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Pompei, storia degli scavi. Restauro nel primo periodo Borbonico

Pompei, storia degliscavi. Restauro nel primo periodo Borbonico

Restauro di Pompei nel primo periodo Borbonico (1748-1808)

Le discipline dello scavo archeologico e del restauro architettonico si svilupparono, in territorio italiano, parallelamente e contemporaneamente all’ampliamento delle indagini a Pompei, trovando nell’antica città vesuviana il luogo ideale di sperimentazione.

Le due discipline, di natura essenzialmente tecnico-pratica, elaborano e modificarono le loro basi teoriche e le loro metodologie rispecchiando i progressi e le novità tecniche contemporanee così come le contemporanee formulazioni filosofiche e sensibilità estetiche.

Nei primissimi anni seguenti alla scoperta di Pompei lo scavo dell’antica città venne effettuato per cunicoli, con il solo obiettivo del recupero di oggetti e pitture. Gli effetti di questo tipo di procedura sono ancora visibili in alcune strutture, come la Casa del Chirurgo, le cui murature sfondate dalle gallerie sono testimonianza dell’incuria con cui, in questa prima fase di attività, erano trattati gli edifici.

1748-1780: Roque Joachim de Alcubierre

Con l’abolizione delle prassi, applicate nei decenni precedenti, del reinterro delle strutture e della distruzione delle pitture non rimosse si prospettò, in forme ancora rudimentali, il problema della conservazione.

L’ingegnere militare Roque Joachim de Alcubierre, direttore degli scavi di Pompei affiancato dall’architetto Karl Weber (1750-1764), intervenne con la costruzione delle prime coperture, il cui scopo principale era la protezione delle decorazioni parietali piuttosto che delle strutture murarie. Nel 1756 il Tempio di Iside venne coperto con una tettoia di legno e paglia per la tutela degli stucchi; questa però, distrutta nel 1794, non venne più ricostruita.

Nel 1771 nella stessa Casa del Chirurgo che, solo pochi anni prima, veniva intenzionalmente lesionata per sottrarne i reperti, uno degli ambienti, particolarmente ricco di decorazioni pittoriche, venne coperto con un tetto.

Primi interventi di integrazione

A questa prima, brevissima fase in cui le operazioni ebbero funzione unicamente conservativa, con la costruzione di leggere tettoie in legno con copertura di paglia o tegole, seguì un periodo in cui si cominciò ad intervenire più liberamente sulle strutture antiche, con consolidamenti delle murature considerate “intrinsecamente fragili”, ampie integrazioni e completamenti basati sul concetto della coerenza stilistica, dando inizio a quella tradizione del restauro “in stile” che rimarrà una costante in tutta la storia della tutela degli edifici pompeiani.

Il reale impatto sugli edifici di queste procedure è però difficilmente quantificabile, innanzitutto per l’inconsistenza della documentazione, estremamente superficiale e discontinua, e in secondo luogo per il continuo rimaneggiamento di cui questi primi interventi sono stati oggetto nel corso del tempo.

Il distacco di pitture e mosaici, attuato sin dall’inizio degli scavi, continuò ad essere praticato con la tecnica dello stacco “a massello” elaborata dal Canart, e nota anche dai testi di Vitruvio, che prevedeva l’asportazione degli strati di intonaco decorato assieme a parte del suo supporto murario. Per gli intonaci lasciati in situ, inoltre, si operava comunemente il ritocco delle pitture con malta rossa, di impasto più corposo rispetto a quella antica, per ravvivarne il colore.

1780-1808: Francesco La Vega

Sotto la direzione di Francesco La Vega, architetto addetto agli scavi di Pompei, Ercolano e Stabia a partire dal 1780, l’apertura (sebbene limitata) dell’area degli scavi al pubblico determinò la necessità di operare non solo per la conservazione, ma anche per l’accessibilità delle strutture: vennero infatti messi in atto i primi interventi di ripristino statico degli edifici, per garantire la sicurezza dei visitatori.

Si operarono quindi la rimozione dei cumuli di terra di scavo e la riparazione delle ripe e, nei singoli edifici, consolidamenti di muri, intonaci e volte, e ricollocazioni di architravi in legno per garantire la stabilità delle murature.

Anastilosi e ricostruzioni

La presenza di visitatori comportò anche la necessità di interventi “didattici”, come la rimessa in pristino di elementi architettonici e decorativi ed una limitata ricostruzione delle forme per la restituzione dei volumi degli edifici.

Questa duplice funzione, conservativa e didattica, delle ricostruzioni venne esplicitata dallo stesso La Vega nelle minute del 1793 riguardanti i lavori nel Teatro Grande, dove sottolineava come l’intervento di ricostruzione delle volte degli accessi alla struttura fosse stato dettato dalle necessità di “conservazione delle parti che sonsi trovate esistenti, che per rendere a colpo d’occhio cospicua l’intiera forma del Teatro stesso”. Analoghi interventi di rifacimento furono attuati nel colonnato della Caserma dei gladiatori, nella Tomba di Mamia e nel Teatro di Ercolano, dove vennero utilizzati per le integrazioni materiali distinguibili.

La tutela delle strutture venne assicurata, in continuità con gli interventi di Alcubierre, dalla costruzione di tetti in legno con copertura in paglia o tegole, dal convogliamento delle acque piovane attraverso una rete di canali di scolo e dalla copertura dei pavimenti nei mesi invernali, contro le gelate.

Gli intonaci vennero sottoposti all’applicazione di “lacerti” di malta per garantirne la tenuta e, in caso di pitture di particolare interesse, trattati con l’applicazione della “vernice di Moriconi”. La riparazione dei cancelli, infine, preservò gli edifici da accessi non controllati.

Nella relazione di Raffaele D’Ambra del 1848 “Pompei. Abusi, disordini e danni” si sottolineava come i restauri compiuti da La Vega fossero all’epoca gli unici conservati, al contrario di quelli effettuati successivamente, in ragione della buona qualità dei materiali e della proprietà degli interventi.

Bibliografia

  • S. Casiello (a cura di), La cultura del restauro : teorie e fondatori. Venezia 1998
  • M. Pagano, I diari di scavo di Pompei, Ercolano e Stabia di Francesco e Pietro La Vega (1764-1810): raccolta e studio di documenti inediti. Roma 1997
  • P. Panza, Antichità e restauro nell’Italia del Settecento: dal ripristino alla conservazione delle opere d’arte. Milano 1990

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