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Pompei, storia degli scavi: restauro nel Decennio Francese

Pompei, storia degli scavi: restauro nel Decennio Francese

Il restauro di Pompei nel Decennio Francese (1808-1814)

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento l’approccio ai ruderi era di tipo prevalentemente conservativo. I precetti applicati da architetti e studiosi francesi operanti a Roma a partire dal 1810 erano derivati direttamente dall’articolata formulazione teorica delle problematiche relative al restauro di Quatremère de Quincy (1755 -1849), nella quale già si sosteneva l’opportunità della conservazione in situ delle opere d’arte.

Lo stesso studioso esplicitava la fondamentale differenziazione tra “restauro”, metodologia applicabile a monumenti degradati o in parte distrutti e basata su resti esistenti, e “restituzione”, operazione effettuabile su monumenti “completamente spariti”, ricostruiti sulla base di analogie o di indicazioni dedotte dai testi; in ogni caso, per una corretta lettura delle strutture e degli interventi di ricostruzione, si sottolineava l’importanza della distinzione delle parti aggiunte.

L’amministrazione francese a Pompei

Il periodo di amministrazione francese a Pompei segnò, nel campo del restauro, una prima sistematizzazione degli interventi. Atto fondamentale fu l’introduzione di una regolamentazione ufficiale per le procedure di scavo e restauro. Nel 1811 vennero redatti due importanti scritti:

  • “Per la direzione degli scavi della città di Pompei”
  • “Regolamento dei Lavori”.

Gli articoli 4 e 5 del primo documento imponevano che si tenesse pronta, durante le operazioni di sterro, una “convenevole” quantità di travi e tegole per l’immediata copertura degli edifici “che ne possano sopportare il peso e ne valgano la spesa” e determinarono la diretta responsabilità degli operai addetti allo sterro della conservazione delle strutture.

L’articolo 11 del “Regolamento dei Lavori” definiva poi precisamente le modalità di intervento a seguito dell’ esposizione delle strutture: le sommità dei muri andavano coperte con tegole aggettanti da entrambi i lati, maggiormente sporgenti verso l’interno; le pitture andavano coperte con incannucciate ed i mosaici, nel periodo invernale, coperti con uno strato di lapilli.

La metodologia di restauro

Il riferimento metodologico per le operazioni di conservazione era, in questo periodo, la romana Accademia di San Luca, la quale applicava una varietà di tecniche diverse, elaborate però nell’ottica di una primaria attenzione all’“unità” dell’opera ed al rispetto delle proporzioni originali, anche se devianti da quelle canonicamente conosciute.

Il consolidamento delle strutture consisteva nel rinforzo delle mura rinvenute pericolanti, nell’integrazione in opera moderna dei tratti mancanti e nella ricostruzione, ad altezza limitata, di murature completamente crollate, con lo scopo didattico di chiarire l’estensione degli ambienti.

Le sommità delle pareti antiche venivano preservate con la messa in opera di murature di sacrificio e con la copertura con tegole leggermente aggettanti, legate con malte di buona qualità; per migliorare la concatenazione delle strutture, si rinforzavano o ricostruivano gli stipiti delle porte e si applicavano grappe in metallo per sostenere gli elementi i cui legami strutturali erano andati perduti. A seguito di alcune polemiche causate dagli interventi ricostruttivi attuati in diverse strutture, venne introdotto l’uso di una linea colorata per l’isolamento e la distinzione delle parti aggiunte.

Gli intonaci decorati erano, analogamente alle murature, oggetto di una serie di diverse operazioni. La messa in opera di toppe di intonaco attorno ai resti antichi garantiva il sostegno delle parti dipinte e degli stucchi; l’applicazione di cera per l’impermeabilizzazione e la protezione delle pitture, in accordo con il procedimento elaborato da P. Requeno, divenne di comune utilizzo a partire dal 1805, come attestato per la Casa di Sallustio.

Le procedure di intervento elaborate nel Decennio francese generarono reazioni diverse: se nel 1813 Michele Arditi, nella sua relazione di al Ministro dell’Interno Giuseppe Zurlo lamentava un uso eccessivo delle riattazioni, l’imposizione di fabbriche nuove “eccessive” sulle mura antiche, ed una generale “alterazione dell’antico”, pochi decenni più tardi Raffaele D’Ambra, nel suo rapporto del 1848 “Pompei. Abusi, disordini e Danni”, ne lodava invece la durata e la solidità, con particolare riferimento ai tegolati sui colmi dei muri e alle toppe di sostegno agli intonaci.

Bibliografia

  • S. Casiello (a cura di), La cultura del restauro: teorie e fondatori. Venezia 1996
  • C. Nenci (a cura di), Restauro archeologico. Didattica e ricerca 1997-1999. Firenze 2001
  • M. Pagano, I diari di scavo di Pompei, Ercolano e Stabia di Francesco e Pietro La Vega (1764-1810): raccolta e studio di documenti inediti. Roma 1997

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