da questo momento aveva inizio la campagna elettorale che si prolungava fino al giorno che precedeva le votazioni.

Essa veniva condotta in prima persona dal candidato, supportato dai suoi sostenitori e suffragatores (procacciatori di voti); eventualmente alleandosi anche con i candidati ad altre cariche, creando vere e proprie coalizioni in cui si riunivano di solito quattro personaggi (solitamente due del duovirato e due dell’edilità) che, così uniti, si presentavano agli elettori suscitando maggior fiducia e richiamandone il voto.

Durante la campagna la sollecitazione degli elettori era il più possibile diretta ed orale: in origine era lo stesso candidato a dover relazionarsi direttamente con i singoli cittadini per chiedere di votarlo, sottrarsi a quest’obbligo era recepito come sintomo di arroganza e suonava come offesa verso gli elettori.

La richiesta del voto era tenuta così in gran conto che, nel caso di un exequo, si arrivava a preferire quello che nella campagna elettorale si era mostrato più insistente ed attivo, perciò più umile, nel richiedere voti a suo favore.

Il rituale della richiesta prevedeva di frequentare quotidianamente il foro, dove il candidato doveva recarsi con clienti, amici e sostenitori, all’incirca sempre alla stessa ora per evitare l’incontro con i rivali e per scegliere il posto migliore da cui parlare con gli elettori.

Nel foro la cosa migliore è andare incontro ad ogni elettore chiamandolo per nome e prendendogli la mano supplicando di votarlo, ricordandogli favori passati e queli che avrebbe potuto ricevere in futuro.

Con il tempo questo tipo di propaganda fu sostituita da quella condotta, per conto dei candidati, da sostenitori singoli o in gruppi organizzati; con il tempo anche questa forma di propaganda orale sarà soppiantata dai “manifesti“ scritti.

Per una serie di motivazioni le iniziative nell’ambito della campagna elettorale erano prese dal quartiere, perché esso, nel sistema amministrativo, costituiva una “circoscrizione” ed il giorno delle elezioni costituiva in automatico una sezione di voto; perciò non sconvolge che svolga, nella fase della propaganda, i compiti di un vero e proprio comitato elettorale.

Parallelamente c’era la propaganda condotta da ogni genere d collettività organizzate: corporazioni di artigiani, società sportive o di mestiere, confraternite religiose, fino ai gruppi più strani o particolari, pensiamo per esempio ai manifesti degli aurifices (orefici), dei gallnarii (pollivendoli), dei lupinarii (venditori di lupini) e dei clibinarii (venditori di pizzette).

Si trovano anche interventi di persone appartenenti a gruppi legati al
culto di Iside (Popidius Natalis cum Isiacis), degli spettatori degli spettacoli nell’anfiteatro, di clienti di famiglie importanti e persino di giocatori di scacchi (Montanus rogat cum latruncularis).

In questo agitarsi di sostenitori di certo non mancavano le donne; sebbene escluse dal diritto al voto, non rinunciavano a manifestare i loro pareri o preferenze, specialmente se la loro occupazione le portava ad avere stretto contatto con il pubblico.

Quali fossero poi le ragioni del successo dei candidati eletti ovviamente non è possibile saperle; è lecito però pensare che, alla fine della repubblica, le lotte civili che sconvolsero Roma ebbero ripercussioni nella vita politica delle altre cittadine italiche, tanto più in un centro come Pompei che era stato dedotto da coloni.

Proprio a Pompei, soprattutto ai tempi di Silla, un’accesa lotta contrappose i sanniti, abitanti del luogo, e i coloni romani; in questo periodo i manifesti elettorali si rivolgevano espressamente ai coloni.

Con l’avvento dell’impero, una volta finite le lotte intestine, le competizioni elettorali erano circoscritte alle rivalità locali tra cittadini, contando, nella scelta dei candidati, benemerenze, meriti, ma calcolando anche manovre intese ai limiti della legalità.

Quello che più di tutto contava alla fine era comunque la popolarità, che si conquistava certo in molti modi ma, in modo particolare, con la generosità, la disponibilità verso i cittadini e i loro problemi.

La legge tentava di frenare la corruzione, che era comunque diffusa, e i tentativi di persuasione dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti, vietando ogni iniziativa pubblica di munificenza e beneficenza.

Era inoltre proibito fare regali ed elargizioni a chiunque, organizzare feste e giochi, o invitare a pubblici banchetti.

In sostanza in campagna elettorale era vietato fare qualsiasi attività per impressionare gli eventuali elettori, i giochi dovevano già esser stati fatti in questo senso, ci si poteva affidare solo ai manifesti elettorali.

I magistari del muncipio

I magistrati che avevano il compito a Pompei, come in tutti i centri municipali italici, di governare la città erano quattro : due duoviri e due aediles. Erano in carica per un anno ed erano eletti direttamente dal populus, convocato in assemblea (comitum). Erano riuniti in due collegi, nei quali i due colleghi avevano pari poteri, anche se tendenzialmente si alternavano i compiti, pur riconoscendo un maggior peso all’opinione del più anziano dei due.

Ciascuno, nel suo collegio, aveva diritto di intercessio (veto) contro le deliberazioni del collega, entro certi limiti però (ad esempio non si poteva opporre più volte per lo stesso motivo) e solo dopo aver fatto un’appellatio (appello formale).

Secondo la Lex Iulia municipalis del 45 a.C., i magistrati dovevano assumere l’incarico alle calende di gennaio (1 gennaio), ma la data di fatto fu spostata alle calende di luglio, esattamente sei mesi dopo.

I requisiti per essere eletti erano: possesso di cittadinanza, essere nati liberi, avere la residenza nel municipio o comunque nel suo territorio, essere moralmente ineccepibili, possedere un ricco patrimonio ed una buona rendita. Per poter aspirare al duovirato bisognava essere già stati edili circa tre o cinque anni prima di presentarsi per ricoprire questa carica.

I duoviri, designati con l’appellativo iure dicundo (giurisdicenti), erano i magistrati supremi ed eponimi (davano il nome all’anno), motivo per cui ogni atto pubblico riportava i loro nomi per la datazione. Si occupavano degli interessi della città e dei suoi cittadini, le cui richieste, espresse in assemblea, venivano poi valutate.

Più in particolare il loro potere si estendeva a quello giudiziario ed esecutivo: amministravano la giustizia, limitatamente alle cause civili, attuavano decreti decurionali e dietro lo iussu ordinis (delibera del consiglio) stipulavano contratti ed appalti, assumendosi tutte le responsabilità.

Potevano stipulare alleanze ed accordi politici con altre città; presiedevano l’adeguato adempimento delle festività religiose.

Ogni cinque anni alle loro funzioni ordinarie si aggiungevano quelle censorie (duoviri quinquennales), che si basavano sul controllo dello stato giuridico dei cittadini e sulla consistenza dei loro beni materiali.

Di notevole importanza era la nomina di decurione, che naturalmente sarebbe diventato uno dei candidati all’edilità. Per essere nominati quinquennales i candidati dovevano essere duoviralicii, ossia aver già esercitato la carica di duoviro almeno una volta.

Questi magistrati erano affiancati da due segretari (scribae) che redigevano e custodivano gli atti ufficiali; avevano, singolarmente, un seguito di nove persone con vari compiti: due lictores (littori), che nelle manifestazioni pubbliche facevano da scorta portando i fasci senza la scure, come solo simbolo civile, due aviatore (fattorini), che recapitavano messaggi ed ordini, un accensus, che convocava le sedute dell’assemblea, un librarius (archivista) che teneva i registri patrimoniali, un tibicen (flautista) che accompagna i crtei nelle feste religiose, un haruspex (“indovino”) che interpreta le viscere degli animali ed i fulmini. Inoltre ogni duoviro possedeva quattro schiavi fornitigli dalla città (servi publici) gratuitamente.

Gli aediles definiti aediles viis aedibus publicis procurandis (edili addetti alle strade, agli edifici pubblici e sacri) erano magistrati di rango inferiore ai duoviri.

Le loro competenze, di tipo amministrativo, erano riservate alla cura e al controllo di tutte le strutture pubbliche legate al regolare funzionamento della vita cittadina; inoltre si occupavano anche di servizi di polizia urbana e dei servizi annonari, dell’organizzazione dei ludi e della concessione di permessi per la dedica di oggetti votivi (donari, altari, satue, etc.).

Anch’essi avevano un seguito sempre fornito dalla città, benché numericamente ridotto rispetto a quello dei duoviri: disponevano di uno scriba, di un praecon (araldo), di un tibicen, di un haruspex, a cui si aggiungono i quattro servi publici.

I programmata : manifesti elettorali a Pompei

I programmata, riconosciuti come una sorta di manifesti elettorali, sono classificabili nella categoria dei tituli picti, cioè iscrizioni parietali generalmente dipinte su muri con vernice rossa o nera in spazi scelti appositamente. Le iscrizioni rinvenute si riferiscono ad una serie di campagne elettorali, potendo datare i più vecchi al periodo augusteo, mentre i più recenti sono di un secolo più tardi: ciò fa pensare che essi non venissero sistematicamente cancellati alla fine di ogni campagna elettorale.

Ovviamente, però, la maggior parte dei manifesti appartiene alla fine del periodo della città, più propriamente al periodo compreso tra il principato di Nerone e quello di Tito (62-79 d.C.).

In linea di massima i manifesti consistono in un brevissimo testo, con un formulario molto semplice che si basa sul nominare il candidato, la carica a cui ambisce e la richiesta di voto, che viene espressa con la formula OVF, cioè oro vos faciatis ( “vi prego di eleggere”). Quasi sempre abbreviate sono anche le parole riferite alla carica a cui si ambisce; è il caso di IIvir o IIvir i d, che sta per duoviro iure dicundo, aed che indica aedilem, quinq che sta per quinquennalem.

Non di rado dopo la carica si trova la sigla DRP, che significa dignum rei publicae, ossia “degno della pubblica amministrazione”.

Accanto ai manifesti più comuni ne esistono alcuni con aggiunte rispetto al formulario, per così dire, di “base”: si tratta soprattutto di espressioni relative ai meriti e alle capacità del candidato, alle promesse o agli impegni assunti, queste dichiarazioni avevano il duplice scopo di mostrare ai candidati l’impegno di chi li sosteneva e di fornire agli incerti le qualità di chi potevano votare.

Quanto alla dislocazione dei manifesti, mentre è possibile che non ci fossero luoghi appositi su cui scrivere, è certo che non cene fosse alcuno vietato.

È ovvio però che si preferissero le strade più importanti e che si addensassero nelle posizioni più strategiche della città: ne troviamo sui muri delle case dei cittadini più ricchi ed influenti, centri dove si radunavano i gruppi più importanti, ma non mancano iscrizioni anche nel suburbio, pensiamo alle ville signorili, alle fattorie agricole e sulle basi delle statue di divinità poste ai crocicchi delle strade.

Anche se chiunque  avrebbe potuto scrivere un manifesto, esistevano degli scriptores, professionisti dei manifesti, che nel resto dell’anno si occupavano di ogni genere di avvisi; questi ovviamente non erano molti, infatti in tempo di elezioni esistevano degli scriptores ausiliarii, che coadiuvavano quelli già esistenti.

Il loro lavoro si svolgeva di notte, quando la città era naturalmente più tranquilla e nessuno avrebbe potuto recare alcun fastidio o disturbo; essi agivano in squadre, che erano composte da uno scriptor, un dealbator (imbianchino), uno scalarius, che portava le scale ed un lanternarius, che doveva far luce.

Le votazioni a Pompei

Lo ius suffragii (diritto di voto) era prerogativa di tutti i cittadini maschi liberi, senza distinzione di censo e ceto. Il corpo degli elettori era suddiviso in gruppi, che si creavano al momento del voto e subito dopo cessavano; queste, previste per legge, erano un organismo municipale che all’incirca dovevano corrispondere ad un vicus (quartiere).

Per quanto concerne i forestieri, se essi risedevano stabilmente in città, sembra che venissero assegnati ad un gruppo elettorale tramite un’estrazione. Per quel che riguarda la votazione, nel giorno stabilito, si convocavano i comizi elettorali nel foro, dove si trovava un luogo destinato a questa operazione detto comitum, già suddiviso in settori secondo le sezioni elettorali, in modo da facilitare il compito dell’elettore.

Il suffragium (voto) veniva espresso per iscritto tramite una tabella cerata su cui si incideva il nome del candidato che si voleva eleggere. La scheda veniva posta in un’arca (urna) o una cista (canestro) della sua sezione, sorvegliata da tre membri di un’altra sezione.

Prima del voto, però, si effettuava un controllo dei votanti, che se era considerato idoneo, riceveva una tesserula (gettone) che al momento del voto consegnava ad un incaricato, ricevendo la tavoletta per scrivere il nome del candidato. Tramite i gettoni si poteva avere una percentuale dei cittadini che si erano effettivamente recati alle urne, dopo di che si iniziavano gli scrutini dei voti per sezioni.

Una volta ottenuta la conta di tutti i voti avveniva la pubblica proclamatio (elezione).

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